Come George Lucas ha cambiato la storia del cinema con Star Wars (e non solo)

Ransolm Casterfo
Ransolm Casterfo
Approfondimenti e editoriali su Star Wars. Tutto quello che vuoi sapere sulla Galassia Lontana Lontana.

George Lucas, è noto, è stato un pioniere del cinema moderno, agendo in una fase di grandi cambiamenti non solo per il settore dell’intrattenimento, ma anche per quello della tecnologia. Come certi guru della Silicon Valley hanno innovato nell’informatica, Lucas ha impresso un forte cambiamento a un mondo, quello del cinema, sicuramente più difficile da rivoluzionare. Il creatore di Star Wars si può vedere come una sorta di Steve Jobs del mondo dell’intrattenimento, tanto è stata ampia la portata delle sue innovazioni. Proviamo a riassumere in tre punti perché George Lucas è stato così importante.

Indipendenza dalle major

Fino a quel momento i grandi colossi di Hollywood stabilivano praticamente ogni aspetto dei film. Applicavano una consistente censura ai contenuti ritenuti a rischio, imponevano degli standard di espressione e sorvegliavano ogni produzione in maniera scrupolosa. Insieme ad alcuni grandi autori che sarebbero rimasti nella storia come lui, George Lucas cambiò questo status quo. Fin dalle sue prime produzioni, si oppose ai diktat delle major: i suoi film sarebbero sempre stati come lui li voleva e non come imponeva qualche burocrate.

Come George Lucas ha cambiato la storia del cinema con Star Wars (e non solo)

Affrancarsi dal controllo delle major rappresentò un cambiamento paragonabile a quello dell’avvento delle prime emittenti televisive private, che proprio in quel periodo iniziavano a liberarsi dalle imposizioni delle emittenti pubbliche. Lucas seguiva l’esempio di un altro autore di riferimento in quel periodo, Roger Corman, colui che probabilmente è stato l’unico grande autore indipendente prima di Lucas e soci. Termine con cui si intende quella generazione di giovani cineasti che sarà destinata a cambiare il mondo del cinema: dal mentore di Lucas, Francis Ford Coppola, passando per Steven Spielberg, Martin Scorsese, Robert Zemeckis, Peter Bogdanovich, Dennis Hopper e Brian De Palma.

Corman era in quella fase il gran cerimoniere e il padre spirituale di una buona parte di quel New American Cinema che tanto fece parlare di sé negli anni Settanta, nonché mentore artistico di tutti i registi a cui abbiamo fatto riferimento. L’importanza della figura di Corman trascende i risultati estetici dei suoi film perché è l’esempio vivente dell’autore-produttore che di propria volontà esce dal circuito dei grandi Studios hollywoodiani per fare film in maniera indipendente avvalendosi dei “colossi” sono per la distribuzione, in modo da ottenere la visibilità necessaria senza subire condizionamenti durante la lavorazione.

All’interno di quella generazione di autori, in particolare il sodalizio tra Lucas e Spielberg sarebbe stato da lì a poco molto proficuo. “Ci scambiamo spesso aiuto e copioni: siamo interessati a fare film intelligenti e ben fatti che possano rivolgersi a milioni di spettatori ed assolutamente disinteressati a film di successo critico che nessuno andrà a vedere”, dichiarò Spielberg, in maniera forse eccessivamente enfatica (anche perché si sarebbe sconfessato qualche anno più tardi). I due infatti puntarono su pellicole di facile presa sul grande pubblico e lo stesso Lucas dichiarò che Star Wars era innanzitutto pensato per il pubblico più giovane: di fatto, sarà per sempre rivolto a questo target (tranne sporadiche eccezioni), perché quello che garantisce i maggiori introiti al botteghino.

