Campioni dall’asteroide Bennu: un tesoro cosmico per comprendere le origini del sistema solare

I campioni dell’asteroide Bennu rivelano tracce di materiali antichissimi, precedenti al Sole, offrendo nuovi spunti sulla formazione del sistema solare grazie alla missione OSIRIS-REx della NASA.

Chiara Bianchi
Chiara Bianchi
Appassionata di cinema e di tutto ciò che ruota intorno alla settima arte. Racconto di film, registi e tendenze con uno sguardo critico ma sempre accessibile.

I campioni prelevati dall’asteroide Bennu rappresentano una rara testimonianza delle primissime fasi evolutive del nostro sistema solare. Analizzati nell’ambito della missione OSIRIS-REx della NASA, questi frammenti offrono un patrimonio informativo straordinario, grazie alla presenza di materiali risalenti a epoche anteriori persino alla nascita del Sole. I risultati, pubblicati in tre studi scientifici distinti, confermano la rilevanza di Bennu come archivio naturale della storia cosmica.

I materiali più antichi dell’universo tra i campioni di Bennu

Nel 2020, la sonda OSIRIS-REx ha effettuato un breve ma delicato contatto con la superficie di Bennu, riuscendo a raccogliere polveri e frammenti di roccia. Le analisi condotte sui campioni rivelano la presenza di una composizione eterogenea: polveri risalenti alle fasi primordiali del sistema solare, materia organica proveniente dallo spazio interstellare e perfino polvere stellare più antica del Sole.

Particolarmente significativi sono i microgranelli presolari, individuati grazie a sofisticate tecniche di rilevamento chimico. Questi minuscoli frammenti conservano le firme isotopiche lasciate da reazioni nucleari avvenute in stelle ormai scomparse, rappresentando così una prova tangibile dei cicli stellari precedenti alla formazione del nostro sistema planetario.

Pierre Haenecour, ricercatore dell’Università dell’Arizona e coautore degli studi, descrive Bennu come una “capsula del tempo”: un residuo primitivo che ha attraversato indenne impatti violenti, interazioni con l’acqua e temperature estreme, mantenendo intatti i segni delle sue origini cosmiche. Alcuni dei frammenti analizzati risalirebbero a milioni di anni fa, precedenti alla frammentazione dell’asteroide progenitore.

Dalle reazioni con il ghiaccio alle tracce di supernove

Uno degli studi, pubblicato su Nature Astronomy, ha analizzato la composizione mineralogica dei campioni, evidenziando come gran parte dei minerali si sia formata attraverso reazioni tra acqua liquida e materiali solidi all’interno dell’asteroide originario. Questo processo, avvenuto grazie al calore prodotto dalla fusione del ghiaccio interno, avrebbe generato circa l’80% delle sostanze mineralizzate oggi presenti in Bennu.

Tra le scoperte più affascinanti spiccano alcuni grani contenenti tracce chimiche tipiche di supernove ormai estinte, come il silicio carburo. Tali particelle provengono da esplosioni stellari che hanno arricchito l’universo di elementi chimici complessi, contribuendo alla formazione dei corpi celesti. Questi microgranelli, ormai irraggiungibili a causa dell’estinzione delle stelle da cui derivano, offrono un collegamento diretto con le prime fasi della nucleosintesi cosmica.

L’erosione spaziale e le implicazioni per l’esplorazione futura

Un secondo studio, pubblicato su Nature Geoscience, si è concentrato sull’evoluzione della superficie di Bennu, messa a dura prova dall’ambiente spaziale. In assenza di atmosfera, il corpo celeste è esposto al continuo impatto di micrometeoriti e all’azione del vento solare. Le analisi suggeriscono che questi processi di erosione, noti come weathering cosmico, abbiano modificato la superficie molto più rapidamente di quanto previsto: in un arco temporale compreso tra 2 e 7 milioni di anni.

Questo rapido deterioramento ha prodotto crateri microscopici e fratture nella roccia, ridefinendo progressivamente l’aspetto esterno dell’asteroide. Il confronto con i campioni di Ryugu, raccolti dalla sonda giapponese Hayabusa2, evidenzia un ruolo cruciale degli impatti nello scolpire le superfici degli asteroidi. Lindsay Keller, ricercatrice coinvolta nello studio, sottolinea l’importanza di tali processi per comprendere le dinamiche evolutive dei piccoli corpi del sistema solare.

Una nuova frontiera per la scienza planetaria

L’accesso diretto ai campioni extraterrestri si conferma fondamentale per approfondire la conoscenza dei meccanismi alla base della formazione dei pianeti. I meteoriti, pur offrendo indizi utili, non sono sempre rappresentativi dell’intera storia geologica dei corpi da cui provengono. Al contrario, i materiali raccolti da OSIRIS-REx conservano un contesto integro e preciso, capace di restituire una narrazione più coerente e articolata delle origini di Bennu.

In conclusione, l’analisi dei campioni di Bennu fornisce una testimonianza diretta dei processi chimici e fisici che hanno plasmato il nostro sistema solare. La loro unicità e integrità scientifica aprono nuove prospettive per la ricerca cosmica, contribuendo a delineare un quadro sempre più dettagliato della nostra storia planetaria e delle sue radici stellari.

Fonte: NASA

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