The Empty Desk prova a ritagliarsi uno spazio preciso nel panorama dei thriller narrativi in prima persona. Sviluppato da CheesecakeGames, il gioco ha debuttato su Steam il 16 aprile 2025, per poi arrivare su PlayStation 5 e Xbox Series X|S il 17 aprile 2026 tramite JanduSoft. Si presenta come il primo capitolo della saga Detective Bennett: Solved Cases e punta su una formula compatta, con una durata di circa 2,5-3,5 ore. L’idea, almeno sulla carta, è interessante: partire da un caso di omicidio e trasformarlo gradualmente in un’esperienza più inquieta, sospesa tra indagine, tensione psicologica e perdita di riferimenti.
Un impianto narrativo che incuriosisce più del gameplay
Al centro della storia c’è Thomas H. Bennett, detective della Omicidi ormai a una settimana dalla pensione. Il suo ultimo caso lo porta dentro la sede della Blackthorn & Co., dove deve fare luce sulla morte del magnate Arthur Blackthorn e sulla scomparsa della figlia Emily. È una premessa che funziona subito, perché unisce il classico mistero investigativo a un contesto che promette qualcosa di più ambiguo e disturbante.
La direzione presa dal racconto, infatti, sembra essere il vero punto di forza del gioco. Più che concentrarsi su un’indagine rigorosa e stratificata, The Empty Desk lavora sull’idea di un progressivo scivolamento nell’insicurezza, nel logoramento mentale e in una realtà che comincia a deformarsi. Il caso poliziesco resta il motore iniziale, ma presto emerge soprattutto un senso di alienazione che accompagna il giocatore per tutta l’esperienza.
È proprio questo aspetto a dare personalità al progetto. Il titolo richiama apertamente il vuoto, la stanchezza, l’assenza, e il gioco sembra voler costruire la propria identità attorno a queste sensazioni più che alla pura risoluzione di un enigma. In questo senso, l’idea di fondo ha un suo fascino e riesce a distinguersi almeno in parte da altre produzioni simili.

L’atmosfera è il vero elemento che lascia il segno
Dove The Empty Desk pare convincere con maggiore continuità è nella costruzione dell’atmosfera. La sede della Blackthorn non appare come un semplice ufficio, ma come uno spazio instabile, quasi un limbo, dove l’ordine iniziale si incrina lentamente. Questo slittamento ambientale contribuisce a creare una tensione costante, più sottile che aggressiva, più vicina a un lento deterioramento che a un horror costruito sugli spaventi improvvisi.
Il tono, da questo punto di vista, sembra piuttosto chiaro: non si cerca il colpo facile, ma un’inquietudine che cresce scena dopo scena. Anche la possibilità di disattivare i jump scare va letta in questa direzione. È una scelta che rafforza l’idea di un’esperienza pensata soprattutto per chi cerca una narrazione cupa e controllata, non necessariamente un horror duro o spettacolare.
C’è poi un altro aspetto da considerare: la durata contenuta. Invece di diluire il racconto, il gioco preferisce mantenere una struttura breve, essenziale, senza allungare artificialmente i tempi. È una decisione coerente con il suo impianto e, per molti versi, anche con la sua natura di produzione indipendente. Quando un titolo di questo tipo evita di trascinarsi oltre il necessario, il risultato può essere più compatto e leggibile.
Il problema arriva quando si chiede di più all’indagine
Se però l’atmosfera regge, la parte più strettamente ludica sembra mostrare limiti molto più evidenti. L’indagine viene presentata come accessibile e fluida, con enigmi integrati nella storia e un ritmo pensato per non bloccare mai il giocatore. In pratica, però, questa impostazione pare tradursi in un’interazione piuttosto leggera, con poca profondità investigativa e un coinvolgimento limitato sul piano delle deduzioni.
Diverse impressioni convergono infatti su alcuni punti critici: il gameplay risulterebbe ripetitivo, il backtracking sarebbe frequente e gli enigmi non sempre abbastanza stimolanti da sostenere il peso della componente detective. Più che ricostruire davvero un caso, il giocatore si troverebbe spesso a seguire un percorso già definito, raccogliendo indizi e avanzando in modo guidato, senza quella sensazione di vera scoperta che ci si aspetta da un investigativo.
È qui che emerge la distanza più evidente tra le ambizioni del gioco e la sua realizzazione. L’idea di raccontare burnout, alienazione e crisi percettiva attraverso un caso di omicidio è buona, ma non basta da sola a trasformare il tutto in un detective game memorabile. Se la deduzione resta in secondo piano e i puzzle non incidono, il rischio è che l’indagine perda mordente e diventi quasi un pretesto per portare avanti l’atmosfera.
Un indie con limiti evidenti, ma non privo di fascino
Essendo un progetto indie di dimensioni contenute, The Empty Desk porta con sé anche una serie di limiti produttivi abbastanza riconoscibili. Alcuni aspetti come il doppiaggio, il sound design o la rigidità di certe interazioni ambientali sembrano tradire un budget ridotto e una realizzazione non sempre rifinita. Sono difetti che possono pesare, soprattutto in un’esperienza così breve, dove ogni dettaglio contribuisce alla tenuta complessiva.
Detto questo, il gioco sembra comunque avere un suo spazio preciso. La pulizia visiva, il tono generale e la scelta di restare concentrato su una singola esperienza compatta sono elementi che giocano a suo favore. Anche il prezzo di lancio, fissato su console a 10,49 euro o dollari con sconto iniziale del 20%, chiarisce bene il posizionamento del titolo: una produzione piccola, accessibile, costruita più sul mood che sulla complessità.
Per questo motivo, The Empty Desk appare più convincente se affrontato come un’avventura narrativa breve, con una forte impronta esplorativa e una componente horror soprattutto atmosferica. Chi entra aspettandosi un thriller interattivo lineare ma suggestivo potrebbe trovare qualcosa di interessante. Chi invece cerca un’indagine articolata, enigmi impegnativi e deduzioni solide rischia di restare deluso.
Alla fine, The Empty Desk dà l’idea di un debutto con intuizioni valide e una forma ancora acerba. L’atmosfera sembra esserci, così come una certa volontà di usare il giallo per raccontare un disagio più profondo. Manca però quella profondità nel gameplay che avrebbe potuto trasformare una buona idea in un’esperienza davvero incisiva. Resta quindi un thriller narrativo discreto, a tratti suggestivo, ma non abbastanza robusto da lasciare un segno forte nel genere.


