GOAT: tra basket, animazione e ambizioni sportive, un film piacevole ma prevedibile

GOAT è il nuovo film d’animazione sportivo di Sony Pictures: visivamente energico e ben doppiato, ma penalizzato da una trama prevedibile e poco originale.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.

Con GOAT, Tyree Dillihay fa il suo ingresso nel mondo dei lungometraggi d’animazione rivolti a un pubblico giovane, firmando l’ultimo progetto prodotto da Sony Pictures Animation. Il risultato è una pellicola energica e colorata, che celebra il basket e lo spirito competitivo attraverso una messa in scena vivace e un cast vocale di livello. Tuttavia, dietro l’impatto visivo e la cura tecnica, la storia segue binari piuttosto familiari, richiamando schemi narrativi già ampiamente esplorati nel cinema sportivo.

Il film si inserisce nel solco di una fase particolarmente fertile per Sony Pictures Animation, che negli ultimi anni ha saputo distinguersi grazie a titoli acclamati come Spider-Man: Into the Spider-Verse, vincitore dell’Oscar come miglior film d’animazione, e Spider-Man: Across the Spider-Verse. Questo percorso ha contribuito a creare aspettative elevate anche attorno a GOAT, complice il coinvolgimento di Stephen Curry, qui non solo produttore ma anche doppiatore.

Una storia di sogni, sport e riscatto

La vicenda ruota attorno a Will, un giovane capretto che sogna di giocare a roarball, una versione animale del basket, nelle grandi leghe. Il suo obiettivo non è soltanto quello di affermarsi nello sport, ma anche di onorare la memoria della madre e dimostrare il proprio valore in un mondo dominato da creature imponenti come rinoceronti, orsi e campioni affermati.

Tra questi spicca Mane Attraction, un cavallo celebre e temuto, che incarna l’ostacolo principale sul cammino del protagonista. Le ridotte dimensioni di Will e la sua posizione marginale nella società di Vineland rendono il percorso verso il successo particolarmente arduo, secondo una dinamica classica che mette al centro la figura dell’outsider determinato a ribaltare i pronostici.

Un cast vocale solido e ben assortito

Uno dei punti di forza di GOAT è senza dubbio il doppiaggio. Caleb McLaughlin presta la voce a Will, riuscendo a restituire con sensibilità le fragilità emotive del personaggio, segnato dalla perdita e dal desiderio di riscatto. Gabrielle Union interpreta una giocatrice di primo piano, caratterizzata da determinazione e autorevolezza, mentre Aaron Pierre dà voce a Mane Attraction, un antagonista carismatico ma volutamente sopra le righe.

La presenza di Stephen Curry nel ruolo del jirafide Lenny aggiunge un tocco di autenticità alla componente sportiva del film, mentre Nick Kroll spicca per la sua interpretazione di Modo, una lucertola di Komodo eccentrica e ironica, pensata per alleggerire il tono generale con momenti di comicità ben calibrata.

Un mondo affascinante, ma poco approfondito

Dal punto di vista visivo, GOAT colpisce per l’energia delle sequenze sportive e per l’uso di colori accesi e movimenti dinamici. Le partite di roarball sono coreografate con attenzione e cercano di distinguersi da modelli celebri come Space Jam, puntando su soluzioni creative e su un’animazione fluida.

Tuttavia, l’ambientazione animale solleva alcune perplessità. La convivenza tra carnivori ed erbivori all’interno dello stesso ecosistema viene appena accennata e mai realmente approfondita. Il film evita deliberatamente di interrogarsi sulle implicazioni più inquietanti di questo mondo, preferendo mantenere un tono leggero e accessibile. Anche la pericolosità delle competizioni sportive, evidente nelle immagini, non trova una reale elaborazione narrativa, restando sullo sfondo come elemento spettacolare.

Tra spettacolo e prevedibilità

Se sul piano tecnico GOAT funziona, la sceneggiatura mostra i suoi limiti. La struttura narrativa ricalca fedelmente archetipi ben noti: il protagonista sottovalutato, l’antagonista dominante, la scalata verso il successo contro ogni difficoltà. Si tratta di elementi efficaci, ma che raramente sorprendono, rendendo l’esperienza complessivamente piacevole ma poco memorabile.

L’universo di Vineland, con i suoi diner, le strade animate e i campi di roarball, suggerisce una complessità che il film sceglie di non esplorare fino in fondo, sacrificando possibili spunti originali in favore di una narrazione più rassicurante.

In conclusione, GOAT è un film d’animazione solido e divertente, capace di intrattenere grazie a una buona realizzazione tecnica e a personaggi ben doppiati. Allo stesso tempo, la mancanza di originalità narrativa e l’uso di formule già viste ne limitano l’impatto complessivo. Un prodotto godibile, ma che difficilmente lascerà un segno duraturo nel panorama dei film sportivi animati. Il giudizio finale si attesta su un 7 su 10. L’uscita nelle sale italiane è prevista per il 13 febbraio 2026.

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