Faces of Death torna al cinema: il reboot punta tutto su social media, polemiche e orrore metanarrativo

Il reboot di Faces of Death rilancia uno dei titoli più controversi dell’horror e lo trasforma in una riflessione su social media, immagini estreme e assuefazione.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.

Il ritorno di Faces of Death è una delle sorprese più inattese per gli appassionati di horror. Il reboot del celebre e controverso titolo del 1978 arriverà venerdì 10 aprile e si presenta come un progetto che non punta soltanto a scioccare, ma anche a riflettere sul rapporto tra violenza, immagini estreme e cultura digitale. Nel cast ci sono Barbie Ferreira e Dacre Montgomery, due nomi che contribuiscono a dare visibilità a un’operazione già destinata a far discutere.

L’elemento più interessante, però, è il modo in cui il film sembra voler reinterpretare un marchio così ingombrante. Invece di limitarsi a riproporre l’impianto dell’originale, il nuovo Faces of Death sceglie una strada metanarrativa e costruisce il suo discorso attorno all’ossessione contemporanea per i contenuti shock, ai social media e al bisogno continuo di provocare reazioni.

Un titolo leggendario e controverso dell’horror

Il Faces of Death originale uscì nel 1978 e si impose subito come uno dei titoli più discussi e famigerati del genere. Il film venne vietato in oltre 40 Paesi e la sua reputazione si costruì proprio attorno alla capacità di spingersi oltre i limiti di ciò che il pubblico era abituato a vedere.

La storia seguiva un anatomopatologo che, nel ruolo anche di narratore, mostrava una serie di filmati raffiguranti morti cruente. Una parte di quel materiale era reale, mentre alcune sequenze più intime erano state ricostruite. Questo, però, non bastò a frenare le polemiche. Anzi, contribuì a rafforzare l’ambiguità del film e ad alimentare la convinzione diffusa che tutto ciò che compariva sullo schermo fosse autentico.

Proprio per questo, l’idea di realizzare un reboot di Faces of Death appariva improbabile. Eppure il nuovo film prova a trasformare quel bagaglio controverso in qualcosa di diverso, legandolo ai meccanismi del presente.

La trama del reboot e il ruolo dei social

Nel nuovo Faces of Death, Dacre Montgomery interpreta un serial killer che rievoca scene del film originale. A intuire cosa sta accadendo è Margot, personaggio affidato a Barbie Ferreira, che lavora come moderatrice di contenuti per una grande piattaforma social.

La scelta di collocare la protagonista in questo contesto non è casuale. Il film sposta infatti l’orrore dal semplice atto di mostrare la morte alla dimensione più attuale della sua circolazione online, della visione compulsiva e del consumo di immagini disturbanti attraverso schermi, feed e piattaforme. In questo senso, il reboot sembra voler usare il nome Faces of Death per parlare non solo del passato del genere, ma soprattutto del presente.

L’operazione assume così un tono chiaramente metanarrativo. Il film richiama un titolo storicamente associato allo scandalo per raccontare un’epoca in cui lo scandalo stesso sembra essere diventato parte integrante del sistema mediatico.

Un horror che vuole dividere e far discutere

Nel corso delle interviste promozionali, cast e autori hanno insistito proprio su questo aspetto. Secondo quanto emerso, il film vuole commentare l’ossessione contemporanea per i social media e la loro tendenza a generare polemiche continue, trattando questa dinamica come un elemento centrale del racconto.

Josie Totah ha raccontato che il trailer del film sarebbe già stato rimosso da YouTube, osservando che la cosa non rappresenta un problema, perché l’intenzione non era quella di realizzare un film capace di mettere il pubblico a proprio agio. Una dichiarazione che chiarisce bene la postura dell’opera: non rassicurare, ma provocare una reazione.

Sulla stessa linea si è mossa Isa Mazzei, co-sceneggiatrice e produttrice, secondo cui la vera controversia non riguarderebbe soltanto la presenza di morte reale o gli elementi più disturbanti del film. Il punto, piuttosto, sarebbe il modo in cui la cultura contemporanea sembra consumare qualsiasi forma di spettacolo, anche la più estrema, appropriandosi con naturalezza di contenuti che un tempo sarebbero stati respinti o evitati.

L’horror come strumento per parlare del presente

Anche Gavin Brivik, compositore e collaboratore di Daniel Goldhaber, ha sottolineato come l’horror riesca spesso a generare conversazioni molto forti pur presentandosi, almeno in superficie, come semplice intrattenimento. Secondo questa lettura, un film del genere può affrontare temi sociali complessi attraverso un linguaggio diretto, brutale e immediatamente leggibile.

Dacre Montgomery ha spiegato di considerare l’horror il suo genere preferito proprio per questa ragione: a suo avviso, permette di mascherare temi complessi, ma anche di affrontare questioni che la società non è ancora pronta a discutere apertamente. È un’idea che si adatta perfettamente a un progetto come Faces of Death, dove l’elemento scioccante sembra funzionare come veicolo per un discorso più ampio.

Nel film, dunque, l’orrore non nasce solo dalla violenza mostrata, ma anche dalla familiarità con cui il pubblico di oggi entra in contatto con immagini estreme. È qui che il reboot sembra trovare il suo bersaglio più preciso.

Il film come critica dell’assuefazione alle immagini estreme

Tra gli interventi più significativi c’è quello di Brivik, che ha evidenziato quanto il pubblico sia ormai abituato a vedere immagini di genocidi, incidenti e morte reale, fino quasi a considerarle normali. Il film, in questa prospettiva, critica proprio la perdita di sensibilità prodotta da questa esposizione continua e la distanza che si crea tra le persone e la loro stessa umanità.

Anche altri membri del team hanno toccato temi simili. Josie Totah ha parlato della doppia natura delle innovazioni sociali, capaci sia di migliorare sia di danneggiare la società. Daniel Goldhaber, invece, ha puntato l’attenzione sulle aziende che gestiscono le piattaforme, descritte come soggetti in grado di alimentare conflitti e divisioni attraverso contenuti automatizzati pensati per catturare attenzione e creare dipendenza.

Infine, Holliday ha definito il film come una sorta di avvertimento sui rischi di restare intrappolati in una realtà virtuale sempre più invasiva, dove l’esposizione costante può finire per trasformare le persone proprio in ciò che disprezzano. Pur mantenendo una natura dichiaratamente spettacolare, Faces of Death sembra quindi voler usare l’intrattenimento per mettere in guardia il pubblico.

Il reboot, insomma, non punta soltanto a rispolverare un titolo scandaloso del passato. L’obiettivo sembra essere quello di aggiornare quel nome a un presente dominato da algoritmi, contenuti estremi e assuefazione collettiva. Ed è proprio questo intreccio tra provocazione e commento sociale a renderlo, almeno sulla carta, uno degli horror più discussi dell’anno.

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