L’uscita più recente di Star Wars: Boba Fett – Black, White & Red, arrivata la scorsa settimana, conferma la solidità di una miniserie che continua a esplorare con efficacia il cacciatore di taglie durante gli anni dell’Impero. Il terzo numero si distingue soprattutto per la cura dedicata ai personaggi e per un comparto visivo di livello notevole, costruito sui disegni di Juan Jose Ryp e sulle copertine firmate da E.M. Gist. Al centro del racconto, una nuova trama scritta da Ethan Sacks – già autore di Bounty Hunters – che riporta Boba Fett su un terreno familiare: una caccia animata dal desiderio di vendetta e dall’urgenza di ristabilire il proprio onore.
Un impatto visivo immediato
Sin dalle prime pagine, la cifra estetica di Juan Jose Ryp emerge con forza. Le figure e gli scenari, ricchissimi di dettagli, sfruttano un equilibrio attento tra bianco, nero e un rosso dosato con sobrietà, scelta che evita qualsiasi eccesso cromatico e valorizza l’impatto realistico del tratto. In questo contesto prende avvio la nuova missione di Boba, deciso a rintracciare un predatore di taglie scomparso da tempo: Corm Vargon. La narrazione alterna presente e passato, includendo un flashback che ritrae il giovane Boba durante le Guerre dei Cloni.
Personaggi e tensioni: un Boba tra presente e passato
L’approfondimento psicologico emerge fin dai primi scambi verbali. Nel presente, Boba si presenta a un incontro con la trafficante di informazioni Sheraxx Quorsha, insieme al Sakiyan Djas Puhr, combattente addestrato fin dalla nascita. Mentre Boba neutralizza le guardie che sorvegliano l’incontro, Djas rivendica la propria formazione durissima, sottolineando così il livello di pericolo che circonda entrambe le figure. Ryp accompagna la scena con un uso del dettaglio quasi palpabile, capace di infondere tensione e consistenza anche ai momenti più statici.

Una caccia che affonda le radici nell’onore
L’obiettivo della missione è Vargon, colpevole dell’uccisione di un giovane durante un gioco di dadi. Il racconto si muove tra due piani temporali: il presente, in cui Boba stringe la morsa sul fuggitivo, e un passato che mostra un Fett ancora acerbo ma già dotato di un codice personale severo. I flashback mettono in scena anche Shriff, sacerdote del culto dei Monaci B’omarr, seguace di Vargon. La dimensione quasi metafisica introdotta da Shriff – legata alla volontà di trascendere la mortalità – aggiunge un livello di inquietudine ulteriore, senza trasformare la trama in qualcosa di estraneo allo spirito della serie.
La sequenza più potente: il monastero su Javeek
Uno dei momenti più intensi si svolge su Javeek, pianeta cupo e desolato rappresentato da Ryp attraverso alcune pagine prive di testi. L’assenza di dialoghi amplifica la brutalità dello scontro tra Boba e un monaco B’omarr modificato, prima di un confronto ancora più disturbante con i celebri cervelli fluttuanti della setta. L’episodio culmina con l’arrivo della Slave I, che Fett utilizza per radere al suolo il monastero, chiudendo il cerchio con una resa dei conti finale in cui Vargon riappare, riconoscibile grazie a un simbolo inciso sulla mano.
Conflitti interiori e identità
Nell’epilogo, Boba riconosce che il contratto su Vargon era ormai scaduto da tempo: la caccia, dunque, non era più un lavoro, ma un atto di orgoglio. Questa rivelazione restituisce un Fett meno monolitico, diviso tra senso dell’onore, memoria e necessità di mantenere una ferrea coerenza con sé stesso. Proprio in questa ambiguità si inserisce il valore aggiunto della scrittura di Sacks, che lavora sui temi dell’identità e della legittimità, intrecciando passato e presente senza perdere di vista l’essenza del personaggio.
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