Sport e cinema: tante storie ed emozioni tra vittorie e sacrifici (Parte 1)

Stefano Sacchi
Stefano Sacchi
Da sempre appassionato di cinema, seguo con passione i grandi universi cinematografici Marvel, Star Wars, Il Signore degli Anelli ma anche le grandi saghe d'azione. Adoro la settima arte per i mondi che è in grado di creare, le storie che è in grado di raccontare e per i sogni che ci permette di fare ad occhi aperti.

Un protagonista con un passato da affrontare. Una squadra demotivata e divisa che si trasformerà in famiglia. Una sfida che sembra disperata e impossibile, fatta di grandi sconfitte ma anche straordinarie vittorie. Drammi familiari e vite complicate si trasformano in una spinta per cercare il proprio riscatto.

Un racconto dove la motivazione, la voglia di lottare e il coraggio di superare i propri limiti ma anche le cadute e i traumi subiti diventano metafora della vita. Anche se si sta parlando di sport, tema da sempre ricorrente nella storia del cinema: che sia pugilato, gare automobilistiche, baseball o altro, sono quasi sempre pellicole dal cast stellare e dal notevole successo di pubblico. Tanti sono stati i titoli diventati celebri e a questi si aggiunge lo spettacolare “F1 – Il Film” con protagonista Brad Pitt e uscito nelle sale italiane solo il giugno scorso. Andiamo ad approfondire questa e ad altre tra le più famose pellicole del genere.

F1 – Il Film

Partiamo proprio dal titolo più recente, da molti considerato la versione automobilistica di “Top Gun: Maverick” con cui condivide il regista Joseph Kosinski e di cui potrebbe sembrare che ricalchi alcune dinamiche narrative. Cambia però l’attore protagonista, che in questo caso è Brad Pitt. Negli anni ‘90 Sonny Hayes era una promessa della F1, destinato a diventare un campione. Un grave incidente però mette fine alla sua carriera, con importanti conseguenze fisiche e mentali. 30 anni dopo Sonny è ancora un pilota, corre in qualsiasi gara in giro per il mondo senza legarsi mai ad un team. Un giorno bussa alla sua porta il suo vecchio amico Ruben, ora dirigente di una nuova scuderia emergente ma che fatica ad ottenere anche solo una vittoria: gli serve un pilota esperto da affiancare al giovane talento Joshua Pearce.

Seppur restio, Sonny capisce che quella è la sua seconda occasione. Fin da subito dimostra carisma, strategia e un nuovo modo di pensare fuori dagli schemi che darà ottimi risultati oltre che nuova linfa vitale alla squadra. Non mancheranno momenti di sconforto, incidenti di percorso, scontri molto accesi, verità da affrontare e traumi da superare. Per giungere poi ad un finale emozionante ed un livello di coinvolgimento altissimo per tutta la durata della pellicola. Il racconto di un sogno che si realizza. Grazie al coraggio. Alla motivazione. Alla voglia di fare di più. Di combattere. E di non arrendersi mai. Al fianco di Pitt, troviamo Javier Bardem nel ruolo del suo amico Ruben, mentre Damson Idris è l’impetuoso e veloce Joshua Pearce.

Giorni di tuono

Se “F1 – Il Film” è stato paragonato a “Top Gun: Maverick”, questa pellicola del 1986 è stata spesso assimilata al primo “Top Gun”. Sarà per la rinnovata collaborazione tra Tom Cruise e il regista Tony Scott. O forse per una sceneggiatura simile: un protagonista spregiudicato, una rivalità che si trasforma progressivamente in rispetto e poi in amicizia, un evento drammatico che genera un trauma da superare e una storia d’amore complicata. Il risultato è un film coinvolgente e con un grande successo di pubblico, ma forse meno d’impatto rispetto alla precedente con il divo hollywoodiano. Qui interpreta Cole Triple, un giovane pilota ingaggiato per correre per una scuderia della Nascar. Fin da subito dimostra un grande talento e passione per la velocità, ma anche la tendenza a non finire nessuna gara; grazie alla guida del coach Harry Hodge inizierà a vincere e a scalare le classifiche.

