L’idea al centro di Project Hail Mary è affascinante e inquietante insieme: per salvare la Terra da una minaccia aliena, l’umanità invia una nave interstellare verso Tau Ceti, una stella indicata come possibile chiave per la sopravvivenza del pianeta. In questa cornice narrativa, tutto ruota attorno alla possibilità che in quel sistema si sia sviluppato un microrganismo capace di offrire una soluzione a una crisi globale.
Da qui nasce una domanda molto concreta, che va oltre la fantascienza: quanto è plausibile che Tau Ceti possa davvero ospitare forme di vita? E, più in generale, tra le migliaia di esopianeti scoperti finora, in che modo gli astronomi decidono quali siano i mondi più promettenti da studiare? Una recente ricerca pubblicata sulle Monthly Notices of the Royal Astronomical Society prova a dare una risposta, concentrandosi sui pianeti che presentano le condizioni più favorevoli alla presenza di vita.
Come gli astronomi trovano i pianeti più promettenti
La scoperta degli esopianeti avviene soprattutto attraverso due metodi principali. Il primo è il metodo del transito, che misura la lieve diminuzione di luminosità di una stella quando un pianeta le passa davanti. Più grande è il pianeta, più evidente sarà il calo di luce registrato dagli strumenti.
Il secondo metodo si basa invece sul cosiddetto movimento oscillatorio della stella. In pratica, la gravità esercitata da un pianeta può provocare una sorta di piccola oscillazione della stella stessa, un effetto che permette agli astronomi di intuire la presenza del corpo in orbita. Secondo Lisa Kaltenegger, astrofisica della Cornell University e prima autrice dello studio, questo fenomeno diventa più facile da osservare quando il pianeta è vicino alla sua stella e quando la stella è relativamente piccola.
Oggi sono stati individuati più di 6.000 esopianeti, ma la maggior parte non rappresenta un buon candidato per la ricerca di vita. Molti appartengono infatti alla categoria dei gioviani caldi, giganti gassosi che orbitano molto vicino alla loro stella. Sono mondi più facili da rilevare, ma difficilmente compatibili con condizioni favorevoli alla vita come la conosciamo.
Cosa rende un pianeta davvero abitabile
Per essere considerato interessante in ottica biologica, un pianeta deve rispondere ad almeno due criteri fondamentali. Il primo è avere una superficie rocciosa, dunque una struttura più simile a quella terrestre che a quella di un gigante gassoso. Il secondo è trovarsi nella cosiddetta zona abitabile, cioè a una distanza dalla propria stella tale da consentire, almeno in teoria, la presenza di acqua liquida.
Proprio per questo, il nuovo studio suggerisce di concentrare maggiormente l’attenzione su stelle più piccole e più fredde, attorno alle quali i pianeti rocciosi sono più facili da individuare e studiare. È in questi sistemi che, secondo i ricercatori, aumentano le probabilità di trovare ambienti potenzialmente abitabili.
Tau Ceti non convince più come destinazione ideale
Ed è qui che la fantasia di Project Hail Mary si scontra con uno scenario scientifico meno incoraggiante. Da quando il romanzo è uscito nel 2021, il quadro relativo a Tau Ceti si è definito meglio, e oggi la valutazione del sistema appare meno ottimista. Secondo quanto emerge dallo studio citato, Tau Ceti probabilmente non possiede pianeti nella sua zona abitabile.
È un dettaglio che ridimensiona parecchio il fascino di questa stella come possibile rifugio biologico. Se davvero in quel sistema non esistono pianeti collocati alla giusta distanza dalla stella, allora diventa molto più difficile immaginare l’evoluzione di forme di vita paragonabili a quelle ipotizzate nella storia. Lisa Kaltenegger lo osserva anche con una nota ironica: in fondo, per l’umanità è una buona notizia, perché significa che una minaccia come quella descritta in Project Hail Mary difficilmente avrebbe potuto svilupparsi proprio lì.
I sistemi più interessanti per cercare la vita aliena
Se Tau Ceti perde terreno, altri sistemi emergono invece come candidati molto più solidi. Tra questi spicca TRAPPIST-1, uno dei nomi più noti nella ricerca sugli esopianeti. Questo sistema ospita sette pianeti rocciosi nella zona abitabile ed è oggi uno degli obiettivi più osservati, anche grazie al lavoro del telescopio spaziale James Webb.
Un altro sistema considerato promettente è TOI-715, una nana rossa attorno alla quale orbita TOI-715 b, una super-Terra con una massa tripla rispetto a quella del nostro pianeta. Anche questo mondo si trova nella zona abitabile della sua stella e viene indicato come uno dei candidati più interessanti. Il limite, però, è la distanza: 139 anni luce sono troppi per immaginare un’esplorazione interstellare realistica in tempi ragionevoli.
Molto più vicino si trova invece Proxima Centauri, distante appena 4,25 anni luce. Il sistema ospita un pianeta simile alla Terra all’interno della zona abitabile, e proprio questa combinazione tra vicinanza e potenziale interesse scientifico lo rende uno dei bersagli più affascinanti per eventuali missioni future.
Non solo pianeti perfetti: anche i mondi “sul bordo” contano
Lo studio non si limita ai pianeti ritenuti pienamente abitabili. Oltre ai 45 mondi considerati i migliori candidati, Kaltenegger e il suo team ne hanno indicati altri 24 che si collocano ai margini delle condizioni ideali. Sono i cosiddetti “pianeti sul bordo”, corpi celesti che forse non ricevono abbastanza energia per mantenere acqua liquida in superficie, ma che non per questo vanno esclusi del tutto.
L’interesse verso questi mondi nasce da un principio semplice: la vita potrebbe non assomigliare per forza a quella terrestre. Concentrarsi solo sui casi più perfetti ha senso dal punto di vista pratico, ma rischia anche di restringere troppo il campo. La ricerca di vita oltre la Terra, infatti, richiede rigore scientifico ma anche una certa elasticità mentale, perché l’universo potrebbe sorprendere proprio nei luoghi meno ovvi.
Ed è questo, in fondo, il punto più interessante emerso da questa prospettiva: la scienza ha bisogno di selezionare con attenzione i suoi obiettivi, ma non può rinunciare all’immaginazione. Nella ricerca astronomica, come nella fantascienza migliore, le scoperte più importanti spesso nascono proprio dall’incontro tra metodo e intuizione.
HUB Scienza e SpazioQuesto articolo fa parte della categoria Scienza e Spazio. Per leggere tutti i nostri articoli su Scienza e Spazio clicca qui.






