VECCHIE ROTTE, NUOVE VELE: LA PROVA DEL NOVE PER BLACK FLAG

Matteo Greco
Matteo Greco
Sono Matteo Greco, classe 1989, nato a Genova, e ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo del gaming in tenera età con il Sega Mega Drive! Nel tempo questa passione è cresciuta fino alla decisione di aprire un canale YouTube. L’amore per il cinema e per la fantascienza è cresciuto di pari passo.
VECCHIE ROTTE, NUOVE VELE: LA PROVA DEL NOVE PER BLACK FLAG

Ci sono momenti in cui una saga decide semplicemente di andare avanti. E poi ci sono momenti in cui è costretta a guardarsi indietro.
Negli ultimi anni Assassin’s Creed ha attraversato una fase molto difficile. Una serie che per molto tempo ha rappresentato uno, se non il più importante, dei pilastri dell’identità di Ubisoft si è ritrovata a fare i conti con un pubblico sempre più diviso, con formule che hanno iniziato a mostrare i segni del tempo e con una direzione creativa confusa, per non dire altro.
Da una parte l’esigenza di evolversi, dall’altra la nostalgia. Un contrasto che ha accompagnato Assassin’s Creed per molti anni e che oggi assume un significato ancora più profondo, soprattutto quando Ubisoft decide di riportare in vita uno dei capitoli più amati e discussi dell’intera serie. Assassin’s Creed IV: Black Flag.
Un gioco che, paradossalmente, nacque proprio durante un momento di cambiamento. Un capitolo che prese una saga fondata su assassini, confraternite e cospirazioni e la portò in mare aperto,trasformandola quasi in qualcosa di completamente diverso. Eppure, proprio lì, Ubisoft riuscì a creare un’esperienza capace di conquistare milioni di giocatori. Un gioco che ancora oggi rappresenta una perfetta unione tra esplorazione e storia, tra vecchio e nuovo.
Oggi questo gioco torna nelle vesti di un remake. E non potrei essere più felice, egoisticamente parlando, perché il quarto capitolo rappresenta per me una raccolta di bellissimi ricordi.
Lo comprai insieme alla PlayStation 4, in coppia con il più titolato Killzone, che non toccai mai. Per due mesi mi persi letteralmente nel mare dei Caraibi, alla ricerca di tutto quello che questo meraviglioso gioco aveva da offrire.
Rimanendo, senza dubbio, la mia ultima esperienza pienamente positiva con la saga che da quel momento in poi non è più riuscita a trasmettermi le stesse emozioni e la stessa voglia di giocare.
Ma tornando a oggi, la domanda sorge spontanea: questo nuovo capitolo è tecnicamente migliore dell’originale?
La risposta, però, non basta.
Perché c’è un’altra domanda, sicuramente più importante:
Perché, dopo tutti questi anni, sentiamo il bisogno di tornare proprio qui?
Per rispondere bisogna parlare del remake, naturalmente. Ma bisogna parlare anche di ciò che Assassin’s Creed è stato.
Perché siamo di fronte non soltanto a uno dei capitoli più amati della saga.
Siamo forse di fronte a uno dei momenti in cui Assassin’s Creed è riuscito a cambiare senza perdere sé stesso.

VECCHIE ROTTE, NUOVE VELE: LA PROVA DEL NOVE PER BLACK FLAG

Dopo averlo giocato a fondo, la sensazione che mi rimane è semplice: Assassin’s Creed IV è ancora un gioco meraviglioso. Ma soprattutto, questo remake non si limita a ricordarci quanto fosse bello l’originale. Al contrario, prende quella formula e le dona nuova maturità.

