Chi ama i film costruiti attorno a prove crudeli, dinamiche di gruppo al limite e una tensione che cresce scena dopo scena potrebbe trovare in Corporate Retreat un titolo da tenere d’occhio. Il film horror, attualmente nelle sale, ruota attorno a un gruppo di dipendenti costretti a partecipare a un ritiro aziendale trasformato in un incubo. Alla guida di questo gioco perverso c’è Arthur Scott, ex CEO rancoroso interpretato da Alan Ruck, volto noto di Succession.
La premessa richiama inevitabilmente l’impianto di Saw: personaggi messi alla prova in situazioni estreme, un sistema di regole imposto da una figura manipolatrice e la sopravvivenza legata alla capacità di affrontare colpe, paure e tensioni interne. Qui, però, il meccanismo viene rielaborato attraverso un tono più satirico e volutamente sopra le righe, con un’attenzione particolare al lato tossico della cultura aziendale.
Un incubo da ufficio trasformato in survival horror
In Corporate Retreat, un gruppo di colleghi già segnato da diffidenze, rancori e antipatie reciproche si ritrova intrappolato in un ritiro aziendale improvvisato. A orchestrare tutto è Arthur Scott, ex amministratore delegato animato da un forte risentimento, che sottopone i protagonisti a una serie di prove pensate come tappe verso una presunta illuminazione personale.
Il percorso, però, ha ben poco di spirituale. Le sfide diventano presto brutali, sanguinose e mortali, trasformando l’ambiente professionale in un’arena dove contano istinto, resistenza e capacità di adattamento. È proprio questo impianto a rendere immediato il collegamento con Saw, saga che da anni basa la propria identità su trappole letali e punizioni concepite come strumenti di espiazione.
Perché il paragone con Saw torna così spesso
Durante la première di Los Angeles, il cast e il regista Aaron Fisher hanno affrontato apertamente il confronto con il franchise Lionsgate. Il punto emerso con maggiore chiarezza è che Corporate Retreat non nasconde affatto questa parentela ideale, pur cercando una voce propria.
Alan Ruck, in maniera piuttosto sincera, ha ammesso di non conoscere bene la saga di Saw, evitando quindi confronti diretti. Altri membri del cast, invece, hanno riconosciuto il legame in modo molto più netto. Odeya Rush ha descritto il film come un equilibrio tra commedia, dramma, satira e gore, sottolineando che gli elementi più disturbanti non sono inseriti gratuitamente, ma trovano una collocazione precisa all’interno della storia.
Ellen Toland ha osservato che il fascino di questo tipo di racconto sta anche nel vedere come si comportano le persone quando vengono chiuse insieme in uno spazio ristretto e costrette a lottare per salvarsi. Un’idea che, nelle sue parole, richiama anche Il signore delle mosche, cioè quella tensione quasi primordiale che emerge quando saltano le convenzioni sociali.
Tra Saw, The Menu e commedia nera
Benjamin Norris ha proposto un accostamento particolarmente efficace, definendo il film una sorta di incontro tra The Menu e Saw. È una chiave di lettura che aiuta a capire meglio l’identità di Corporate Retreat: da una parte ci sono il meccanismo della punizione e la dimensione da trappola mortale, dall’altra una vena satirica che prende di mira ambienti, linguaggi e gerarchie del mondo aziendale.
Anche Kirby Johnson ha insistito su questo aspetto, spiegando che il film ha un tono più campy, più buffo e più ironico rispetto a Saw, pur restando pienamente immerso nel sangue e nella crudeltà. Secondo la sua lettura, chi apprezza il gore e certe invenzioni estreme troverà comunque materiale all’altezza delle aspettative, ma filtrato da una sensibilità diversa.
Zión Moreno ha definito il paragone con Saw assolutamente centrato, aggiungendo che il film sembra ispirarsi anche a diversi slasher del passato. Il risultato, a suo avviso, nasce proprio dalla giustapposizione tra commedia e horror, con un tono che punta a essere fresco senza rinunciare ai riferimenti di genere.
Un’ispirazione dichiarata dal regista
A confermare questa linea è stato lo stesso Aaron Fisher. Il regista ha spiegato di aver assorbito suggestioni da molti horror visti nel tempo, ma di aver pensato in particolare a Saw nello sviluppo dell’idea. In particolare, lo avrebbe colpito quella dimensione concentrata, quasi claustrofobica, che rende la tensione più immediata e continua.
Anche Eden Amira ha rimarcato che molte delle singole prove affrontate dai personaggi richiamano direttamente il tipo di struttura che il pubblico associa a Saw. È un elemento centrale: Corporate Retreat non sembra voler imitare passivamente un modello noto, quanto piuttosto adattarlo a un contesto diverso, cioè quello del lavoro, della competizione interna e dell’ossessione per la performance.
Alla fine, è proprio questa combinazione a definire il film: un horror violento, ironico e satirico, che prende una formula familiare e la sposta nel mondo delle riunioni, dei ruoli aziendali e dei rapporti professionali corrosi dall’ambizione. Per chi cerca un titolo capace di unire tensione, crudeltà e commento sociale, Corporate Retreat sembra voler occupare esattamente quello spazio.