Se la produzione del primo Star Wars, come noto, determinò più di un grattacapo a George Lucas, proprio perché si trattava di un film completamente diverso rispetto a qualsiasi altra cosa fosse mai stata fatta fino a quel momento, richiedendo peraltro un bel mucchio di soldi, quando l’autore di Star Wars si recò da Spielberg per proporgli il soggetto di Indiana Jones: I predatori dell’arca perduta gli intenti erano ben diversi. Tirar fuori un progetto molto più snello, la cui realizzazione non costasse un occhio della testa con una messa in pratica delle scene, delle sequenze d’azione e dei personaggi decisamente più agevole rispetto a Star Wars, senza rinunciare a portare una grossa fetta di pubblico al cinema. E dopo Star Wars la nuova “coppia terribile” di Hollywood fece di nuovo segno: non solo creò un personaggio, vagamente ispirato proprio da Han Solo di Guerre Stellari, che sarebbe stato destinato a rimanere nell’immagionario collettivo, ma mise in piedi una nuova saga di film di grande successo commerciale.

Lucas si spingerà ben oltre il solco tracciato da Corman con il quale, è bene sottolinearlo, non ebbe mai rapporti diretti. Quando cedette alla 20th Century Fox i diritti per la distribuzione del primo Guerre Stellari mantenne i diritti sul merchandising e la colonna sonora, qualcosa che non era per niente scontata in quella fase storica. Questo punto può forse essere facilmente sottovalutato ma in realtà racchiude una preziosità pressoché infinita, se si considera il successo che ebbero fin da subito i giocattoli e i pupazzetti di Star Wars, oltre all’immenso valore della colonna sonora composta da John Williams. Non solo: fin da subito Lucas commissionò la scrittura di fumetti e romanzi ispirati dapprima ai suoi film, per dare spazio da lì a poco alla produzione di contenuti che espandevano i film stessi (si vedano ad esempio la serie TV e i film sugli Ewok, così come la serie animata Droids).

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Insomma, un approccio totalmente innovativo, per cui il film rappresentava solo il punto di partenza per qualcos’altro. Dopo aver faticosamente finito di girare le scene in Tunisia e in Inghilterra per quello che successivamente sarebbe diventato Una nuova speranza, quando andò incontro a tantissimi problemi con macchinari che non funzionavano, attori che non lo seguivano ed effetti speciali in ritardo, Lucas mostrò alla sua “combriccola” di amici cineasti il risultato del suo lavoro, in anteprima. Quasi nessuno lo apprezzò, forse l’unico fu lo stesso Spielberg. Non era stata inserita ancora la colonna sonora di John Williams. Alle successive proiezioni, con il film stavolta comprensivo di musiche, Guerre Stellari venne considerato da tutti come qualcosa di mirabolante e totalmente rivoluzionario. Il potere di qualche nota!

La colonna sonora di John Williams è matematicamente emozionante, nel senso che usa il pentagramma in un modo da un lato preciso e dall’altro massimamente poetico ed evocativo. Non solo le musiche di Williams sono perfette, ma vengono usate da Lucas con lo stile del “tema wagneriano”, secondo il quale personaggi e idee chiave vengono identificati da cliché musicali che li seguono per tutta la storia.

Effetti Speciali

Come noto, Guerre Stellari, nel 1977, era assolutamente irrealizzabile! Non esisteva la tecnologia adatta per poter compiere un’impresa del genere, perché semplicemente i computer dell’epoca non avevano la potenza di calcolo necessaria ad elaborare immagini sufficientemente dettagliate. E anche i rudimentali effetti speciali realizzati con tecniche come lo Stop Motion, la ripresa di miniature, il Matte Painting o la focomposizione ottica erano ad appannaggio di pochissimi esperti, che fino ad allora avevano utilizzato pratiche di questo tipo solo per qualche breve spot pubblicitario, al massimo.

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Per poter realizzare il suo “sogno” Lucas doveva fondare, oltre che una casa di produzione cinematografica, un’azienda che si sarebbe occupata specificamente di effetti speciali. La fondazione della Industrial Light & Magic e gli straordinari risultati che ha conseguito nel corso degli anni fanno ormai parte del mito. Tramite il grande passo in avanti fatto con la ILM, non solo George Lucas entrerà di diritto nella storia dei pionieri del mondo tecnologico, oltre che del cinema, ma contribuirà allo sviluppo di tante tecnologie e allo storico passaggio al digitale.

