Artemis II e il caso del bagno di Orion: perché il vero problema non è il water

Il bagno di Orion su Artemis II non è fuori uso: il nodo riguarda lo svuotamento del serbatoio dell’urina, mentre NASA prepara i controlli completi dopo il rientro.

Chiara Bianchi
Chiara Bianchi
Appassionata di cinema e di tutto ciò che ruota intorno alla settima arte. Racconto di film, registi e tendenze con uno sguardo critico ma sempre accessibile.

Tra i dettagli più curiosi della missione Artemis II, ce n’è uno che continua a catalizzare l’attenzione quasi quanto il flyby lunare: il bagno della capsula Orion. Non è solo una nota di colore. Il sistema igienico di bordo rappresenta infatti un passaggio importante per le missioni umane nello spazio profondo, soprattutto perché Artemis II è il primo volo con equipaggio oltre l’orbita bassa terrestre dai tempi di Apollo 17, nel 1972. E proprio per questo, ogni anomalia viene osservata con attenzione.

Il punto, però, va chiarito subito: il bagno non è fuori servizio. Dopo il primo inconveniente registrato poco dopo il lancio del 1° aprile 2026, NASA aveva già comunicato che il sistema era stato riportato a condizioni operative normali. Il nuovo aggiornamento arrivato martedì 7 aprile ha corretto anche una percezione che si stava facendo strada in queste ore: il problema principale non riguarda l’uso del water in sé, ma la difficoltà nello svuotare il serbatoio dell’urina accumulata a bordo.

Il bagno di Orion continua a funzionare, ma c’è un intoppo tecnico

Durante il briefing del 7 aprile, il direttore di volo Rick Henfling ha spiegato che il sistema resta operativo, ma che la ventilazione destinata all’evacuazione del contenuto del serbatoio si sta rivelando molto meno efficace del previsto. In pratica, l’equipaggio può ancora usare il bagno, ma il team di missione sta gestendo con soluzioni alternative la parte più delicata dello smaltimento dell’urina nello spazio. È una distinzione importante, perché ridimensiona parecchio l’idea di un guasto totale a bordo.

A complicare il quadro c’è anche un altro elemento emerso nei giorni scorsi: un odore di bruciato avvertito dall’equipaggio nella zona igienica. Il problema era stato segnalato già il 3 aprile, quando Orion si trovava a metà del viaggio verso la Luna. L’odore, descritto come simile a quello di un riscaldatore, è stato localizzato proprio nell’area del bagno, ma al momento non risulta collegato a un’emergenza di bordo né ha creato conseguenze operative tali da cambiare il profilo della missione.

La pista del ghiaccio si allontana, ora si guarda a una possibile reazione chimica

In un primo momento, il team NASA aveva preso in considerazione l’ipotesi di un’ostruzione causata dal ghiaccio nella bocchetta di sfogo esterna di Orion. Per questo motivo sono stati attivati i riscaldatori e la capsula è stata orientata verso il Sole, nel tentativo di sciogliere eventuali residui congelati. Ma, stando all’ultimo aggiornamento, questa teoria non sembra reggere: il problema è rimasto anche dopo quei tentativi.

L’ipotesi più recente è un’altra, e riguarda la chimica impiegata per evitare la formazione di biofilm nelle acque di scarico. Secondo Henfling, potrebbe verificarsi una reazione capace di generare piccoli residui, poi accumulati in un filtro fino a causare l’intasamento del sistema di evacuazione. Non c’è ancora una conferma definitiva, e NASA resta prudente. Per avere una risposta concreta servirà quasi certamente un’ispezione diretta del veicolo una volta rientrato sulla Terra.

Anche Lori Glaze, responsabile ad interim della direzione Exploration Systems Development Mission Directorate della NASA, ha spiegato che il primo passo dopo il recupero sarà proprio aprire la capsula e analizzare da vicino ciò che è accaduto. In altre parole, il mistero del bagno di Orion non verrà risolto del tutto in volo: la diagnosi più accurata arriverà solo dopo il rientro.

Perché questa storia conta più di quanto sembri

Può sembrare un dettaglio minore, ma in realtà non lo è affatto. Le missioni Apollo, pur raggiungendo la Luna, non disponevano di una toilette vera e propria come quella installata su Orion: gli astronauti usavano sistemi molto più rudimentali, basati su sacchetti portatili. Il fatto che Artemis II stia portando oltre l’orbita terrestre un bagno progettato per offrire più autonomia e più privacy è già, di per sé, un piccolo passaggio storico. E ogni problema incontrato ora diventa materiale prezioso per affinare le missioni future.

Il rientro di Orion è previsto al largo di San Diego venerdì 10 aprile alle 20:07 EDT, cioè sabato 11 aprile alle 2:07 ora italiana. A bordo ci sono gli astronauti NASA Reid Wiseman, Victor Glover e Christina Koch, insieme all’astronauta dell’Agenzia Spaziale Canadese Jeremy Hansen. Con il loro ammaraggio si chiuderà una missione di prova di circa dieci giorni che ha già segnato un primato: il ritorno di esseri umani nello spazio profondo per la prima volta in oltre mezzo secolo. E sì, anche la vicenda del bagno farà parte del bilancio finale della missione.

Alla fine, il vero dato da tenere a mente è semplice: il bagno di Artemis II non ha mandato in crisi la missione, ma sta offrendo a NASA un test reale su un sistema che, per quanto poco spettacolare, sarà fondamentale per i viaggi umani di lunga durata. In fondo, anche l’esplorazione spaziale passa da qui: dalla capacità di far funzionare bene non solo i motori e i computer di bordo, ma anche tutto ciò che rende una capsula davvero abitabile.

Fonte: space.com

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