Stranger Things, perché il finale ha evitato una carneficina in stile Game of Thrones

I fratelli Duffer spiegano perché il finale di Stranger Things ha evitato una carneficina in stile Game of Thrones, privilegiando coerenza narrativa e identità della serie.

Luca Ferraro
Luca Ferraro
Binge-watcher seriale e maniaco della continuity: se una serie fa parlare di sé, sono già al secondo rewatch.

Gli autori di Stranger Things, i fratelli Matt Duffer e Ross Duffer, hanno chiarito le ragioni che li hanno portati a evitare un epilogo segnato da una lunga scia di morti, prendendo esplicitamente le distanze da un finale in stile Game of Thrones. Con l’avvicinarsi dell’ottavo e ultimo episodio della quinta stagione, le speculazioni dei fan si erano concentrate soprattutto su chi sarebbe sopravvissuto allo scontro finale contro Vecna e il Mind Flayer e chi, invece, avrebbe potuto sacrificarsi.

Per mesi, personaggi centrali come Steve Harrington, Eleven e Will Byers sono stati indicati come possibili vittime eccellenti. Alla conclusione della stagione, però, la serie ha scelto una strada diversa. Solo Eleven e sua sorella Kali sono rimaste fuori da un epilogo pienamente sereno ambientato a Hawkins, e anche il destino di Eleven è stato volutamente lasciato in sospeso, con Mike che ha avanzato una teoria di sopravvivenza dal tono cauto ma speranzoso.

Una scelta che ha diviso il pubblico

L’assenza di una vera e propria “carneficina” ha inevitabilmente acceso il dibattito tra spettatori e addetti ai lavori, soprattutto considerando il livello di tensione costruito nel corso della stagione. Proprio per rispondere a queste reazioni, i Duffer hanno affrontato l’argomento in un’intervista al podcast Happy Sad Confused, spiegando perché un finale dominato dalle morti non fosse coerente con l’identità della serie.

Secondo quanto raccontato, tutte le opzioni sono state prese in considerazione, comprese quelle più estreme. Tuttavia, nessuna di queste si è rivelata davvero funzionale alla storia che volevano raccontare. Matt Duffer ha sottolineato come il lavoro in sala sceneggiatori non sia mai stato ossessionato dall’idea di “chi uccidere”, ma piuttosto dal percorso complessivo dei personaggi e dal senso dell’avventura.

Un racconto di formazione, non una storia di sangue

Nel corso dell’intervista, Matt Duffer ha spiegato che Stranger Things non è mai stata concepita come una serie fondata sullo shock fine a se stesso. «Nel nostro team di scrittura si analizza tutto, non soltanto le morti dei personaggi», ha chiarito. «Esploriamo ogni strada possibile, ma questa serie non è mai stata una storia di sangue. È un’avventura, un racconto di formazione».

Una posizione condivisa anche da Ross Duffer, che ha ribadito come l’inserimento di morti traumatiche avrebbe rischiato di compromettere la coerenza narrativa e i temi portanti della saga. Ogni possibile decesso è stato valutato in relazione all’impatto sul significato complessivo della storia, e spesso la conclusione è stata che il sacrificio non avrebbe aggiunto nulla di realmente utile.

Fedeltà all’identità della serie

Un altro aspetto centrale emerso dalle parole dei creatori riguarda il rispetto dell’identità costruita nel corso degli anni. I Duffer hanno dichiarato di aver guardato con attenzione ai finali di altre serie di lunga durata, notando come quelli più apprezzati siano stati capaci di rimanere fedeli a se stessi fino all’ultimo episodio.

Ross Duffer ha spiegato che la discussione si è concentrata su ogni singolo personaggio, valutando se determinate svolte fossero davvero coerenti con il loro percorso. In molti casi, la risposta è stata negativa: alcune soluzioni, pur spettacolari, non erano adatte ai temi e alla crescita emotiva che Stranger Things ha sempre messo al centro.

Nessuna richiesta di sacrifici dal cast

Nel corso dell’intervista è emerso anche un dettaglio curioso: nessuno degli attori ha mai chiesto esplicitamente di essere “ucciso” per esigenze narrative. Ross Duffer ha smentito l’idea che il cast fosse favorevole a un epilogo tragico, spiegando come gli interpreti siano profondamente legati ai loro personaggi e desiderosi di portarli fino in fondo.

Un chiarimento che prende le distanze da casi celebri del cinema, come quello di Harrison Ford in Return of the Jedi, e che rafforza l’idea di una produzione compatta anche sul piano umano e creativo.

Colpi di scena senza carneficine

L’assenza di un finale sanguinoso non ha comunque significato rinunciare ai colpi di scena. La quinta stagione ha riservato momenti di forte impatto emotivo, tra cui la sopravvivenza di Derek Turnbow, un esito che ha sorpreso parte del pubblico. Questa scelta si inserisce in una tradizione già consolidata nella serie, che in passato ha comunque mostrato il lato più crudele della storia attraverso personaggi come Eddie, Alexei o Bob, la cui morte è rimasta impressa nella memoria degli spettatori.

Il messaggio che emerge è chiaro: Stranger Things non ha bisogno di accumulare cadaveri per mantenere alta la tensione o colpire emotivamente il pubblico.

Un finale coerente con lo spirito della serie

In definitiva, l’ultimo ciclo di episodi di Stranger Things, disponibile in streaming su Netflix, conferma la volontà dei creatori di preservare l’equilibrio tra suspense, crescita dei personaggi e fedeltà al tono originale. Evitare una conclusione in stile Game of Thrones non è stata una rinuncia, ma una scelta consapevole.

Per i fratelli Duffer, chiudere la serie significava restare coerenti con ciò che Stranger Things è sempre stata: un racconto di formazione con elementi soprannaturali, capace di sorprendere senza tradire la propria anima. Una decisione che continua a far discutere, ma che riflette una visione narrativa precisa e deliberata.

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