Hideo Kojima e Super Mario Bros.: il gioco che ha cambiato il suo destino

Hideo Kojima ha rivelato che Super Mario Bros. è stato decisivo per il suo ingresso nell’industria videoludica, influenzando la sua visione del medium come forma d’arte capace di superare il cinema.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.
Hideo Kojima e Super Mario Bros.: il gioco che ha cambiato il suo destino

Nel panorama videoludico contemporaneo, Hideo Kojima è universalmente riconosciuto come uno degli autori più visionari e influenti. Le sue opere, spesso descritte come esperienze cinematografiche interattive, hanno ridefinito il modo di raccontare storie attraverso il medium videoludico. Eppure, all’origine di questo percorso creativo così complesso e stratificato, si trova un titolo sorprendentemente semplice e accessibile: Super Mario Bros..

Il celebre platform pubblicato nel 1985 da Nintendo non ha soltanto rivoluzionato il genere, ma ha avuto un impatto decisivo anche sulla vita professionale di Kojima. Un’influenza che, come lo stesso autore ha raccontato, è stata così profonda da spingerlo a intraprendere la carriera nello sviluppo di videogiochi.

Un’ossessione universitaria diventata vocazione

In un’intervista rilasciata a Wired Japan, Kojima ha ricordato il periodo universitario come il momento in cui Super Mario Bros. è diventato una vera e propria ossessione. Per circa un anno intero, il futuro autore di Metal Gear Solid ha dedicato gran parte del suo tempo al gioco, arrivando persino a saltare le lezioni pur di restare a casa a giocare.

«L’ho giocato per un anno. Ero uno studente universitario. Saltavo la scuola per giocare a casa», ha raccontato Kojima. «Senza Super Mario, probabilmente non sarei entrato in questo settore».

Parole che chiariscono quanto quell’esperienza, apparentemente semplice, sia stata determinante. Oggi Kojima ammette di non riuscire più a giocare a Super Mario Bros., sottolineandone la struttura essenziale: uno scorrimento laterale, un movimento costante da sinistra a destra, il salto come meccanica principale. Ma proprio in quella semplicità risiedeva, secondo lui, una forza narrativa allora sottovalutata.

Una storia minima, un’immersione totale

Il primo Super Mario Bros. presentava una trama ridotta all’osso: salvare una principessa tenuta prigioniera da una creatura malvagia. Nessuna complessità narrativa, nessun personaggio stratificato. Tuttavia, per Kojima, questo non rappresentava un limite. Al contrario, quella struttura essenziale permetteva al giocatore di proiettarsi completamente nell’avventura.

Secondo il game designer giapponese, proprio quella sensazione di viaggio e scoperta lo portò a maturare un’intuizione allora audace: i videogiochi avrebbero potuto un giorno superare il cinema come mezzo espressivo. Un’idea che, col senno di poi, anticipava decenni di evoluzione del medium.

In una precedente dichiarazione, Kojima aveva spiegato come l’esperienza di Super Mario gli avesse fatto percepire il potenziale dei videogiochi non solo come intrattenimento, ma come forma d’arte capace di coinvolgere emotivamente e sensorialmente in modo unico.

Dal cinema ai videogiochi: le influenze di Kojima

Sebbene Super Mario Bros. abbia acceso la scintilla iniziale, l’immaginario di Kojima si è formato anche attraverso il cinema. L’autore ha più volte citato registi come Martin Scorsese, Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock e Akira Kurosawa. Tuttavia, tra tutte le sue influenze, una spicca in modo particolare: John Carpenter.

Kojima ha spesso elogiato la capacità di Carpenter di muoversi tra i generi, costruendo atmosfere tese e disturbanti con mezzi essenziali. Film come The Thing e Halloween hanno lasciato un’impronta evidente sul suo approccio narrativo, fatto di isolamento, paranoia e ambiguità morale.

Narrazione e identità nell’era digitale

Questa sensibilità emerge chiaramente in opere come Metal Gear Solid, spesso interpretato come un racconto sull’intelligenza artificiale e il controllo dell’informazione. Kojima, però, ha più volte chiarito che il vero tema centrale è la trasformazione dell’essere umano nell’era digitale: un’analisi che va oltre la tecnologia, per interrogare identità, memoria e libero arbitrio.

Lo stesso discorso vale per Death Stranding, dove la dimensione ludica si fonde con una riflessione sul legame tra le persone e sull’isolamento contemporaneo. In entrambi i casi, il videogioco diventa uno spazio narrativo capace di offrire esperienze intime e personali, difficilmente replicabili da cinema o letteratura.

Un medium in continua evoluzione

Nel corso degli anni, Kojima ha ribadito più volte la sua convinzione che i videogiochi possiedano un potenziale espressivo unico. La possibilità di coinvolgere direttamente il giocatore, rendendolo parte attiva della narrazione, rappresenta per lui il vero punto di forza del medium.

Ripensando al suo percorso, colpisce come tutto abbia avuto origine da un platform essenziale degli anni Ottanta. Super Mario Bros. non è stato soltanto un successo commerciale o una pietra miliare del design videoludico, ma anche il catalizzatore di una carriera destinata a cambiare per sempre il modo di intendere il videogioco come forma d’arte.

Fonte: GamesRadar

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