Buchi neri supermassicci nell’universo primordiale: la materia oscura potrebbe aver accelerato la loro nascita

Nuovo studio collega il decadimento della materia oscura alla nascita precoce dei buchi neri supermassicci osservati dal James Webb nell’universo primordiale.

Chiara Bianchi
Chiara Bianchi
Appassionata di cinema e di tutto ciò che ruota intorno alla settima arte. Racconto di film, registi e tendenze con uno sguardo critico ma sempre accessibile.

I buchi neri supermassicci comparsi nei primissimi istanti della storia cosmica continuano a rappresentare uno dei problemi più affascinanti dell’astrofisica moderna. Nuove ricerche suggeriscono che, per spiegare la loro presenza così precoce, potrebbe essere necessario chiamare in causa la materia oscura, una delle componenti più enigmatiche dell’universo. L’ipotesi è che il decadimento di questa sostanza abbia fornito energia sufficiente a modificare l’evoluzione delle prime galassie e a favorire la formazione di giganteschi semi di buco nero molto prima del previsto.

Il tema è tornato al centro del dibattito scientifico dopo le osservazioni del James Webb Space Telescope. I dati raccolti hanno infatti mostrato la presenza di buchi neri supermassicci quando l’universo aveva appena poche centinaia di milioni di anni, una tempistica che mette in difficoltà i modelli tradizionali di crescita.

Il problema dei buchi neri nati troppo presto

Da quando il James Webb Space Telescope ha iniziato a inviare dati sulla Terra, nell’estate del 2022, gli scienziati si sono trovati davanti a un interrogativo tutt’altro che secondario. Lo strumento ha individuato buchi neri supermassicci già a circa 500 milioni di anni dal Big Bang, un’epoca estremamente antica su scala cosmica.

Il punto è che, secondo i meccanismi più noti, oggetti di questo tipo dovrebbero richiedere molto più tempo per raggiungere masse di milioni o miliardi di volte superiori a quella del Sole. I processi di fusione e di accrescimento, infatti, sembrano aver bisogno di almeno un miliardo di anni per costruire strutture così imponenti. La presenza di questi giganti in una fase tanto precoce dell’universo impone quindi una spiegazione diversa, o quantomeno un’aggiunta ai modelli già esistenti.

È in questo contesto che si inserisce la nuova ipotesi avanzata dai ricercatori: la materia oscura potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nell’alterare le condizioni delle prime galassie, rendendo più facile la nascita di buchi neri enormi in tempi molto più rapidi.

L’ipotesi del collasso diretto e il possibile aiuto della materia oscura

Tra le spiegazioni proposte per la formazione rapida dei buchi neri supermassicci c’è quella del collasso diretto. In questo scenario, enormi nubi di gas e polvere non passerebbero attraverso il normale ciclo di nascita e morte stellare, ma collasserebbero quasi subito formando un seme di buco nero già molto massiccio.

Il problema, però, è che anche questo meccanismo richiederebbe condizioni piuttosto rare. In particolare, le nubi dovrebbero essere irradiate da stelle vicine capaci di fornire l’energia necessaria a innescare il processo. Si tratta di una coincidenza possibile, ma non abbastanza comune da spiegare da sola il numero di oggetti che oggi iniziamo a osservare.

Qui entra in scena la nuova proposta. Secondo il team di ricerca, l’energia rilasciata dal decadimento della materia oscura potrebbe aver agito come fonte alternativa, modificando in profondità il comportamento delle prime nubi di gas e rendendo più probabile il collasso diretto. In sostanza, non servirebbe più affidarsi soltanto a circostanze rare: ci sarebbe un meccanismo aggiuntivo capace di favorire la nascita precoce di questi colossi cosmici.

