Il fallimento ed i sensi di colpa dei Jedi – Guida al Canon

Alberto Mercurelli
Alberto Mercurelli
Appassionato di Star Wars dal 1996, quando mio padre mi regalò il primo Millennium Falcon. Da allora, continuo a seguire tutto ciò che riguarda la Galassia Lontana Lontana, con particolare attenzione al canone.
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Paladini della giustizia al servizio della Forza, i Jedi nel corso dei secoli hanno rappresentato la speranza di salvezza e di soluzione dei conflitti. Dall’Alta Repubblica fino alle Guerre dei Cloni, i Cavalieri Jedi rappresentavano l’apice della grandezza di valori cui si potesse aspirare. Ma tanto più è elevata la convinzione di sé, tanto più la caduta è rovinosa, quando le aspettative si scontrano con una realtà ben diversa. Dal distacco tra percezione di se stessi, dell’idea che si ha del proprio io, e l’immagine esterna, o, più semplicemente, quello che si è realmente, nasce un profondo senso di depressione, da cui i Jedi protagonisti di vicende terribili sembrano essere affetti. In verità, non solo quelli sopravvissuti alla Purga, ma, in generale, tutti coloro che assistono ad un disastro per l’Ordine sono afflitti dal senso di colpa, finendo, nella gran parte dei casi finora mostrati, a chiudersi nei propri rimpianti, anche imponendosi di non usare la Forza.

Essa è stata ciò che li ha elevati al di sopra dell’essere comune; ma, allo stesso tempo, è l’emblema del fallimento, quando chi sia capace di farne uso, la impieghi in maniera, per così dire, non ottimale, con ripercussioni su tutti coloro che vi si trovino intorno. La storia dei Jedi è costellata di avvenimenti drammatici, che spesso si sarebbero potuti evitare se fossero stati più accorti, meno illusi e non così confidenti nelle loro abilità. Ma è anche una storia in cui, dal fallimento, si è potuto apprendere per avviare un percorso più luminoso.

Il Grande Disastro

L’Alta Repubblica è stato un periodo di sviluppo e prosperità. Sotto la guida della Cancelliera Lina Soh, sono state intraprese le Grandi Opere, una serie di iniziative volte ad espandere i confini della Repubblica e ad esportare ciò che questa aveva da offrire nelle regioni più remote della galassia. I Jedi avevano un ruolo centrale. Stazionati sul Faro Starlight, avrebbero dovuto portare la luce e difendere la vita in ogni sua manifestazione. Ma non riuscirono a prevedere il caos che i predoni Nihil avrebbero causato. L’incidente della Legacy Run, la distruzione che i suoi resti sparati dall’iperspazio causò fu solo una delle crisi che i Jedi si trovarono impreparati ad affrontare. Per molti, l’attacco alla Fiera della Repubblica su Valo fu un terribile risveglio dalla sensazione di onnipotenza in cui si erano rifugiati o soltanto accomodati. Persino i più grandi dell’Ordine, come lo Sceriffo Avar Kriss o la stella promessa Vernestra Rwoh non riuscirono a gestire il mare di emozioni negative nate dall’assistere ad innumerevoli morti. Per quanto fossero stati pronti a fronteggiare e sconfiggere il nemico, non lo furono abbastanza da prevedere e prevenire quella tragedia. Fu inevitabile per alcuni che il senso di colpa e di insoddisfazione, di vendetta, li spingesse sempre più al confine con il lato oscuro.

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Il vecchio Ben Kenobi

L’Obi-Wan Kenobi della omonima serie è ancora fortemente scottato dagli avvenimenti che hanno portato alla rovina dell’Ordine Jedi. E non può fare a meno di provare colpevolezza. Aveva il compito di addestrare quello che si credeva fosse il Prescelto, guidarlo nel lato chiaro della Forza. Ha, invece, lasciato che venisse corrotto, fino al punto di diventare l’arma che ha decretato la fine dei suoi stessi fratelli. Probabilmente, Kenobi rimpiange di non aver potuto salvare Anakin, non solo dal lato oscuro; ma anche dalla sua morte, o almeno così crede. Nei successivi dieci anni, sembra che si sia distaccato dal resto dell’universo, che abbia interrotto ogni contatto; pare persino essersi isolato dalla Forza, in una sorta di esilio che ha anche uno scopo punitivo. Perché i Jedi sono stati i responsabili della nascita dell’Impero, per non  essersi resi conto per tempo del male che cresceva nel Senato, per aver contribuito a fortificarne il potere.

