Recensire “The Shore” non è stato affatto facile, nel senso che arrivare ai titoli di coda è stato un vero e proprio supplizio. Purtroppo devo iniziare così la recensione di un titolo che a prima vista mi aveva affascinato molto ma che purtroppo pad alla mano non riesce a trasmettere nulla se non disagio, ma andiamo con ordine cercando di argomentare questa severa introduzione.
The Shore: Enhanced Edition è uscito su PlayStation 5 il 30 di aprile, una versione rifinita dell’omonimo titolo uscito con non poche difficoltà su PC nel 2021 ad opera di un unico autore, il designer ed artista greco Ares Draconis. Il titolo rappresenta una vera e propria enciclopedia della mitologia Lovecraft, che per chi non lo sapesse fonda le sue radici nella consapevolezza dell’insignificanza umana in un universo freddo, dominato da divinità indifferenti oppure ostili, mettendo l’essere umano in una condizione di difetto in quanto impotente di fronte a delle entità che hanno con lui rapporto che una formica potrebbe avere con uno stivale….. cit.

Il gioco ci mette nei panni del pescatore Edward, un uomo spezzato dalla perdita della figlia che dopo un naufragio di trova in un isola di cui aveva solo sentito parlare dal padre e dai vecchi pescatori, un luogo temuto e perduto. Il suo obiettivo è chiaro e condivisibile, trovare la ragazza. Quello che non sa è che l’isola è un punto di contatto tra il nostro mondo e le dimensioni ancestrali che abbiamo descritto sopra.

Il gioco parte decisamente bene: l’atmosfera è ottima e l’esplorazione risulta gratificante, soprattutto nelle prime fasi, in quanto l’isola è piena di relitti e indizi sulle persone che si sono perse prima di noi. Messaggi nelle bottiglie e pagine strappate lasciate a prendere polvere sono elementi gestiti con cura, che hanno il merito di accendere una sana e positiva curiosità. Il motore grafico utilizzato è l’Unreal Engine 4, che dona fotorealismo allo scenario. Infatti, nonostante qualche modello poligonale e alcune animazioni meno ispirate, il titolo a livello visivo è davvero piacevole; anche le creature mitologiche sono affascinanti e ben realizzate, trasmettendo perfettamente quel senso di inquietudine che il gioco si propone di offrire. Peccato che i pregi finiscano qua.

Il gameplay si rivela presto ripetitivo e frustrante: nella prima parte, ponendosi come un walking simulator, il titolo riesce a gettare le basi per un discreto gioco d’indagine; a un certo punto, però, se ne dimentica e ci affida un misterioso artefatto in grado di difenderci dalle minacce dell’isola. Una scelta pessima. Il sistema di combattimento è terribile e legnoso, e ci costringe a sopportare lunghe sezioni in cui la vera sfida è non lanciare il pad contro il televisore: tra bug di collisione e compenetrazioni grafiche, completare queste aree senza travasare bile sarà un’impresa. Ci troveremo così all’interno di folli labirinti alieni a scappare da esseri che spesso non potremo nemmeno uccidere, ma solo rallentare; saremo costretti a lottare solo per guadagnare una manciata di secondi, correndo senza una meta precisa e con la sola speranza di arrivare velocemente alla fine dell’incubo.
Gli enigmi che dovrebbero essere il cuore pulsante del titolo si riducono a delle combinazioni di glifi o sassi da premere in sequenza senza un effettivo senso, si va a tentativi. In poche parole il gioco non diverte, innervosisce.
Anche la trama non brilla in mezzo a questa parata di fan service. Il protagonista subisce passivamente le decisioni di un’entità che non ammette contraddittorio e ci userà solo facendo leva sul nostro disperato bisogno di ritrovare nostra figlia, cosa che potrebbe anche funzionare, se non finisse in un finale banale e fortemente in controtendenza con lo spirito di un titolo story-driven.
In definitiva sono arrivato alla conclusione di The Shore in una manciata di ore, poco più di 2, e l’unica cosa che mi ricordo è del momento in cui l’ho disinstallato dalla console. Purtroppo nonostante una direzione artistica valida ed alcuni momenti piacevoli il titolo risulta un confusionario ammasso di materiale a tema Lovecraft che invece di valorizzarlo finisce per banalizzare il tutto. Nota positiva per i cacciatori di trofei, un bel platino facile facile.