LA STORIA RIMANE IL CUORE DELL’ESPERIENZA

Edward Kenway abbandona il Galles, lasciandosi alle spalle una vita umile e una donna che amava, per qualcosa in cui si sente destinato.
Solcare i mari e fare fortuna.
Un protagonista meravigliosamente imperfetto: lontano dal credo degli Assassini, senza una vera vocazione eroica e senza avere inizialmente alcun interesse per la causa che finirà per coinvolgerlo.
Un uomo ambizioso, impulsivo e spesso egoista.
Ed è proprio questo a rendere il suo percorso di crescita ancora più bello.
Perché Black Flag non racconta soltanto una storia di pirati, tesori e battaglie navali. Racconta il percorso di un uomo che cerca qualcosa senza sapere realmente cosa stia cercando. E più ci avviciniamo alla risposta, più il gioco mette in discussione il valore stesso di quella ricerca.
È una storia che, nonostante gli anni, continua a funzionare.

ANVIL ENGINE: IL VERO SALTO GENERAZIONALE

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Il motore grafico è uno degli aspetti che colpiscono maggiormente di questo remake. Perché non sembra semplicemente un vecchio gioco aggiornato graficamente.
Il titolo è stato completamente ricostruito utilizzando il rodato Anvil Engine, già utilizzato con ottimi risultati su Shadows. La differenza salta subito all’occhio.
Il motore permette di utilizzare tecniche moderne come il Physically Based Rendering, il Micropolygon Rendering e, soprattutto, il Ray Tracing con illuminazione globale, rendendo l’esperienza visiva davvero piacevole.
Ma il vero protagonista è lui. Il mare.
Il rendering e la simulazione dell’acqua sono stati completamente modernizzati, lavorando su trasparenza, schiuma, rifrazione, dimensione delle onde ed eventi atmosferici. E considerando quanto il mare sia centrale nell’esperienza di Black Flag, è probabilmente uno degli
elementi che beneficia maggiormente del salto generazionale. Una differenza significativa rispetto all’originale è anche l’assenza totale di caricamenti, che contribuisce a rendere l’esplorazione molto più fluida e continua.
E nonostante tutte queste tecnologie, il gioco risulta relativamente gestibile su PC. Un aspetto assolutamente non banale, soprattutto considerando la qualità visiva raggiunta.
Il risultato è un mondo che non sembra semplicemente più bello. Sembra più vivo.
E questo, per un remake di Black Flag, è forse il risultato più importante che il nuovo motore potesse ottenere.

IL PROBLEMA DELLE ATTIVITÀ SECONDARIE? NON QUESTA VOLTA

Uno dei rischi più grandi, quando si parla di un Assassin’s Creed moderno, è quello delle attività secondarie.
Per anni la saga ci ha abituato a mappe enormi piene di icone, collezionabili, incarichi e attività che spesso davano soltanto la sensazione di essere lì per aumentare la quantità dei contenuti, più che per arricchire realmente l’esperienza.
Black Flag, già all’epoca, aveva una quantità enorme di cose da fare. Eppure c’era una differenza fondamentale: molte erano realmente piacevoli.
Il remake mantiene questa caratteristica.
Ci sono tantissime cose da fare: esplorare, cercare tesori, conquistare i forti, pescare, cacciare e gestire un covo notevolmente migliorato e ampliato rispetto all’originale. Ma il vero segreto di questo gioco è che non ti obbliga a farlo. Ti fa venire voglia di farlo.
Una differenza a prima vista sottile, ma enorme.
Perché quando fai un’attività secondaria di tua spontanea volontà significa che il gioco ha creato una
cosa fondamentale: la curiosità.
Ed è proprio questa curiosità che rende l’esplorazione dei Caraibi ancora così piacevole. Non stai semplicemente cercando qualcosa perché il gioco ti ha detto di farlo. Lo fai perché vuoi sapere cosa c’è dall’altra parte dell’orizzonte.

