Todd Howard, il nodo dei “yes man” riapre il dibattito sul futuro di Bethesda

Le parole di Dennis Mejillones e Kurt Kuhlmann riaccendono il confronto sul ruolo di Todd Howard in Bethesda e sulle sfide che attendono The Elder Scrolls VI.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.
Todd Howard, il nodo dei “yes man” riapre il dibattito sul futuro di Bethesda

Todd Howard resta una delle figure più influenti di Bethesda Game Studios e, più in generale, dell’industria videoludica. Il suo nome è legato a serie che hanno segnato un’epoca, da The Elder Scrolls V: Skyrim a Fallout 3 fino a Fallout 4, e la sua carriera nello studio va avanti dal 1994. Proprio per questo, ogni giudizio sul suo modo di guidare i progetti finisce inevitabilmente sotto osservazione.

Nelle ultime ore è tornata a circolare una clip tratta da un’intervista concessa nel 2025 al podcast Kiwi Talkz da Dennis Mejillones, ex senior artist di Bethesda. Mejillones ha lavorato nello studio dal 2009 al 2021 e, per questo, la sua lettura delle dinamiche interne viene considerata particolarmente significativa, almeno per quel periodo. Il punto centrale del suo intervento è netto: attorno a Howard, secondo lui, c’erano troppe persone poco inclini a contestarne davvero le decisioni.

Un leader decisivo, ma non intoccabile

Il passaggio più interessante delle dichiarazioni di Mejillones è forse proprio il tono. Non c’è un attacco frontale, né il tentativo di ridimensionare il peso di Howard nel successo di Bethesda. Al contrario, l’ex artista lo descrive come una figura di grande valore, ma anche come un dirigente che, in quanto tale, può sbagliare. E quando questo accade, il problema non sarebbe tanto l’errore in sé, quanto la difficoltà dell’ambiente circostante nel segnalarlo con franchezza.

Mejillones ha spiegato di avergli detto più volte in faccia quando riteneva che una scelta non funzionasse, pur ammettendo che non sempre succedeva. Il dato più significativo, però, è un altro: a suo giudizio, “molti avevano paura di dire di no a Todd”, e questo avrebbe finito per danneggiarlo. È una riflessione che parla meno del singolo dirigente e più della cultura interna che può formarsi attorno a una personalità forte, soprattutto in uno studio cresciuto enormemente nel tempo.

Il caso Starfield rende il quadro ancora più complesso

Queste parole assumono un peso ulteriore se messe accanto alle recenti considerazioni di Kurt Kuhlmann, storico loremaster di Bethesda e figura chiave nello sviluppo di Skyrim. In un’intervista a PC Gamer, Kuhlmann ha sostenuto che uno dei problemi emersi durante la lavorazione di Starfield fosse legato al fatto che Howard veniva spesso assorbito da altri compiti, finendo per essere “tirato via” dal progetto. Nello stesso contesto, Kuhlmann ha parlato anche di problemi di comunicazione e di una struttura diventata più burocratica con la crescita dello studio e il coinvolgimento di più sedi.

Il contrasto è evidente, ma solo in apparenza. Da una parte c’è chi sostiene che Howard andrebbe contraddetto più spesso, dall’altra chi ritiene che la sua presenza creativa sia stata troppo discontinua in un progetto cruciale come Starfield. Letta così, la questione non sembra essere “più Todd Howard” o “meno Todd Howard”. Piuttosto, il punto potrebbe essere trovare un equilibrio tra una leadership forte e un confronto interno davvero libero, capace di correggere la rotta senza disperdere la visione generale. È un tema che riguarda Bethesda da vicino, ma che in realtà tocca molti grandi studi moderni.

Lo sguardo adesso è tutto su The Elder Scrolls VI

Il dibattito arriva in un momento delicato, perché l’attenzione del pubblico è già rivolta a The Elder Scrolls VI. Bethesda usa la denominazione ufficiale con numerazione romana e Todd Howard ha recentemente confermato che il gioco è passato alla piena produzione dopo l’uscita di Starfield. Nella stessa occasione ha parlato anche del Creation Engine 3, spiegando che il team avrebbe gestito il passaggio tecnologico in modo più ordinato rispetto al passato.

Howard ha inoltre ribadito che la qualità dei giochi Bethesda non dipende da una sola persona, ma da una responsabilità condivisa all’interno dello studio. È un messaggio che suona quasi come una risposta indiretta alle critiche emerse in questi mesi: la visione del leader conta, ma non può bastare da sola. Per questo motivo, le parole di Mejillones e Kuhlmann non vanno lette come versioni incompatibili della stessa storia. Semmai mostrano due facce dello stesso problema: in una struttura grande e complessa, servono sia una direzione chiara sia la capacità, concreta, di mettere in discussione quella direzione quando necessario.

È anche per questo che The Elder Scrolls VI viene osservato con tanta attenzione. Non soltanto perché dovrà raccogliere l’eredità di Skyrim, ma perché sarà il banco di prova più importante per capire se Bethesda avrà davvero trovato un nuovo equilibrio tra leadership, organizzazione interna e libertà creativa. Le dichiarazioni emerse nelle ultime settimane non raccontano una crisi definitiva, ma indicano con chiarezza dove si concentrano oggi i dubbi più profondi sul futuro dello studio.

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Kinguin

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