Baldur’s Gate 3 e il dilemma dei personaggi moralmente ambigui secondo Jennifer English

Jennifer English, attrice di Baldur’s Gate 3, riflette sulle sfide di interpretare personaggi moralmente ambigui e sull’impatto etico delle scelte compiute dai giocatori.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.
Baldur’s Gate 3 e il dilemma dei personaggi moralmente ambigui secondo Jennifer English

Nel corso di un’intervista rilasciata a Todd Kenreck, l’attrice Jennifer English – nota per il suo lavoro in Baldur’s Gate 3 e Clair Obscur: Expedition 33 – ha riflettuto sul tema dell’interpretazione di personaggi moralmente ambigui nei videogiochi. Una questione che tocca da vicino sia gli attori coinvolti nella performance sia i giocatori chiamati a vivere quelle stesse scelte all’interno della narrazione interattiva.

English ha dichiarato con decisione di non aver mai provato un conflitto etico nell’interpretare figure dai comportamenti discutibili:

“Mi piace molto interpretare ruoli in cui compio azioni moralmente discutibili. Come attori non dobbiamo giudicare i personaggi, ma immergerci completamente nelle loro scelte.”

Questa posizione, tuttavia, non elimina le difficoltà che emergono dal punto di vista del giocatore.

Il lato oscuro del Dark Urge

English ha raccontato di essere impegnata in una run con l’archetipo del Dark Urge, uno dei percorsi narrativi più spietati di Baldur’s Gate 3. Qui l’attrice ha ammesso di provare un certo conflitto personale:

“Cerco tantissimo di essere malevola. Mi piace uccidere […], adoro uccidere, ma non mi piace affatto dover fare determinate scelte.”

Un commento ironico del collega Ben Starr, presente alla conversazione, ha sottolineato con leggerezza la questione, alludendo scherzosamente a un processo per le azioni del personaggio di Shadowheart. Un gioco di battute che però riflette un nodo reale: la distanza tra ciò che un attore o un giocatore è disposto a compiere in scena e la percezione morale che ne deriva.

L’interpretazione oltre la voce

English ha inoltre espresso una critica nei confronti della definizione di “voice actor”, considerata limitante e riduttiva:

“Odierò sempre essere chiamata ‘voice actor’, perché questo termine nega tutto il lavoro che c’è dietro, come il motion capture. Mi rende davvero arrabbiata.”

Un’affermazione che mette in evidenza quanto l’interpretazione per i videogiochi non si limiti al doppiaggio vocale, ma comprenda un lavoro fisico e performativo complesso, in grado di restituire autenticità a personaggi tridimensionali e sfaccettati.

Un conflitto che riguarda attori e giocatori

L’esperienza raccontata da English sottolinea una tensione che riguarda sia chi interpreta sia chi gioca: vivere e dare voce a personaggi moralmente ambigui significa spesso confrontarsi con scelte che possono entrare in conflitto con le proprie convinzioni personali.

In Baldur’s Gate 3, figure come Shadowheart incarnano questa complessità. La loro natura eticamente ambivalente ha alimentato discussioni tra fan ed esperti di game design, rendendo il gioco un terreno fertile per esplorare le zone grigie della moralità.

Videogiochi come teatro morale

Il medium videoludico si conferma così un teatro di sperimentazione etica e narrativa, in cui attori e giocatori condividono la sfida di rappresentare e vivere ruoli controversi. Se da un lato gli interpreti devono immergersi nei loro personaggi senza giudicarli, dall’altro i giocatori affrontano la dimensione emotiva delle scelte, spesso più difficile da gestire perché legata alla propria percezione di giusto e sbagliato.

La riflessione di Jennifer English mette in luce quanto i videogiochi moderni, soprattutto quelli con una forte componente narrativa come Baldur’s Gate 3, stiano spingendo verso un livello di complessità che li avvicina al cinema e al teatro, con un’enfasi crescente sulla responsabilità etica sia di chi crea sia di chi gioca.

Fonte: gamesradar.com

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