Poche sono le opere artistiche immortali, e fra queste 2001: Odissea nello spazio ha sicuramente un posto di diritto. Dal 1968 infatti il film non ha ancora smesso di parlarci, né di rivelare nuovi strati di significato a chi, come chi scrive, ha la fortuna di rivederlo spesso. Una delle domande per me più difficili sarebbe proprio “Puoi dirmi la trama di 2001?”. Ma, per meglio inquadrare le riflessioni che seguiranno, cercherò di delineare un profilo degli eventi narrati.

Il film si apre presentando, milioni di anni fa, la vita dell’uomo primitivo come animale fra gli animali: in quanto tale, i nostri antenati dalle fattezze scimmiesche sono intenti a soddisfare esigenze basilari come nutrirsi e difendersi dalle forme di vita in competizione con loro. Un mattino, tuttavia, un branco di scimmie trova, all’ingresso del proprio rifugio, un monolite nero, squadrato e slanciato. Malgrado la paura iniziale, gli si avvicinano, toccandolo e annusandolo. Dopo il contatto con questo oggetto misterioso, la vita delle scimmie cambia: una di loro scopre che può usare un osso per uccidere. Questo apre nuove strade per il soddisfacimento delle proprie esigenze: adesso il protouomo impara a uccidere altri animali per cibarsene e a uccidere chi minaccia la sua sopravvivenza. Comincia l’evoluzione verso l’homo sapiens.

Con una spettacolare ellissi di milioni di anni, la narrazione si sposta dall’uomo primitivo all’allora futuristico anno 2001. In quest’epoca un team di scienziati si dirige sulla Luna perché, in uno dei suoi crateri, è stata scoperta una misteriosa struttura nera e squadrata: un monolite, appunto. Il problema è che, stando ai rilevamenti, quella struttura è stata piantata lì circa 4 milioni di anni fa, proprio mentre sulla Terra l’uomo cominciava a scendere dagli alberi. Mentre gli scienziati analizzano il monolite, questo emette un potentissimo segnale radio diretto verso Giove.

Nella terza e ultima sezione del film, che ha luogo 18 mesi dopo gli eventi narrati sulla Luna, seguiamo le avventure degli astronauti Frank Poole e David Bowman, che insieme ad altri altri scienziati ibernati e al computer di bordo Hal 9000, sfrecciano attraverso il sistema solare a bordo della Discovery 1, diretti verso Giove nel contesto di una missione spaziale di cui nemmeno loro conoscono la vera finalità. È qui che succede il dramma. Il computer Hal, preoccupato che David e Frank vogliano spengerlo in seguito a un errore commesso nel calcolo dei tempi di avaria di un componente, prende il controllo della nave e cerca di uccidere i suoi padroni. Solo Bowman riesce a sopravvivere e a spengere Hal, proprio poco prima che, una volta nello spazio di Giove, un messaggio automatico del governo informa ormai l’unico superstite della Discovery della vera natura della missione: indagare sulle forme di vita extraterrestri che hanno posizionato sulla Luna uno strumento dal quale, 18 mesi prima, era partito un segnale proprio verso Giove. Nei pressi del gigante gassoso Bowman attraverserà un ultimo monolite, per ritrovarsi infine al cospetto di queste creature.

2001 è quindi principalmente un film sulla presenza di vita extraterrestre nel nostro sistema solare. Tuttavia questa tematica viene declinata nella prospettiva di un altro tema centrale: l’evoluzione dell’uomo e l’accesso a veri o presunti stadi evolutivi superiori. Questa prospettiva si coglie a pieno se si leggono i libri che hanno ispirato più o meno direttamente il film. Come tutti sanno, il libro di riferimento per Kubrick è stato il racconto di Arthur C. Clarke La Sentinella (1951), ma meno noto è l’apporto di un romanzo dello stesso Clarke, che in italiano è stato tradotto “Le guide del tramonto” ma che in originale si intitola Childhood’s end (“Fine dell’infanzia”, 1953). La trama è molto suggestiva. Un giorno degli alieni, detti “I Celestiali” arrivano nei cieli della Terra, ma senza intenzioni belliche. Il loro obiettivo anzi è guidare l’uomo verso una nuova età dell’oro a una sola condizione: che nessuno tenti la via dello spazio. Nel finale, mentre le generazioni di uomini si seguono nel tempo, si scopre che questi Celestiali sono in realtà degli ambasciatori di un’altra civiltà, talmente evoluta da essere puro intelletto, e da aver abbandonato la propria forma materiale. Questa civiltà aveva avvertito che l’uomo stava per fare un salto evolutivo simile, e aveva inviato i Celestiali a vegliare sul trapasso della vecchia specie e sulla nascita di questi nuovi uomini, dotati di poteri telepatici. Questa idea di evoluzione verso forme di vita superiori aveva attirato Kubrick, ma un film su “Le guide del tramonto” risultava fuori portata, sia per la trama articolata del libro che per motivi di diritti. Il regista così decise di lavorare con Clarke a una nuova opera, ma dai temi affini. Mentre quindi Kubrick lavorava allo script del suo film Clarke lavorava al suo romanzo: i due collaboravano allo sviluppo di soluzioni tanto per l’uno quanto per l’altro e fu così che, nel 1968, 2001: Odissea nello spazio vide il suo debutto sia nei cinema che nelle librerie (quindi no, questa volta la regola “era meglio il libro” non si applica: si tratta di due prodotti praticamente gemelli).