John Dykstra, direttore degli effetti speciali del primo episodio della tirlogia, lavorò alle scene a Van Nuys in California in uno scantinato trasformato in studio cinematografico, arredato con mobilio scadente e già usato. Sulla porta di questo edificio campeggiava già la scritta “Industrial Light & Magic unità effetti ottici e miniature”. Dykstra, che balzò all’attenzione di Lucas dopo aver realizzato alcuni spot con miniature ed effetti speciali, era un vero e proprio pioniere del settore, capace di trasformare in concreta realtà visiva dei sogni, ovvero adempiere perfettamente agli scopi di Lucas.

Un’invenzione di Dykstra che si rivelò fondamentale fu quella del Dykstraflex, una macchina da presa comandata elettronicamente in grado di ripetere all’infinito, e in maniera molto precisa, gli stessi movimenti di macchina. Questo strumento fu determinante per poter ricreare le sequenze con i combattimenti e i movimenti delle navi nello spazio.

Ma Dykstra e Lucas avevano dei caratteri agli antipodi, che più di una volta sono sfociati in violenti alterchi. Quando Lucas rientrò dall’estero, con le sequenze di Una nuova speranza faticosamente girate e con ritardi su ritardi accumulati rispetto alla tabella di marcia prestabilita, Dykstra non aveva ancora pronto il lavoro di effettistica che il suo boss gli aveva commissionato. Validi motivi che spiegano come mai Dykstra non farà più parte di ILM a partire da L’Impero colpisce ancora.

Non esistevano ancora gli effetti digitali e quasi tutti i film di fantasia di quell’epoca ricorrevano alla tecnica dello Stop Motion. Consisteva nel posizionare il modello all’interno della scena e nel creare il movimento fotogramma per fotogramma, seguendo le regole di animazione dei cartoni animati. Un lavoro mastodontico, se si pensano a sequenze, come quella di Hoth, dove moltissimi oggetti sono animati in Stop Motion.

Anche gli avventori della cantina di Tatooine in Una nuova speranza e l’entourage di Jabba, Jabba compreso, in Il ritorno dello Jedi, erano un mix di attori travestiti con maschere di lattice e i pupazzi creati da Phil Tippet, il guru dello Stop Motion, vero e proprio arterfice di tantissime scene di una complessità enorme, non solo per quanto riguarda Star Wars. Questi personaggi erano mossi da bravissimi animatori nascosti nelle scenografie dei vari set, coordinati da Frank Oz (colui che prestò anche la voce a Yoda). Così come pure il Rancor fu trasformato in un modello di 70 cm di altezza, alle cui spalle una miniatura del set nascondeva ben tre animatori al lavoro.

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Un’altra tecnica fondamentale per la prima trilogia fu quella della fotocomposizione ottica, che permetteva la combinazione di vari tipi di riprese speciali (come il Matte Painting) per ottenere quella finale. Sfruttava normalmente il Blue-screen, attraverso il quale a una ripresa effettuata in esterno è possibile sovrapporre le azioni di attori o di modelli, facendole avvenire in studio e su fondo blu.

Per quanto riguarda il Matte Painting, si tratta di quella tecnica per cui si dipinge buona parte della scena su vetro, lasciando la trasparenza nei luoghi dove è prevista l’azione. Ponendo poi il vetro tra la macchina da presa e il set, era possibile riprendere l’azione reale attraverso il vetro, completando così l’illusione. Il Matte Painting era utilizzato soprattutto quando i set risultavano troppo grandi o troppo costosi. Un’altra maestria dei geni della ILM era quella delle riprese di minature, una tecnica usata generalmente per filmare miniature da porre, in fase di montaggio, in scene in cui recitavano anche gli attori. Si usava dove non era possibile utilizzare lo Stop Motion, ovvero quando le azioni dovevano essere sincronizzate al movimento in tempo reale degli attrori. Due esempi famosi sono il rovesciamento dell’acqua dal tino gigante in Indiana Jones e il tempo maledetto e l’implosione della casa in Poltergeist. Essendo scene in mniatura, si svolgono molto più rapidamente del naturale e non è quindi utilizzabile una normale macchina da presa. Si usava perciò una High Speed Camera per riprender eun numero maggiore di fotogrammi al secondo. Riportata la ripresa alla velocità normale, l’azione risultava rallentata e quindi più credibile.

