La nuova corsa allo spazio: tra simbolismo, spiritualità e desiderio di lasciare un segno

Dai templi buddisti orbitanti ai simboli religiosi sulla ISS: la nuova corsa allo spazio è anche spirituale e simbolica, un modo per lasciare tracce dell’umanità nell’universo.

Chiara Bianchi
Chiara Bianchi
Appassionata di cinema e di tutto ciò che ruota intorno alla settima arte. Racconto di film, registi e tendenze con uno sguardo critico ma sempre accessibile.

Oltre alle missioni scientifiche, commerciali e militari, l’umanità sta dando vita a una nuova e curiosa corsa allo spazio. Non si tratta di conquistare nuovi pianeti o di competere sul piano tecnologico, ma di inviare oggetti simbolici oltre l’atmosfera terrestre — una tendenza che unisce spiritualità, arte e desiderio di immortalità. Ma cosa spinge l’uomo a lanciare nello spazio statue, reliquie, dischi o automobili? E perché sentiamo il bisogno di lasciare tracce della nostra presenza tra le stelle?

I monaci buddisti e il “tempio nello spazio”

Nel dicembre 2024, un gruppo di monaci buddisti giapponesi ha tentato di inviare in orbita una miniatura di un tempio dedicato al Dainichi Nyorai, il “Buddha del Cosmo”. Il piccolo manufatto, grande quanto un pacco di medie dimensioni, era rivestito di pellicola dorata e custodiva al suo interno una statua sacra.

La navicella ha raggiunto oltre 110 chilometri di altitudine, segnando una prima storica, anche se l’obiettivo finale — entrare stabilmente in orbita — non è stato completamente raggiunto. Lo scopo dell’iniziativa, spiegano i monaci, era spirituale: inviare preghiere e desideri per i defunti direttamente “attraverso il cielo”, creando una forma di connessione simbolica tra Terra e cosmo.

Il progetto nasce anche da una riflessione moderna: con la crescente diaspora di cittadini giapponesi in tutto il mondo, un tempio orbitante potrebbe rappresentare un punto di riferimento spirituale universale, visibile e raggiungibile da ogni luogo del pianeta.

Il bisogno umano di “essere i primi”

Al di là della fede, questo fenomeno si intreccia con una pulsione più profonda e antica: il bisogno di primeggiare.
Da sempre l’uomo tende a cercare il “primato” — essere il primo a scoprire, a esplorare, a lasciare un segno. Lo psicologo Alfred Adler descriveva questa spinta come una forma di complesso d’inferiorità rovesciato: un impulso a superare i propri limiti attraverso gesti di conquista e affermazione.

Il biologo Ernst Mayr collegava il concetto di “essere il primo” al cosiddetto effetto fondatore (founder effect): in natura, chi arriva per primo può influenzare in modo determinante tutto ciò che accade dopo. Applicato al comportamento umano, questo principio spiega perché il desiderio di compiere azioni “uniche” o “pionieristiche” rimane così radicato, anche quando non ha un ritorno pratico immediato.

Dai simboli religiosi all’AI: le nuove frontiere del simbolismo spaziale

Il gesto dei monaci giapponesi non è isolato. In anni recenti si sono moltiplicate le iniziative per inviare oggetti simbolici nello spazio. Una delle più curiose è quella di beingAI, una startup che ha annunciato il lancio di un disco di nichel diretto verso la Luna, inciso con l’immagine digitale di Emi Jido, un “sacerdote buddista AI in addestramento”.
L’obiettivo è rappresentare un’unione tra tecnologia e spiritualità, un simbolo di come l’intelligenza artificiale possa persino assumere una dimensione rituale.

Non mancano esempi provenienti da altre religioni: la Stazione Spaziale Internazionale custodisce icone ortodosse, croci e simboli di differenti credi, segno di una spiritualità che si estende oltre la Terra. Questi gesti non sono semplici atti di fede, ma tentativi di comunicazione cosmica, espressioni di un desiderio umano di lasciare una traccia nell’infinito.

L’uomo e la ricerca dell’immortalità simbolica

Molti studiosi interpretano questa tendenza come una forma di “immortalità per procura” (proxies for immortality): inviare nello spazio oggetti, immagini o messaggi che possano sopravvivere a chi li ha creati.
Si tratta di un modo per affermare la presenza umana in un universo vasto e silenzioso, per dire “noi siamo stati qui”.

Anche iniziative apparentemente eccentriche, come il lancio della Tesla Roadster di Elon Musk nel 2018, si inseriscono in questa logica. L’auto, attualmente a circa 248 milioni di chilometri dalla Terra, viaggia come una capsula del tempo contemporanea, testimonianza dell’ingegno e dell’ambizione umana. Allo stesso modo, messaggi scritti in lingue fittizie — come il Klingon di Star Trek — o frammenti musicali umani inviati con le sonde Voyager, rispondono tutti alla stessa necessità: lasciare un segno nell’eternità.

Dalla simbologia alla pratica: il futuro dell’esplorazione

Sebbene molti di questi gesti abbiano valore puramente simbolico, la corsa spaziale del futuro avrà anche implicazioni pratiche e industriali.
Le missioni verso Marte e la fascia degli asteroidi, ad esempio, saranno cruciali per lo sviluppo di attività di estrazione mineraria nello spazio (asteroid mining), considerate fondamentali per sostenere una futura infrastruttura interplanetaria.
Curiosamente, la stessa traiettoria della Tesla di Musk attraversa periodicamente l’orbita di Marte, ricordandoci come gli strumenti e i simboli dell’esplorazione umana possano intrecciarsi tra il reale e il simbolico.

Tra fede, memoria e ambizione

In definitiva, l’invio di oggetti nello spazio va ben oltre la scienza o la tecnologia.
Rappresenta una forma di memoria collettiva, un modo per trasformare l’infinito in un archivio delle nostre aspirazioni, paure e speranze. Ogni statua, disco o messaggio lanciato oltre l’atmosfera è una piccola testimonianza della nostra condizione: esseri finiti che cercano di lasciare un segno in un universo senza confini.

Fonte: Space.com

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