Perché la materia oscura resta così importante

La materia oscura rappresenta circa l’85% della materia dell’universo, eppure continua a sfuggire all’osservazione diretta. Non interagisce con la luce, cioè con la radiazione elettromagnetica, ed è proprio questa invisibilità a renderla tanto difficile da studiare. Gli scienziati sanno che deve esistere per via dei suoi effetti gravitazionali, ma non sanno ancora con precisione da quali particelle sia composta.

Questa incertezza ha spinto la fisica a cercare possibili spiegazioni oltre il Modello Standard. Le particelle candidate alla materia oscura potrebbero avere proprietà molto diverse tra loro: alcune potrebbero attraversare la materia ordinaria quasi senza lasciare traccia, altre potrebbero interagire in modi ancora poco compresi, altre ancora potrebbero decadere in particelle più piccole, liberando una minima quantità di energia.

Secondo Yash Aggarwal e Flip Tanedo, proprio questa energia potrebbe essere stata sufficiente a influenzare le prime strutture cosmiche. Anche un apporto minuscolo, su scala atomica, potrebbe aver cambiato l’equilibrio chimico delle prime nubi di idrogeno e aver aperto la strada alla formazione dei buchi neri a collasso diretto.

Aggarwal ha spiegato che il decadimento della materia oscura potrebbe rimodellare in modo profondo l’evoluzione delle prime stelle e galassie, con effetti diffusi su tutto l’universo. E proprio l’aumento delle osservazioni di buchi neri supermassicci molto antichi, reso possibile dal JWST, rende questa ipotesi particolarmente interessante per colmare il divario tra teoria e osservazione.

Un segnale cosmico nascosto nelle prime galassie

Tanedo ha sottolineato che le prime galassie erano essenzialmente grandi ammassi di idrogeno primordiale, con una chimica estremamente sensibile anche a piccole iniezioni di energia. In questo senso, potrebbero aver funzionato quasi come una sorta di rivelatore naturale di materia oscura.

L’idea è suggestiva: i buchi neri supermassicci che osserviamo oggi potrebbero essere la traccia indiretta di un processo fisico ancora invisibile. Invece di cercare soltanto la materia oscura nei laboratori o nei segnali sperimentali più tradizionali, gli scienziati potrebbero trovarne indizi nei grandi fenomeni cosmici dell’universo primordiale.

Il team ha anche identificato un possibile intervallo di massa per le particelle di materia oscura coinvolte nel processo, compreso tra 24 e 27 elettronvolt. Sarebbero proprio particelle con queste caratteristiche a favorire le condizioni necessarie all’innesco del collasso diretto e, di conseguenza, alla crescita rapida dei buchi neri supermassicci.

Una teoria nata dall’incontro tra discipline diverse

Uno degli aspetti più interessanti di questo studio è il suo carattere profondamente interdisciplinare. Per arrivare a questa ipotesi è stato necessario mettere insieme fisica delle particelle, cosmologia e astrofisica, cioè ambiti che spesso lavorano su scale molto diverse ma che, in casi come questo, finiscono per convergere.

Tanedo ha osservato che un ambiente di materia oscura adeguato può rendere molto più probabile la “coincidenza” del collasso diretto dei buchi neri. Allo stesso modo, è stata proprio una coincidenza favorevole tra competenze differenti a rendere possibile questa proposta teorica.

Il risultato non offre ancora una risposta definitiva, ma apre una strada concreta per interpretare uno dei misteri più discussi degli ultimi anni. Se questa ipotesi dovesse reggere alle future osservazioni, la materia oscura non sarebbe soltanto una componente invisibile dell’universo, ma anche uno dei fattori chiave nella nascita dei suoi oggetti più estremi.

Lo studio del team è stato pubblicato martedì 14 aprile sul Journal of Cosmology and Astroparticle Physics. E mentre il James Webb Space Telescope continua a spingere lo sguardo sempre più indietro nel tempo, il sospetto che la materia oscura abbia contribuito a costruire l’universo primordiale in modo più attivo del previsto sembra destinato a restare al centro della ricerca.

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