Altra macchina molto importante per quegli Star Wars fu il cosiddetto Quad, ideato da Richard Edlund, un’altra figura fondamentale della ILM e vincitore di ben quattro Premi Oscar per gli effetti speciali, tra cui quelli per Una nuova speranza e per L’Impero colpisce ancora. Il Quad è una stampante ottica che consente di ristampare sullo stesso negativo più sequenze girate in momenti diversi senza dover ricorrere alla post-produzione.

George Lucas era solito investire i guadagni ottenuti dai suoi primi film in tecnologie all’avanguardia come queste e in messe a punto di nuove attrezzature. Proprio così riuscì a  migliorare rapidamente la resa visiva dei propri film e raggiungere risultati impensabili a quei tempi. Nel 1983, ad esempio, inserì in una sequenza di Il ritorno dello Jedi l’ologramma della Morte Nera in costruzione realizzato dai ricercatori del New York Institute of Technology diretti da Ed Catmull, e il risultato fu grandioso. Catmull era un laureato in fisica che nel 1968 aveva realizzato la prima animazione digitale tridimensionale: la sua mano che si apriva e si chiudeva.

Tra le altre cose, qualche anno dopo Catmull fonderà la LucasFilm Computer Graphics Project, quella che nel 1986 diventerà la Pixar. Quest’ultima infatti iniziò proprio come un reparto di animazione interno alla Lucasfilm. È stata, tra le altre cose, la prima casa cinematografica ad aver sviluppato un lungometraggio interamente in computer grafica (Toy Story, 1995).

Che la ILM fosse un punto di riferimento per tutta l’industria tecnologica è evidente anche da altri aspetti. John Knoll, colui che è considerato come il realizzatore della prima versione dell’importante strumento di editing delle immagini Adobe Photoshop, infatti, lavorava a quei tempi proprio presso la Industrial Light & Magic come assistente di camera, per passare successivamente al reparto di computer grafica.

La ILM avrebbe presto abbandonato il mondo delle miniature e dei modellini per accogliere a braccia aperte la dimensione digitale: un passaggio fortemente anticipato e incentivato dallo stesso Lucas. Questo ovviamente provocò un grande scossone all’interno dell’azienda, se è vero che il lavoro di molti artigiani dei pupazzetti rischiava di diventare superfluo, anche quello di un veterano come Tippet. Quando i super artisti digitali della ILM mostrarono a Kathleen Kennedy e a Steven Spielberg il primo dinosauro interamente digitale per Jurassic Park, assolutamente realistico e stupefacente, diventò chiaro che un cambiamento era ormai alle porte: nasceva il cinema digitale.

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Se vi appassionano queste fasi dell’evoluzione dei metodi di creare cinema non mancate di vedere la docuserie LIGHT & MAGIC su Disney+, dedicata proprio alla ILM e capace di raccontare tutto in maniera profonda e decisamente emozionante.

Immaginario in espansione

Una nuova speranza, che quando uscì si chiamava semplicemente Guerre Stellari, iniziava con una prima sequenza che sarebbe rimasta nella storia. Uno Star Destroyer entra nell’inquadratura mentre insegue la Tantive IV, la nave di Leia. Lo spettatore vede un malvagio signore oscuro all’inseguimento di una giovane ragazza che tenta di scappare, mentre dei soldati in armatura bianca si contrappongono a un manipolo di ribelli. Solamente molto più avanti verrà a conoscere la complessa storia che ha portato quel signore oscuro proprio lì, a inseguire quei ribelli, che la ragazza è in realtà sua figlia, che gli assaltatori hanno preso il posto di altri soldati realizzati tramite la clonazione e che l’organizzazione ribelle ha avuto origine su un disperso pianeta di nome Aldhani.

