Glen Schofield, ex direttore creativo di Call of Duty e autore del franchise Dead Space, ha espresso un punto di vista pragmatico e fiducioso sul ruolo dell’intelligenza artificiale (AI) nel futuro dell’industria videoludica. In un’intervista concessa a VGC durante la GamesCom Asia, Schofield ha illustrato le sue idee su come l’AI possa contribuire a “salvare” il settore, purché venga integrata in modo consapevole e formativo.
Formazione e innovazione come chiavi del cambiamento
Secondo Schofield, la priorità per le aziende del settore è formare rapidamente i professionisti sull’uso dell’intelligenza artificiale.
«Prima di tutto, bisogna formare tutte le persone con l’AI. Siamo consapevoli che questa nuova ondata tecnologica si sta avvicinando»,
ha dichiarato.
L’autore di Dead Space ritiene che il settore non debba aspettare che la tecnologia raggiunga una maturità “perfetta”, ma debba sperimentare e imparare attraverso l’utilizzo diretto.
«Alcuni potrebbero dire che il software non è ancora maturo, ma se ne parlano, significa che è pronto. È pronto per essere usato, per imparare e crescere con esso»,
ha aggiunto.
Per Schofield, investire nella formazione sull’AI non è un costo, ma una scelta strategica:
«Se tutti formassero i propri collaboratori, non sarebbe un investimento troppo alto, ma quello giusto.»
AI e creatività: tra ispirazione e polemiche
Schofield ha affrontato anche il tema più controverso: l’uso generativo dell’AI e le preoccupazioni legate al possibile sfruttamento del lavoro degli artisti. L’ex direttore creativo di Sledgehammer Games ha espresso una visione più disincantata e realista rispetto ad altri colleghi:
«Ogni artista, ogni concept artist, utilizza già il photobashing da almeno cinque o sei anni. Non è questa la propria opera originale. Eppure, le persone si lamentano che qualcuno stia rubando il loro lavoro. È curioso.»
Pur ammettendo di aver inizialmente condiviso le stesse paure, Schofield ha dichiarato di ispirarsi alla celebre frase attribuita a Picasso:
«I buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano.»
L’autore ha spiegato di utilizzare personalmente l’AI nei propri progetti, combinando modelli generativi e opere originali come riferimento per i prompt creativi.
«Se non si vuole appropriarsi del lavoro altrui, basta stabilire delle regole personali su come gestire la tecnologia. Usatela, e lasciate che siano i legali a capire cosa è lecito e cosa no. Alla fine, questa questione si risolverà.»
Visione pragmatica contro approccio conservativo
La prospettiva di Schofield si distingue da quella di altri autori di fama internazionale, come Hideo Kojima, che ha recentemente espresso un approccio più prudente. Per Kojima, infatti, l’intelligenza artificiale è soprattutto uno strumento per ottimizzare costi e tempi di sviluppo, non un mezzo creativo autonomo.
Schofield, invece, invita a considerare l’AI un’estensione delle capacità umane, non una minaccia. Secondo lui, la tecnologia può potenziare la creatività, semplificare i processi e ampliare le possibilità espressive, a patto che venga usata in modo etico e consapevole.
Il futuro dell’AI nel settore videoludico
L’adozione dell’intelligenza artificiale continua a crescere all’interno dell’industria dei videogiochi, influenzando animazioni, design, narrazione e produzione. Schofield ritiene che solo un approccio basato sulla formazione, sulla sperimentazione e sull’apertura mentale possa trasformare questa rivoluzione tecnologica in un vantaggio concreto.
«Mi dispiace ammettere che dai tempi di Sledgehammer i giochi sviluppati non siano stati particolarmente convincenti», ha commentato con autocritica, «ma molto dipende dal continuo adeguamento alle tendenze del mercato globale.»
Il pensiero di Schofield riflette la sua visione di un’industria in evoluzione, che deve abbracciare l’AI come strumento di crescita e non come minaccia. Con la sua esperienza e la sua influenza, si conferma una delle voci più lucide e costruttive nel dibattito sul futuro della creatività videoludica.







