Il telescopio spaziale James Webb ha recentemente rivolto i suoi strumenti verso le stesse regioni celesti che resero celebre l’immagine dell’Ultra Deep Field, uno dei più iconici ritratti dell’universo profondo. Questo nuovo scatto si colloca nell’ambito del progetto di ricerca JADES (JWST Advanced Deep Extragalactic Survey), con l’obiettivo di analizzare in dettaglio due aree già osservate dal telescopio Hubble: il Deep Field del 1995 e l’Ultra Deep Field del 2004. La missione intende ampliare i confini dell’osservazione infrarossa, focalizzandosi su galassie estremamente lontane e antiche.
I limiti dell’osservazione visibile con Hubble
Le Deep Fields di Hubble hanno segnato un punto di svolta nella storia dell’astronomia, rivelando migliaia di galassie in zone minime del cielo. In particolare, l’Ultra Deep Field, aggiornato nel 2009, 2012 e 2014, ha mostrato circa 10.000 galassie in una porzione di cielo di soli 2,4 arcmin quadrati, meno di un decimo del diametro apparente della Luna piena. Le immagini hanno permesso di osservare oggetti risalenti a oltre 13 miliardi di anni fa, offrendo uno sguardo sulle prime fasi dell’universo. Tuttavia, Hubble è limitato nel rilevare la luce proveniente da galassie con redshift molto elevati, la cui radiazione è spostata nell’infrarosso, oltre la sua capacità visiva.
L’evoluzione tecnologica del James Webb
Grazie a uno specchio da 6,5 metri e a strumentazioni all’avanguardia, il James Webb Space Telescope ha superato questi limiti, aprendo nuove possibilità di indagine. Il suo primo sguardo approfondito sull’Ultra Deep Field risale a ottobre 2022, tramite la Near-Infrared Camera (NIRCam). Da allora, il telescopio ha proseguito le osservazioni con l’ausilio del Mid-Infrared Instrument (MIRI), culminando nella recente immagine ottenuta tramite la campagna MIDIS (MIRI Deep Imaging Survey). Si tratta di una delle osservazioni più dettagliate mai effettuate: circa 2.500 galassie rilevate, alcune con un redshift fino a 12, corrispondente a circa 380 milioni di anni dopo il Big Bang.
L’immagine, realizzata in false color per rappresentare le lunghezze d’onda infrarosse, include dati complementari della NIRCam (1,9–4,8 micron). Tra gli oggetti ritratti si distinguono numerose galassie rosse, probabilmente composte da stelle antiche o immerse in polveri interstellari, e galassie più piccole, verdi o biancastre, risalenti al primo miliardo di anni dell’universo. Le galassie blu e ciano, più vicine, risultano più luminose nella NIRCam per via della loro collocazione temporale nel cosmo.
Le sfide della cosmologia moderna
Il JWST prosegue le sue osservazioni puntando a risolvere alcuni dei grandi misteri della cosmologia: l’origine dei buchi neri supermassicci, la formazione delle prime galassie e l’epoca in cui si formarono la maggior parte delle stelle. La sua capacità di rilevare strutture e fenomeni finora invisibili rappresenta un balzo in avanti nella comprensione dell’evoluzione dell’universo. Come evidenziato da studi pubblicati su Astronomy & Astrophysics, la ricerca è ancora in pieno sviluppo e promette di ridefinire molte teorie sull’universo primordiale.
Il contributo del James Webb all’astronomia moderna è già fondamentale. Il suo approccio multibanda e la sinergia con i dati raccolti da Hubble e altri osservatori spaziali inaugurano una nuova era di esplorazione cosmica. Le sue immagini non solo arricchiscono la nostra conoscenza scientifica, ma alimentano anche il desiderio collettivo di comprendere le origini e l’evoluzione dell’universo.
Fonte: Astronomy & Astrophysics
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