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Pensate anche alla sequenza di L’Impero colpisce ancora in cui quello che ora sappiamo chiamarsi Darth Vader convoca i cacciatori di taglie per dare la caccia al Millennium Falcon. Tanti personaggi insieme sulla stessa scena, che praticamente non parlano, ma che nascondono una profondità incredibile non solo sulla loro stessa vita, ma anche sulla storia e le tradizioni delle specie a cui appartengono, con armi, modi di verstirsi e di parlare, oltre che atteggiamenti, assolutamente peculiari. Sono Bossk, Dengar, Zuckuss, 4-LOM, IG-88 e Boba Fett: gli appassionati di Star Wars ne hanno sentito parlare a ripetizione.

Insomma, forse c’è qualcuno che pensa ancora che Lucas abbia realizzato tutto questo perché i suoi film sono andati bene, e che in realtà non aveva congegnato Star Wars come universo in espansione sin dall’inizio. Ma basta semplicemente osservare con attenzione i film (tutti, dalla trilogia originale a tutto quello che è venuto dopo) per accorgersi di quanti spunti ci siano per l’approfondimento, per la creazione di storie parallele e, in fin dei conti, per la cross-medialità.

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Lucas ha dato il là al progetto The Clone Wars di Dave Filoni proprio come esempio di cross-medialità, e ha voluto che fumetti e romanzi venissero scritti già fin dai tempi del primo film nel 1977. Agli Ewok dedicò film e serie TV (sebbene ora siano considerati Legends): in altri termini, George Lucas ha sempre concepito Star Wars come un universo in espansione, una mitologia vastissima e potenzialmente infinita, da affidare ad autori diversi. È questo aspetto che oggi celebriamo maggiormente, quando Star Wars, a più di 45 anni dal suo debutto iniziale, ha toccato l’apice del successo, con continue espansioni dovute a fumetti, romanzi, videogiochi, serie televisive, e altro, tutte incastonate all’interno dello stesso Canone.

Il risultato a quei tempi era che l’appassionato aveva una voglia matta di rivedere e rivedere i vari Episodi IV, V e VI. Personalmente, da ragazzino, li avrò rivisti decine di volte, non riuscivo proprio a fermarmi. Proprio la capacità di evocare situazioni non evidentemente raccontate sullo schermo solleticava in me quella voglia di evasione che Star Wars riusciva così bene a sfamare. La voglia di rivedere e rivedere gli stessi film si è ora trasformata in voglia di vivere quanto più tempo possibile nella “galassia lontana lontana”, una sete di nuove storie che sembra non evere fine.

E dopo gli esperimenti di Francis Ford Coppola con la saga di Il Padrino, Lucas è stato anche uno dei primi autori a puntare tutto sulla struttura a episodi. Abbiamo detto: la sua storia, fin da subito, non solo prevedeva seguiti, ma anche dei prequel, per svelare il passato di quel signore oscuro: una struttura fitta che si estendeva ben oltre rispetto al film sotto agli occhi degli spettatori di allora.

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E, poi, da dove è partito tutto se non da THX 1138? In questo film, il primo lungometraggio scritto e diretto da George Lucas, troviamo un’umanità costretta a vivere sottoterra, igienizzata, stordita da onnipresenti altoparlanti che emettono di continuo slogan rassicuranti, second un training di controllo e stordimento della psiche. La vita è all’insegna dell’artificialità, il cibo è sintetico e il lavoro avviene in centri supermeccanizzati, finalizzato allo scopo di produrre nuovi soggetti meccanici. Il sesso è bandito dal sistema, mentre qualche volta si scopre tra gli individui, tutti rasati e vestiti di camici bianchi, come sono bianche le pareti della struttura che li imprigiona, che qualcuno è riuscito ad emanciparsi dall’asfissiante organizzazione schavista. Non mi viene difficile immaginare che il pensiero di molti di voi sia andato ad Andor

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