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L’ANIMUS COME NUOVO PUNTO DI INCONTRO DELLA SAGA

C’è però un altro elemento di Black Flag Resynced che, a prima vista, potrebbe sembrare quasi secondario, ma che secondo me nasconde una delle decisioni più importanti prese da Ubisoft per il futuro di Assassin’s Creed: l’Animus Hub.
Per capire davvero cosa rappresenta, bisogna smettere di considerarlo semplicemente come un menu.
Di fatto, è il tentativo di Ubisoft di costruire una sorta di porta di accesso permanente all’intera saga. La struttura è molto interessante: invece di avere ogni Assassin’s Creed completamente isolato dagli altri, l’Hub permette di muoversi attraverso una timeline della serie, recuperare informazioni, seguire i propri progressi, affrontare sfide e accedere a contenuti aggiuntivi.
Con Black Flag Resynced arrivano inoltre i Crossover Projects, che collegano direttamente esperienze e ricompense appartenenti a giochi differenti. Ed è proprio qui che, secondo me, bisogna guardare al futuro.
Ubisoft sembra voler trasformare l’Animus in qualcosa di molto più grande rispetto alla semplice cornice narrativa che abbiamo conosciuto nei primi capitoli.
Per anni è stato principalmente uno strumento narrativo: serviva a giustificare il viaggio del giocatore nel passato e a collegare la storia contemporanea con quella degli Assassini.
Adesso il concetto sembra essersi completamente ribaltato. Non è più soltanto il dispositivo attraverso cui entriamo nella storia.
È il luogo attraverso cui Ubisoft vuole collegare tutte le storie.
Immaginiamo quindi Assassin’s Creed non più come una serie di giochi separati, ma come un unico grande universo nel quale ogni nuovo capitolo rappresenta una nuova finestra temporale.
Oggi entriamo nei Caraibi con Edward Kenway.
Domani possiamo tornare nel Giappone feudale con Naoe e Yasuke.
E attraverso l’Animus Hub queste esperienze possono dialogare tra loro, condividere contenuti, ricompense, riferimenti narrativi e progressi.
È una direzione ambiziosa. E, personalmente, sono curioso di vedere dove porterà.
Perché se Ubisoft riuscirà a utilizzare questo sistema per creare un collegamento reale tra i capitoli, senza trasformare l’Hub nel centro dell’esperienza, potrebbe rappresentare una nuova fase molto interessante per la saga.
L’Animus deve collegare i giochi.
Non deve diventare il protagonista.
Perché Assassin’s Creed funziona quando ci fa affezionare a un personaggio, quando ci fa venire voglia di esplorare una città e quando ci spinge a salpare verso un’isola semplicemente per vedere cosa c’è oltre l’orizzonte. E Black Flag Resynced lo dimostra ancora una volta.

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CONCLUSIONI


Arrivati alla fine di questa recensione, una cosa mi sembra evidente: non siamo in presenza soltanto di un buon remake.
È un promemoria di ciò che questa saga è stata capace di fare quando riusciva a trovare il giusto equilibrio tra esplorazione, storia, personaggi e libertà.
Ubisoft ha preso uno dei migliori capitoli della saga e lo ha ricostruito in forma moderna, senza limitarsi a restaurarlo.
Grazie alla tecnologia attuale, i Caraibi sono ancora più spettacolari, vivi e immersivi. Il nuovo motore valorizza tutti gli aspetti dell’esperienza, mantenendo al tempo stesso requisiti di sistema che, almeno su PC, risultano relativamente accessibili.
Ma la cosa più importante non è la grafica. Non sono le attività secondarie. Non è nemmeno l’Animus Hub.
La cosa più importante è che Black Flag funziona ancora.
Funziona perché Edward Kenway funziona.
Funziona perché il mare funziona.

Funziona perché esplorare questo mondo continua a essere un piacere.
E funziona perché, a distanza di anni, riesce ancora a ricordarci cosa significava innamorarsi di Assassin’s Creed.
Forse è proprio questo il vero significato di questo remake. Non tornare semplicemente al passato.
Ma ricordarsi, attraverso il passato, che direzione prendere per il futuro. E se questo è davvero il punto da cui Ubisoft vuole ripartire, allora sono curioso di vedere quale sarà la prossima rotta.
Ora scusatemi, ma vi devo lasciare. Ho scritto tanto.
E devo andare per mare.
Ci si vede in game.
O per mari.

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