Una volta noto il processo di genesi del film, emerge chiaramente il ruolo che questa civiltà extraterrestre, in 2001, ha nei confronti dell’uomo. Sono i guardiani della sua evoluzione e, attraverso i monoliti, monitorano il suo cammino (sapendo, per esempio, quando questo è così progredito da poter arrivare sulla Luna). Un punto però da non dimenticare è che si tratta di una civiltà così evoluta da aver abbandonato completamente lo stadio fisico, ed essere diventata solo pensiero ed energia. Questo punto si lega a due temi fondamentali del film, come i bisogni materiali dell’uomo e il valore della morte. Ma andiamo con ordine.

Il ruolo dei bisogni materiali nella vita dell’uomo è un tema centrale nella filmografia di Kubrick in generale: non a caso il regista decide di ambientare spesso punti di svolta delle trame dei propri film all’interno di un bagno. In 2001, tuttavia, il bisogno materiale si manifesta come bisogno di nutrimento. L’uomo-scimmia si nutre nella savana, gli scienziati della Luna discorrono di questo oggetto misterioso mentre mangiano e l’equipaggio della Discovery si nutre mentre assiste alla registrazione delle proprie interviste. Non è un caso, allora, che questi extraterrestri immateriali accolgano Bowman in quello che suppongono essere un ambiente in cui l’uomo possa sentirsi a suo agio: una simil-casa che abbia un bagno e un tavolo con del cibo. L’immaterialità di questi esseri extraterrestri, che rappresentano il nuovo stadio evolutivo, si definisce allora, per contrasto con la storia dell’uomo, proprio come possibilità di svincolarsi da bisogni materiali come l’esigenza di nutrirsi.

E qui arriviamo al secondo punto, il ruolo della morte. Come ricordate, un Bowman ormai invecchiato al cospetto degli alieni indica, prima di morire, un monolite che compare davanti a lui. Dop averlo attraversato metaforicamente per l’ultima volta, è pronto a rinascere come feto cosmico, in grado di portare agli uomini sulla Terra la vera via dell’evoluzione. In questa prospettiva dunque la morte è vista come accesso a quell’immaterialità che rappresenta lo stadio evolutivo superiore alla nostra condizione attuale: l’unica condizione in cui, a conti fatti, ci liberiamo dei bisogni materiali. Stadio evolutivo da cui però sono precluse le creazioni dell’uomo: nessuna immaterialità infatti può aspettare Hal. Ma perché? Hal, il computer infallibile, è in realtà una creatura imperfetta dal punto di vista evolutivo: la sua paura di essere spento dopo il suo errore sulla Discovery è una profonda metafora della paura di morire, e dunque del rifiuto della possibilità di aprirsi allo stadio evolutivo successivo, che invece aspetta l’uomo. Hal, inoltre, in quanto discendente diretto dell’osso che il primo uomo scimmia scopre di poter usare a proprio vantaggio, rappresenta – nel suo delirio – un monito severo all’uomo stesso sul non affidare il proprio cammino evolutivo solamente alla sofisticazione degli artefatti che è in grado di produrre. Un progresso simile, basato sulla padronanza di nuovi strumenti, può andare bene per le scimmie: l’uomo deve ambire a di più.

In conclusione, quello che Kubrick aveva apprezzato delle idee di Clarke era proprio la presenza di esseri extraterrestri immateriali che vegliassero sull’evoluzione dell’uomo e lo guidassero a stadi superiori. Il regista ha poi sviluppato un’opera in cui ha fuso sapientemente questi temi con altre tematiche care alla sua riflessione, come la violenza della lotta per la sopravvivenza e la materialità dei bisogni umani. A questi ha aggiunto il conflitto con la macchina, simboleggiata dal magnifico e terribile Hal 9000. Il tutto è stato portato a termine con tecniche di regia, effetti speciali e scelta delle colonne sonore eccezionali, per confezionare quello che è di diritto uno dei film più importanti della storia per forma e contenuto.