Finchè un grave incidente che coinvolge lui e un suo rivale non innesca in lui la paura della velocità. Solo quando affronterà un’esperienza simile rimanendo illeso, ricomincerà a vincere e a diventare il campione che è destinato a diventare. Nel cast troviamo Robert Duvall nel ruolo del coach Harry Hogge, Nicole Kidman è la dottoressa di cui si innamora Cole e infine Michael Rooker è il rivale che diventerà amico.

Rocky

Quando si parla di sport come metafora della vita non si può non citare il film che ha dato la svolta alla carriera di Sylvester Stallone, rendendolo uno dei nomi più autorevoli del cinema tra gli anni’ 80 e ‘90. Ovviamente stiamo parlando di “Rocky”, pellicola del 1976 scritta e interpretata da Sly e prima di una delle saghe più celebri e amata a livello mondiale. La trama è nota a tutti: un pugile di seconda classe si trova di fronte all’opportunità di affrontare sul ring l’attuale campione mondiale dei pesi massimi Apollo Creed. Se per tutti si tratta di una mera esibizione per celebrare l’inizio del nuovo anno e dall’esito già scontato, per Rocky non è così. Per lo Stallone Italiano rappresenta l’opportunità per dimostrare a sé stesso e agli altri che non è un fallito: per questo il suo obiettivo diventa solo resistere per 15 riprese e restare in piedi fino alla fine.

E in effetti così sarà, ma avrà anche modo di mettere in seria difficoltà il campione. Rocky perde l’incontro, ma vince la battaglia con sè stesso, viene acclamato dal pubblico e dichiara il suo amore per la donna della sua vita Adriana. Ha successo nella sua impresa, grazie alla sua tenacia, alla sua dedizione e al suo coraggio. Doti che servono sul ring come nella vita, che infine non è che un grande match fatto di batoste e vittorie. Già la trama è avvincente ed entusiasmante, ma allo stesso modo lo è il retroscena su come è stato realizzato il film: Sylvester Stallone era praticamente sul lastrico, quando gli venne l’ispirazione per questo film che scrisse in tre giorni. Si impose per poter essere lui ad interpretare questo ruolo che divenne iconico e in un certo senso il riflesso della storia dello stesso attore (come dimenticare che “Rocky III” è il racconto di quello che sarebbe potuto succedere a Sly se avesse dimenticato le sue origini).

Cinderella Man – Una ragione per cui lottare

Come detto precedentemente, le storie ambientate sul ring sono spesso il pretesto per raccontare le difficoltà e le battaglie da combattere nella vita reale. E’ il caso di questa pellicola diretta da Ron Howard e magistralmente interpretata da Russell Crowe e Reneè Zellweger; racconta la storia di James J. Braddock, pugile di origini irlandesi la cui carriera fu bruscamente interrotta dalla Crisi del ‘29. La sua famiglia finì in povertà e l’uomo fu costretto a cercare lavoro al porto, mentre cercava di mantenere la sua carriera di pugile; ben presto però le mani e il corpo affaticato si fecero sentire e, dopo l’ennesima sconfitta, Braddock vide ritirata la sua licenza. La situazione peggiorò ulteriormente, mentre l’ex pugile cercava di tenere unita la sua famiglia; un giorno però gli si presenta la possibilità di salire di nuovo sul ring: il suo vecchio manager si presenta offrendogli un incontro per la sera stessa, dato che uno dei due pugili si era ritirato. Braddock accetta e, ripresa confidenza con i guantoni, vince l’incontro.

Da quel momento inizia per lui una serie di match che si trasformano in altrettante vittorie, finchè non diventa lui lo sfidante numero uno contro l’attuale campione in carica, il pericoloso e spietato Max Bear. Così, mentre si prepara ad affrontare la sfida più importante e complicata della sua vita, diventa un simbolo per tutta la povera gente che ha visto il proprio mondo crollare. Un simbolo di speranza, della possibilità di potersi rialzare con dignità, mantenendo intatti i propri valori. Questa pellicola ottenne un grande successo ed è considerata una delle migliori interpretazioni di entrambi i protagonisti: ancora una volta il ring diventa il luogo dove si combattono le battaglie più importanti, dove si cade ma dove è importante anche sapersi rialzare.

