Ok, Andor è finito. Ma ha ulteriormente rafforzato una necessità, quella di avere periodicamente sempre nuovi contenuti di Star Wars. Così come i fumetti, così come i romanzi, che hanno abituato i fan ad avere sempre, tutto l’anno, qualcosa per immedesimarsi in una lore che è ormai sterminata, ora abbiamo bisogno che ci sia sempre una serie televisiva ad accompagnarci, ogni settimana se possibile. E questo bisogno è ancora più forte, grazie ad Andor.
Si, perché è la migliore serie di Star Wars creata fino a oggi. Perché ha ribaltato qualsiasi prospettiva, portandoci nella “galassia lontana lontana” dal basso, dalla polvere e dalle pietre di Ferrix, mostrandoci tutto con uno sguardo diverso. Magari, in altri ambienti e in altri salotti, possiamo immaginarci Palpatine e Darth Vader portare avanti le loro lugubre conversazioni e architettare spietati piani di azione, possiamo ricordarci gli sfarzosi palazzi di Coruscant così come li abbiamo visti in un fumetto o attengere alla nostra memoria per recuperare gli interni della Ghost di Rebels. È tutto Star Wars, tutto coesiste contemporaneamente, e Andor ne fa parte, ma allo stesso tempo è tutta un’altra cosa.

È la migliore serie perché i suoi personaggi sono scritti divinamente, così come sono molto profondi certi dialoghi. Va bene Cassian, va bene Mon Mothma, ok Saw Gerrera e ok Luthen Rael. Ma personalmente conserverò sempre un posto di riguardo nel mio cuore per Dedra Meero. Lei è stata inquietante in più di un episodio, magnifica nella parte iniziale dell’episodio 9 l’interpretazione di Denise Gough. Dedra è opprimente come Darth Vader durante gli interrogatori, tormentata come Kylo Ren durante le sue crisi. Ci mostra nel suo sguardo che anche l’Impero ha una sua ragione, che deve agire in un certo modo per mantenere il controllo su una galassia incontrollabile, ed enorme. Più la Ribellione alza la posta, più l’Impero deve reagire.
Andor ci ha portato nelle viscere della Ribellione, nel momento in cui è stata creata, iniziata su Aldhani dal niente. È stato realistico, diverso da ogni altra cosa di Star Wars fino ad oggi, anche dallo stesso Rogue One. Dopo Narkina 5 ci ha mostrato l’urgenza di mostrare a qualsiasi cittadino della galassia quali sono i crimini che l’Impero sta compiendo. Dopo Maarva Andor, come non sia più possibile nascondersi, come sia asfissiante vivere sotto il dominio di qualcuno che non ti appartiene, come non sia giusto vivere per compiacere qualcun altro.

La serie televisiva di Tony Gilroy ci ha mostrato ciò di cui avevamo bisogno, la quotidianità della “galassia lontana lontana”. Finora l’avevamo conosciuta dagli occhi di un contadino idealista, di una cercarottami che persegue l’avventura o di un ragazzino a cui piacciono le gare con gli sgusci, ma mai l’avevamo vissuta dagli occhi di qualcuno che soffre, che sente il sangue nella bocca dopo essere stato torturato e la polvere che si insinua tra i suoi abiti. Ed è proprio quello di cui avevamo bisogno, per poterci immedesimare ancora di più in un universo di cui non possiamo più fare a meno. È diverso, ma è Star Wars.
Certo, per poter ottenere tutto questo, Andor ha dovuto rinunciare a molto. Ha rinunciato, prima di ogni cosa, al grande pubblico. Quello che ha amato Star Wars per i suoi ritmi veloci, per i suoi dialoghi stringati che vanno subito al punto e, più di ogni altra cosa, per il suo essere semplice e chiaro, permettendo allo spettatore, sempre, di sapere da quale parte schierarsi. Qui tutto è più sfumato, lo spettatore deve fare delle scelte come i personaggi protagonisti, deve capire le ragioni dell’Impero. L’Impero che sarà sempre alla caccia di quella scintilla che vuole provocare l’incendio della Ribellione, ma ci sarà anche la speranza che alimenta quella scintilla, sempre.
Ritmi più blandi (molto più che Rogue One, anche se quest’ultimo rimane l’unico altro contenuto live-action di Star Wars non rivolto a un pubblico giovane), confini più sfumati, dialoghi più lunghi, appassionanti ma anche difficili da seguire, hanno portato Andor a perdere buona parte del pubblico tipico di Star Wars. Ma è un prezzo che andava pagato per consegnare qualcosa che non ha precedenti, che rende Star Wars trasversale a diversi tipi di pubblico e che lo apre a nuovi linguaggi narrativi e stilistici. Come era già accaduto nei romanzi, e come iniziamo a vedere anche in un contenuto live-action.
Andor punta solamente sui suoi personaggi. Non sfrutta il ritorno a sorpresa di vecchi protagonisti di Star Wars per strappare un’emozione artificiosa, ma esprime tutto costruendo e migliorando i suoi propri personaggi, mostrandoceli da prospettive differenti e facendoli evolvere nel corso del tempo. Non ha bisogno di attingere ad altre opere, è qualcosa di indipendente e a sé stante, pur rimanendo sempre molto fedele al Canone.

Certo, Andor ha anche dei difetti. Nella misura in cui risulta lento per una parte del pubblico, nella misura in cui trascura quasi completamente gli alieni, all’interno di una lore che della diversità fa il suo punto forte, e per certi passaggi a vuoto, certi momenti più prevedibili di altri. Ma dopo questo finale possiamo dire che sono difetti, assolutamente, trascurabili, perché Andor si conferma un contenuto di intrattenimento consigliabile a buona parte del pubblico, un’opera di fantascienza perfettamente fruibile anche da chi non vive di pane e Star Wars.
Andor, con la sua idea di ribellione commovente perché è l’anima dell’opposizione a un potere corrotto e totalitario, è anche un monito sulla realtà, all’umanità intera, su come riusciamo a cadere ciclicamente negli stessi, stupidi, errori. Ma è anche un messaggio di speranza, come è giusto che sia ciascun contenuto di Star Wars. Ok, adesso non ci resta che aspettare il 4 gennaio, quando arriverà The Bad Batch Stagione 2, e poi il 22 febbraio, quando sarà la volta di The Mandalorian 3. Speriamo solo che la parola fine sia il più lontano possibile…






