The Mandalorian and Grogu non si limita a riportare Star Wars al cinema dopo l’ultimo capitolo uscito in sala, L’ascesa di Skywalker. Il film di Jon Favreau, atteso per il 20 maggio 2026, sembra voler recuperare anche una parte precisa del linguaggio visivo che aveva reso così riconoscibile la trilogia originale. Dietro il ritorno di Din Djarin e Grogu, infatti, c’è anche una scelta tecnica e stilistica che guarda apertamente al passato della saga. Favreau ha confermato che il film riprende l’uso di miniature, motion control e altri strumenti pratici legati alla tradizione storica di ILM, pur restando dentro una produzione moderna pensata per il grande schermo e per l’IMAX.
Il ritorno del Dykstraflex
Il riferimento più interessante riguarda il Dykstraflex, il celebre sistema di motion-control sviluppato per Star Wars da John Dykstra e dal team di ILM durante la lavorazione del primo film del 1977. Lucasfilm ricorda che questa tecnologia fu decisiva per ottenere le inquadrature dinamiche delle astronavi in miniatura, combinando più passaggi di ripresa in modo estremamente preciso. Lo stesso archivio ufficiale di Lucasfilm sottolinea anche che il Dykstraflex e le sue evoluzioni rimasero in uso per circa trent’anni, prima del passaggio quasi completo agli strumenti digitali.
Favreau, durante un incontro stampa dedicato al film, ha spiegato che sul set era presente un elemento ricavato dalla versione più recente del Dykstraflex realizzata da John Knoll, storico supervisore agli effetti visivi di ILM. In particolare, ha citato una struttura usata con il modello della Razor Crest, nata inizialmente come semplice riferimento per l’illuminazione ma poi trasformata in uno strumento utile per girare alcune inquadrature vere e proprie. È un dettaglio che dice molto della filosofia del progetto: non usare quelle tecniche come puro omaggio, ma rimetterle davvero al lavoro dentro il film.
Non è solo nostalgia

La scelta, però, non va letta come un rifiuto della tecnologia contemporanea. Anzi, il punto sembra essere proprio il contrario: fondere vecchio e nuovo. Lucasfilm aveva già raccontato nel 2021 come Knoll e il modellista John Goodson avessero costruito un nuovo sistema di motion-control e un modello della Razor Crest per The Mandalorian, recuperando una tecnica molto simile a quella usata nel 1976 per la trilogia classica. Favreau, dal canto suo, ha più volte spiegato che il passaggio dalla serie al cinema imponeva di “alzare il livello”, con set più grandi, formati IMAX più ampi e una resa visiva all’altezza dell’esperienza in sala.
In questo senso, The Mandalorian and Grogu sembra voler recuperare una qualità molto precisa della vecchia saga: la fisicità. Le astronavi della trilogia originale, pur essendo miniature, davano la sensazione di avere peso, volume e presenza reale nello spazio. Riportare in campo modelli e sistemi di motion-control significa provare a ritrovare proprio quel tipo di concretezza visiva, oggi spesso sostituita da ambienti e oggetti generati quasi interamente in digitale. Non è una scelta secondaria, soprattutto per un film che deve segnare il ritorno di Star Wars nelle sale e differenziarsi dalla grammatica più televisiva della serie Disney+.
Una strada che si lega bene anche al tono del film
Le immagini mostrate in esclusiva al CinemaCon vanno nella stessa direzione. Secondo Entertainment Weekly, l’apertura del film punta subito su azione fisica, assalti, inseguimenti su un pianeta innevato e scontri con AT-AT, mentre più avanti compare anche il colonnello Ward, interpretato da Sigourney Weaver, che affida a Din una nuova missione e gli consegna la nuova Razor Crest. Siamo quindi davanti a un’avventura che vuole chiaramente avere una scala più ampia, ma senza rinunciare a quella componente artigianale che ha sempre fatto parte del fascino della saga.
Questo non significa che il film non farà uso di CGI. Le informazioni ufficiali e i materiali promozionali mostrano anzi una produzione che continua a usare effetti digitali avanzati, com’è inevitabile per una space opera contemporanea. Il punto è che Favreau sembra voler evitare una dipendenza totale da quel linguaggio, scegliendo invece una soluzione mista: miniature, set pratici, creature fisiche e strumenti moderni che convivono nello stesso impianto visivo. È una scelta coerente anche con la storia recente di Star Wars, che negli ultimi anni ha alternato approcci diversi, ma raramente aveva rimesso al centro in modo così esplicito una tecnica tanto legata alla sua origine.
Alla fine, il segnale più interessante è proprio questo: The Mandalorian and Grogu non usa la trilogia originale soltanto come immaginario da citare, ma prova a recuperare una parte del suo metodo. Per Lucasfilm può essere molto più di una curiosità tecnica. Se il risultato funzionerà, il film potrebbe dimostrare che il futuro di Star Wars non passa soltanto dall’innovazione digitale, ma anche dalla capacità di riportare nel presente quel senso di meraviglia artigianale che aveva definito la saga fin dall’inizio.
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