Million Dollar Baby

Anche Clint Eastwood ha portato sul grande schermo il mondo della boxe, stavolta femminile. E lo ha fatto nel 2004 dirigendo e interpretando un film crudo, duro, dove il realismo diventa strumento per narrare una storia fatta di vittorie e momenti drammatici, fino ad arrivare ad un finale toccante ed emotivamente impegnativo. Si tratta anche del racconto di un sogno che si realizza attraverso lo sport, in particolare attraverso la boxe. Maggie (Hilary Swank) ha 31 anni, lavora come cameriera e ha alle spalle una situazione familiare infelice. E’ determinata a diventare una pugile professionista, nonostante tutti gli dicano che alla sua età è impossibile.

Riceve questa risposta anche da Frankie Dunn (Eastwood), anziano e scorbutico coach che gestisce una palestra di periferia: ex pugile, è una persona molto chiusa, che tiene a distanza chiunque e vorrebbe solo riallacciare i rapporti con la figlia. Inizialmente rifiuta di allenare Maggie, ma poi, vedendone la caparbietà, il coraggio e la grinta, accetta di darle una mano. Tra i due si crea un legame di assoluta fiducia reciproca, oltre che un forte legame emotivo. Maggie si dimostra un’abile pugile e arriva ad ottenere un incontro per il titolo. Un viaggio nel mondo della boxe, che ancora una volta rappresenta un’occasione di riscatto, una nuova vita, una forma di realizzazione di se attraverso le battaglie fuori e dentro il ring. Maggie dimostra questa forza anche nell’ultima parte del film, dove lo spettatore si trova davanti ad una svolta drammatica. A fianco dei due protagonisti,  nel ruolo del migliore amico di Frankie e di voce narrante, troviamo Morgan Freeman. Le pellicola ha ottenuto 4 premi Oscar, tra cui quello come Miglior film e come Miglior regista per Clint Eastwood.

Gran Turismo

Se negli anni ‘90 era il cinema ad ispirare i videogiochi, questa tendenza si è in parte invertita: essendo diventati parte integrante e fondamentale dell’intrattenimento, diventa fonte di storie che vale la pena portare sul piccolo o grande schermo. Nel 2023 è il turno dell’adattamento del simulatore incredibilmente realistico che è Gran Turismo. La pellicola prende ispirazione da una storia realmente accaduta (anche se come sempre alcuni eventi risultano romanzati), che ha visto alcuni tra i migliori giocatori di questo videogame scendere in pista e avere accesso ad una carriera professionistica al fianco di piloti già esperti.

Il risultato è una pellicola godibile, dalla trama abbastanza lineare e senza sorprese: sicuramente appassiona il pubblico più giovane e i giocatori di Gran Turismo. Per il resto si tratta di un racconto classico sul tema del viaggio di un campione: dalle prime insidie alle prime vittorie, passando per un evento traumatico che, una volta superato e affrontato, renderà il protagonista più determinato che mai a raggiungere il suo obiettivo. La trama prende avvio da un’idea di Danny Moore, responsabile marketing della Nissan, che decide di reclutare per la divisione corse dei giovani videogiocatori di Gran Turismo. Istituisce così la GT Academy e, tramite alcune gare online, individua i 10 migliori piloti tra cui individuare colui che sarà scelto per correre nel team Nissan. Per allenare i ragazzi convince a partecipare al progetto Jack Salter, ex pilota che, dopo aver visto la sua carriera stroncata, ha sempre lavorato come meccanico. Fin da subito si dimostra un coach inflessibile e deciso, per preparare al meglio i futuri piloti: tra questi c’è l’inglese Jann Mardenborough, che da sempre sogna di gareggiare, nonostante sia osteggiato dal padre che lo spinge ad abbandonare il suo progetto.

