Marathon mi ha riportato negli extraction shooter, e non me l’aspettavo

Dopo anni con Escape from Tarkov, Marathon riesce a riportare nel PvP un giocatore esperto grazie a un approccio più rapido, accessibile e comunque ricco di tensione.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.
Marathon mi ha riportato negli extraction shooter, e non me l’aspettavo

Dopo anni passati su Escape from Tarkov, l’idea di rimettermi davvero alla prova con un altro extraction shooter hardcore sembrava improbabile. Eppure Marathon, pur scegliendo una strada meno estrema, è riuscito a ritagliarsi uno spazio molto concreto nelle mie abitudini di gioco. Quando non mi muovo con cautela nelle aree di Dire Marsh, penso già alla prossima incursione, alla prossima estrazione riuscita o al modo migliore per recuperare ciò che ho perso.

In questa fase iniziale mi porto ancora dietro una buona dose di frustrazione. Ho già lasciato sul campo parecchia attrezzatura durante l’esordio in Cryo Archive, e so che mi aspettano altre partite tese all’Outpost per ricostruire l’inventario prima della riapertura della zona riservata ai weekend. È un ciclo logorante, ma anche estremamente coinvolgente. Ed è proprio questo il punto: Marathon riesce a ricreare quella pressione costante che rende il genere così difficile da abbandonare.

Da scetticismo a ossessione

Dopo circa 80 ore di gioco dall’uscita, mi sono reso conto di quanto fosse cambiata la mia impressione iniziale. All’inizio guardavo al progetto con una certa diffidenza. Non ero convinto che uno studio grande come Bungie potesse restare fedele a un genere così di nicchia, fondato sull’idea di mettere davvero a rischio tutto, ogni volta che si entra in partita.

Il dubbio non riguardava solo la fedeltà alla formula. C’era anche una domanda più ampia: che cosa avrebbe potuto offrire Marathon di realmente diverso rispetto a titoli come Escape from Tarkov o Hunt: Showdown? La risposta, almeno per me, è arrivata abbastanza in fretta. Bungie ha costruito un extraction shooter con una forte identità estetica, un’economia di gioco ben riconoscibile e un universo narrativo che si estende ben oltre le singole sessioni, grazie a una lore stratificata custodita nel codex.

Questa combinazione ha fatto la differenza. Non è stata solo la struttura delle partite a convincermi, ma il modo in cui l’intero mondo di Marathon spinge a restare dentro il suo ritmo, a impararne le logiche e ad accettarne le regole.

Un extraction shooter più rapido, ma non più leggero

Dove Marathon si distingue davvero è nella gestione del tempo, del rischio e della frizione tra una partita e l’altra. Il TTK, cioè la velocità con cui si può abbattere un bersaglio, è molto più rapido rispetto a quello a cui mi aveva abituato Tarkov. Per chi arriva da un approccio più lento e prudente, l’impatto non è trascurabile. In più di un’occasione mi sono sentito fuori passo, quasi goffo, come se stessi entrando in uno scontro già in ritardo.

Eppure proprio questa accelerazione, col tempo, ha iniziato a funzionare. Marathon non rinuncia alla tensione tipica degli extraction shooter, ma la distribuisce in modo diverso. Le battaglie sono più veloci, le decisioni devono essere prese in tempi stretti e l’errore resta severamente punito. Solo che tutto appare meno macchinoso e più immediato.

Un aspetto decisivo è il modo in cui il gioco gestisce il loot al termine di una sessione. L’organizzazione automatica delle risorse riduce una parte importante delle operazioni ripetitive e rende più semplice tornare in campo. Anche la modifica delle armi è meno dispersiva, più leggibile, più rapida da affrontare. Sono dettagli che cambiano profondamente il ritmo complessivo dell’esperienza.

Meno attrito, stessa tensione

È qui che Marathon colpisce davvero. Negli anni avevo finito per allontanarmi dalla componente PvP di Escape from Tarkov non perché avesse perso valore, ma perché era diventata troppo esigente rispetto al tempo che potevo dedicarle. Prepararsi per un quarto d’ora e venire eliminati quasi subito era una dinamica sempre più difficile da sostenere.

Con Marathon questa barriera si abbassa sensibilmente. Il ritorno in partita è meno complicato, il reinvestimento dell’equipaggiamento è più fluido e le meccaniche di loot, come quelle legate a Cryo Archive, incoraggiano un uso più frequente e più strategico delle risorse. Il rischio resta, e anzi continua a essere il cuore pulsante dell’esperienza, ma non viene soffocato da un eccesso di passaggi preparatori.

Molti studi hanno provato a rendere il genere più accessibile, spesso però smussandone anche gli aspetti più intensi. Marathon, invece, prova a fare un’operazione diversa: aprire la porta a più giocatori senza svuotare il genere della sua tensione. È una distinzione importante. Il gioco riesce a coinvolgere anche amici che in passato trovavano altri extraction shooter troppo ostici, ma non rinuncia a quella sensazione di pericolo costante che per me resta il motivo principale per cui tornare.

Il merito di Bungie

Alla fine, la sensazione più netta è che Marathon percorra una strada diversa rispetto a Escape from Tarkov, pur inseguendo obiettivi molto simili. Non replica semplicemente una formula consolidata, ma la rilegge attraverso una struttura più agile, più moderna e più aperta. Per chi, come me, aveva quasi smesso di cercare qualcosa di nuovo in questo genere, il risultato è stato sorprendente.

Bungie non ha trasformato l’extraction shooter in qualcosa di innocuo o alleggerito. Ha semplicemente eliminato una parte dell’attrito che, con il tempo, rischiava di allontanare anche chi quel genere lo amava davvero. Ed è proprio per questo che Marathon è riuscito dove altri hanno fallito: mi ha riportato nel PvP, rimettendomi addosso quella tensione che pensavo di aver lasciato definitivamente in Tarkov.

Marathon mi ha riportato negli extraction shooter, e non me l’aspettavo
Kinguin

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