Quello che segue è il nostro commento senza spoiler al primo arco di Star Wars: Andor, dopo aver visto i primi quattro episodi della serie.
In Andor c’è tanta umanità. Umanità intesa come anima e cuore dei personaggi che popolano lo schermo, condividendo le loro passioni, emozioni, gelosie e ogni genere di sentimento. Gli operai di un pianeta la cui popolazione condivide tutto, dalle gioie alle sofferenze, ma anche i dipendenti di un’agenzia di sicurezza disillusi, svogliati nel lavoro e nella vita, che si riaccendono forzatamente solo con un fanatismo irreale, brutale nella sua irrazionalità e follia.
C’è l’anima di personaggi così vicini alla cruda realtà delle cose, da aver generato un totale disinteresse per la vita, ed un morboso attaccamento per la mera sopravvivenza. Ma nel primo episodio della serie creata da Tony Gilroy c’è un risveglio, una rottura dell’illusione per cause di forza maggiore o, semplicemente, per scelte personali. I protagonisti di Andor, mai come prima d’ora così grigi e imperfetti, cercano qualcosa in più, una scintilla di vita che da molto tempo giace ormai sopita nelle loro coscienze morte.

È quando smettono… che c’è da preoccuparsi
Il primo arco narrativo di Andor introduce non solo il suo ampissimo cast, ma anche l’atmosfera, le prospettive e la dimensione della serie. Tony Gilroy lo aveva detto che la storia avrebbe approfondito la quotidianità dei cittadini sotto il gioco imperiale, ma questo straordinario inizio fa molto di più, mettendo in scena una lenta e costante tensione che inizia da una causalità e sfocia nella repressione violenta e nella sconfitta di tutti.
Più di ogni altra cosa questo sguardo si riflette sul pubblico, che vede le Guerre Stellari solo da lontano, anzi proprio per niente. In Andor il focus non è sulle immense distese spaziali della galassia, ma sul dettaglio: baci, sudore, abbracci, sporco. Ma anche dettagli di piccoli appartamenti, di camere da letto e caf, di guanti da lavoro e pupazzi di paglia. Un mondo così reale da creare un totale precedente in Star Wars, eppure allo stesso tempo risultando brillantemente familiare, tra le facce lunghe di creature aliene e amichevoli bip-bop di droidi. A tal riguardo, nei primi episodi veniamo introdotti ad uno dei droidi maggiormente caratterizzati dell’intera saga: un essere robotico che non sfocia nel banale effetto ‘tenero’, ma che anzi dimostra umanità, dispiacere e empatia.
E Cassian? Paradossalmente, una delle figure più misteriose della serie. Un volto inscrutabile che cela un passato inaspettato, e che da adulto gli conferisce un carattere burbero, detestabile. Il personaggio interpretato da Diego Luna non è un criminale e nemmeno un cinico: è un uomo fragile, alla ricerca di qualcosa che gli dia un’altra possibilità, un altro modo di vivere la vita.

E tutti gli altri?
Uno dei personaggi principali è interpretato da un magnifico Stellan Skarsgard, che in pochi episodi non solo colpisce grazie a una grande impressione su schermo, ma che si rivela un uomo dai mille volti a tratti inquietante, in cui si intravedono molte delle caratteristiche del Cassian Andor di Rogue One.
Ma c’è anche Karn (Kyle Soller), un ufficiale della sicurezza giovane e fanatico, acerbo al comando e ancor più inadeguato alla guerra, ma gelido, borderline, Vivo. Nel quarto episodio, che introduce un nuovo arco narrativo potenzialmente ancor più complesso e affascinante, facciamo la conoscenza (per dire) di Mon Mothma, ma anche dell’ISB, i servizi segreti imperiali composti da ufficiali di alto grado spietatamente in competenza fra loro: le sale e i corridoi di questo mondo sono bianchi, immacolati, lontani dalla terra e dallo sporco in cui sguazzano giovani sognanti una galassia libera.
Siamo all’inizio, e le cose potrebbero andare male o spiccare un volo così importante da rischiare di portarci a guardare tutto il resto dall’alto. Ma una partenza di questa qualità era solo immaginabile: ora siamo qui, finalmente.