Nonostante le iniziali difficoltà e i dubbi di Jack, il giovane vince la corsa decisiva e accede così alle gare professionistiche. Ottiene la licenza e, fin da subito, dimostra coraggio e uno sguardo particolare nell’affrontare i diversi circuiti, frutto della sua esperienza sulla console. Un grave incidente scombussola Jann a livello fisico e mentale e mette a rischio l’intero progetto: così Danny propone di costruire un team di giocatori di Gran Turismo, composto da Jann e da altri due piloti della GT Academy. Diventa l’occasione per il protagonista di dimostrare a se stesso, alla sua famiglia e a chi ha creduto in lui che il suo sogno non era impossibile, ma era giunto il momento di renderlo reale.

Warrior

Nel 2011 il cinema incontra le MMA in questa pellicola in cui lo sport è sia sfondo sia un mezzo per risolvere il dramma familiare al centro della vicenda. La storia di 3 uomini  che combattono le proprie battaglie personale e si trovano ad affrontare vecchie ferite mai rimarginate. Paddy (Nick Nolte) è un’anziano ex combattente e Marine, che da vive da solo da quando l’alcolismo ha distrutto la sua famiglia.

Un giorno bussa alla sua porta il figlio minore Tommy (Tom Hardy), che non vedeva da diversi anni: il giovane infatti lo aveva abbandonato per seguire la madre malata. Ora si rivolge al padre per chiedergli di allenarlo per un importante torneo di MMA con un premio in denaro per il vincitore. Una volta iniziato il torneo scoprono che tra gli avversari c’è anche Brendan (Joel Edgerton), figlio maggiore di Paddy: rimasto col padre, si era poi rifatto una vita con la sua fidanzata con cui ha messo su famiglia. Diventato insegnante, si trova costretto a combattere di nuovo sull’ottagono per pagare le cure della figlia. Inizia così il torneo e, mentre si scoprono anche le reali motivazioni di Tommy, inevitabilmente i tre sono costretti a confrontarsi e ad affrontare il proprio passato. Se Tommy vince in pochi minuti i suoi incontri grazie alla furia, per Brendan le cose sono più difficili: affronta spesso avversari più forti ed esperti, ma vince grazie alla sua resistenza, determinazione e pazienza. Finché non si arriva al match finale, dove i due fratelli sono costretti ad affrontarsi.

E tutto questo davanti agli occhi del loro padre, distrutto e affranto per questa scena. Con un finale che commuove. Come detto all’inizio la componente sportiva fa da sfondo alla storia principale ma non per questo è trascurata nella sua realizzazione. Le scene dell’allenamento e dei match sono realizzate con grande cura e realismo, diventando parte fondamentale e assolutamente coinvolgente della pellicola.

Ogni maledetta domenica

“O noi adesso risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente”. Queste parole sono tratte da uno dei monologhi più famosi ed effettivamente motivanti pronunciati nella storia del cinema. Ed è stato proprio costruito sul paragone tra la vita e lo sport: in entrambi i casi ci troviamo a combattere le nostre battaglie, piccole o grandi che siano, e la differenza spesso la fanno il coraggio, la forza, la motivazione e la determinazione. A pronunciare questo discorso davanti alla sua squadra di football americano è il coach Tony D’Amato, che ha il volto di Al Pacino. E’ uno dei protagonisti di “Ogni maledetta domenica”, pellicola del 1999 diretto da Oliver Stone: il regista americano mantiene il suo stile realistico e senza fronzoli per raccontare il mondo dello sport attraverso le alterne fortune di una squadra.

Che è a sua volta un insieme di individui, ognuno con le proprie battaglie da affrontare ma che si ricorderanno di fare parte di qualcosa di più grande. Oltre al divo di Hollywood, troviamo Cameron Diaz nel ruolo della giovane e determinata nuova dirigente della società; Dennis Quaid invece dà il volto allo storico quarterback che in seguito ad un grave incidente si trova perso e si rimette in discussione. Oltre a loro tanti altri personaggi, che con le loro vicende personali fanno appassionare lo spettatore alla storia di questa squadra che, attraverso le difficoltà e le complicazioni, arriverà alla resa dei conti finale e alla partita decisiva.

Sport e cinema: tante storie ed emozioni tra vittorie e sacrifici (Parte 1)
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