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Sappiamo, però, che il piccolo Luke era più di una speranza potenziale. Aveva il sangue degli Skywalker, che come è stato fonte di dolore, è stato altrettanto una salvezza. Anakin Skywalker, prima di divenire Darth Vader, aveva combattuto per i più deboli nelle Guerre dei Cloni, spesso disobbedendo all’Alto Consiglio Jedi per fare la scelta più giusta. Vedere Luke Skywalker, un bambino poco più che decenne, affrontare gli sgherri di un Hutt ricordò ad Obi-Wan quale fosse la missione dell’Ordine. Il Kenobi della serie targata Disney+ è ancor all’inizio di un percorso di accettazione e perdono. Chi subisce un trauma può chiudersi in esso, colpevolizzandosi e non accettandone il dolore, così come la responsabilità che ne comporta.

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Il risultato è una chiusura verso il mondo esterno; per paura che altri possano fare affidamento su chi, evidentemente, aveva dimostrato di non essere all’altezza. Kenobi usa sempre meno la Forza, per paura di essere scoperto, o semplicemente perchè la Forza è un continuo richiamo ai suoi doveri che aveva fallito ad ottemperare. Teme di fallire ancora, come ha già fatto in passato. Organa, dopo molto tempo che i due amici non si vedevano, lo esorta a perdonarsi. L’accettazione è il primo passo per la guarigione e l’Obi-Wan di qualche anno dopo, nel suo duello finale con Maul, mostrerà piena maturazione, riuscendo persino a provare pietà per colui che era stato carnefice del suo maestro Qui-Gon Jinn, ed al contempo vittima di un gioco più grande.

Cere Junda

Anche il Cavaliere Jedi Cere Junda, non diversamente dai suoi compagni, fugge dal senso di colpa recidendo i suoi legami con la Forza. Tanto è profondo il rammarico per la perdita di alcuni Padawan e la caduta della sua, Trilla Suduri, da spingerla a cercare di rifondare l’Ordine. In qualche modo, vuole rimediare agli errori. Ma va alla ricerca di altri che lo facciano al posto suo, forse convinta che le sue mani non siano state e non siano quelle in cui riporre il futuro dei Jedi. Solo l’incontro con un giovane Cal kestis spingerà Cere a riavvicinarsi alla Forza e ad andare avanti.

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Il fallimento, il più grande maestro

Chi più di Luke Skywalker conosce il peso delle aspettative. I Jedi superstiti ponevano in lui il futuro dell’Ordine e la salvezza della Galassia. Chiunque potrebbe  vacillare, ma Luke decide di compiere il suo destino. E per farlo compie un viaggio di esplorazione e di conoscenza. La sua giovinezza si contrappone al suo desiderio di apprendere sempre più, per trasmettere alle generazioni future il passato e preservarlo. Eppure, già il suo primo allievo Grogu sceglie una strada diversa, quella al fianco di Din Djarin. Ma Luke non si arrende e continua la costruzione della sua Accademia. La stessa scuola che verrà distrutta da suo nipote Ben Solo. Luke non si era accorto del lato oscuro che lo tentava; nella sua arroganza pensava di salvarlo dal fato degli Skywalker.

È la prova che i Jedi non portano altro che distruzione; sono perseguitati dal fallimento. A Luke non rimane altro che chiudersi alla Forza completamente; distaccarsi dai suoi affetti, dall’amata sorella Leia Organa e da Han Solo, del quale non percepisce neanche la morte.

Solo allora l’antico maestro, Yoda, gli appare per dargli l’ultima lezione. È dal fallimento che si impara a non ripetere gli stessi errori. Forse i Jedi sono stati ciechi, chiusi nella loro superbia. Ma anziché sopprimerli, bisogna dar loro una nuova veste, misericordiosa e decisa, più improntata alla ricerca dell’equilibrio che alla distruzione del male. Accettare l’esistenza del lato oscuro, riconoscerlo significa trovare la forza per vincerlo. E così l’Ordine Jedi può rifiorire.

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