Il mondo del cinema piange Robert Redford, attore e regista premio Oscar, morto nel sonno a 89 anni nella sua casa nello Utah. Figura centrale della Hollywood tra gli anni Sessanta e Novanta, è stato non solo sex symbol e protagonista di film entrati nella storia, ma anche voce dell’impegno civile e fondatore del Sundance Festival, che ha rivoluzionato il panorama del cinema indipendente.
Un ribelle affascinante sul grande schermo
Nato a Santa Monica il 18 agosto 1936, Redford ha vissuto un’infanzia segnata da lutti e sacrifici. Dopo aver lasciato gli studi nel 1956, viaggiò in Europa, tra Italia e Francia, prima di avvicinarsi al mondo della recitazione. I primi passi arrivarono con ruoli televisivi in serie come Gli intoccabili e Ai confini della realtà.
Il debutto al cinema risale al 1962 con Caccia di guerra, dove incontrò Sydney Pollack, destinato a diventare suo amico e regista di riferimento. Nel 1966 ottenne il Golden Globe come miglior attore emergente per Lo strano mondo di Daisy Clover. La consacrazione arrivò con Butch Cassidy (1969), accanto a Paul Newman, che sancì una delle coppie più iconiche della storia del cinema.
Negli anni Settanta, Redford firmò una serie di film indimenticabili: La stangata (1973, 7 Oscar), ancora con Newman, Come eravamo con Barbra Streisand, I tre giorni del Condor e soprattutto Tutti gli uomini del presidente (1976), in cui interpretò il giornalista Bob Woodward raccontando lo scandalo Watergate.
Lo sport come metafora di vita
Redford ha spesso portato sullo schermo storie legate allo sport. Nel 1969 fu protagonista de Gli spericolati, primo film hollywoodiano sullo sci alpino. Il suo ruolo più iconico in questo filone resta però quello di Roy Hobbs in Il migliore (1984), parabola sul baseball americano. Da regista, firmò La leggenda di Bagger Vance (2000), con Will Smith e Matt Damon, ambientato nel mondo del golf.
Il passaggio dietro la macchina da presa
Ridurre Redford al ruolo di attore sarebbe riduttivo. Nel 1980 debuttò alla regia con Gente comune, vincendo subito l’Oscar per la miglior regia. Seguirono titoli come In mezzo scorre il fiume (1992), Quiz Show (1994) e L’uomo che sussurrava ai cavalli (1998).
Parallelamente, fondò nel 1981 il Sundance Institute e il Sundance Film Festival, punto di riferimento per il cinema indipendente mondiale. Senza il suo contributo, intere generazioni di registi avrebbero avuto meno spazio per emergere.
Gli ultimi anni e il ritiro
Negli anni Duemila ridusse progressivamente le apparizioni sul grande schermo, ma continuò a sorprendere con scelte coraggiose. In All Is Lost (2013) affrontò quasi in solitaria un film di sopravvivenza in mare aperto, accolto con entusiasmo dalla critica. Nel 2018 annunciò il ritiro con The Old Man & the Gun di David Lowery, anche se tornò per un cameo in Avengers: Endgame (2019).
Vita privata e impegno civile
La sua vita privata è stata segnata da amori, lutti e un impegno costante per cause sociali e ambientali. Dal matrimonio con Lola Van Wagenen nacquero quattro figli: il primogenito Scott morì neonato, mentre James si spense nel 2020 a 58 anni. Nel 2009 sposò la pittrice tedesca Sibylle Szaggars, al suo fianco fino alla fine.
Oltre al cinema, Redford è stato attivista per i diritti civili e per la difesa dell’ambiente, convinto che l’arte potesse contribuire a cambiare il mondo.
L’eredità di un sognatore
Con la sua morte, Hollywood perde uno dei suoi ultimi eroi romantici, capace di coniugare fascino da star e impegno civile. Il pubblico internazionale perde invece un compagno di emozioni che, con il suo talento e la sua sensibilità, ha attraversato e segnato generazioni.






