Quando si parla di cinema d’animazione, Pixar continua a occupare un posto speciale. In quasi quarant’anni di attività, lo studio ha costruito una reputazione difficilmente eguagliabile, con 29 lungometraggi, oltre 15 miliardi di dollari incassati nel mondo e 23 premi Oscar conquistati. Una traiettoria impressionante, resa ancora più solida dalla capacità di parlare ai bambini senza mai escludere il pubblico adulto.
È anche per questo che il ritorno a un marchio come Toy Story, con Toy Story 5 in arrivo nel 2026, viene osservato con grande attenzione. Eppure, per quanto il nome Pixar sia diventato sinonimo di qualità, nel tempo non sono mancati film capaci di superarla sul piano artistico, visivo o emotivo. Alcune opere, in particolare, hanno dimostrato che l’animazione può prendere strade molto diverse, e in certi casi persino più coraggiose.
Spider-Man – Un nuovo universo
Nel 2018 Spider-Man – Un nuovo universo ha dato la sensazione di aprire una porta che fino a quel momento Hollywood teneva ancora socchiusa. Per anni, buona parte dell’animazione mainstream aveva inseguito un’estetica levigata e riconoscibile, molto vicina al modello imposto da Pixar. Poi è arrivato il film di Sony Pictures Animation e il panorama è cambiato.
La storia di Miles Morales, alle prese con altri Spider-Man provenienti dal multiverso Marvel, funziona già molto bene sul piano del racconto e delle interpretazioni vocali. Ma il vero scossone è arrivato dall’aspetto visivo. Il film ha trasformato il linguaggio del fumetto in animazione pura, con una resa che sembrava davvero capace di portare la pagina disegnata sul grande schermo.
Il risultato è stato tale da ridefinire le aspettative dell’industria. Non solo ha vinto l’Oscar come miglior film d’animazione nel 2019, ma ha anche mostrato con chiarezza che un film animato non deve necessariamente assomigliare a Pixar per essere grande.
Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio
Dopo l’impatto di Spider-Man – Un nuovo universo, anche DreamWorks ha trovato il modo di rilanciare la propria identità visiva con Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio. Uscito nel 2022, il film ha preso una saga già nota come quella di Shrek e l’ha spinta verso una direzione più elegante, più pittorica e più audace.
La forza del film sta proprio in questo equilibrio. Da una parte mantiene il tono avventuroso e brillante del personaggio, dall’altra introduce una cura estetica che gli permette di distinguersi con decisione. La sensazione è quella di un’animazione più libera, meno vincolata al realismo plastificato che per anni ha dominato parte del settore.
In questo senso, il film ha contribuito a rafforzare l’idea che il linguaggio visivo dell’animazione stia cambiando, e che il modello Pixar, pur importantissimo, non sia più l’unico riferimento possibile.
Wolfwalkers – Il popolo dei lupi
Con Wolfwalkers – Il popolo dei lupi, Cartoon Saloon ha scelto una strada quasi opposta rispetto a quella dei grandi studi americani. Il film del 2020, distribuito da Apple TV+, affonda nel folklore irlandese e costruisce un racconto dal tono più cupo, intenso e immersivo.
La storia segue una ragazza che si allontana dal proprio mondo per avvicinarsi a una tribù leggendaria capace di trasformarsi in lupi. È un film che lavora molto sui temi, ma anche sulla forza dell’atmosfera. L’accoglienza critica è stata molto positiva, e non a caso il titolo è arrivato fino alla candidatura agli Oscar.
A colpire, oltre alla scrittura, è soprattutto l’impianto visivo: un’animazione che sembra uscita da un libro illustrato, lontanissima dall’approccio digitale più brillante e rifinito tipico di Pixar. Proprio questa distanza ne fa uno degli esempi più forti di quanto l’animazione possa essere espressiva anche scegliendo un’altra grammatica.
Coraline e la porta magica
Nel 2009, mentre Pixar viveva uno dei suoi periodi più celebrati con titoli come WALL•E, Up e Ratatouille, Coraline e la porta magica è riuscito comunque a ritagliarsi uno spazio tutto suo. Il film di Laika ha portato sullo schermo un’immaginazione più oscura, inquieta e apertamente disturbante.
La storia della giovane protagonista che scopre un universo alternativo solo in apparenza perfetto gioca con il fascino del mistero e con un senso di inquietudine costante. È proprio questa tonalità più sinistra a renderlo così particolare nel panorama dell’animazione di grande pubblico.
Anche la tecnica in stop-motion è parte fondamentale del suo fascino. Coraline e la porta magica ha dimostrato che l’animazione può essere sofisticata, spaventosa e persino crudele senza perdere forza emotiva. Un terreno che Pixar, in quegli anni, non aveva ancora deciso di esplorare in modo così netto.
La città incantata
Tra i capolavori assoluti dello Studio Ghibli, La città incantata resta uno dei punti più alti mai raggiunti dal cinema d’animazione. Il film di Hayao Miyazaki racconta la vicenda di una ragazza che, durante un trasferimento, si ritrova catapultata in un mondo spirituale enigmatico e affascinante.
Ciò che rende quest’opera così importante è la naturalezza con cui affronta temi profondi come identità, isolamento e trasformazione personale. Il tutto senza mai rinunciare alla meraviglia visiva, che anzi diventa il veicolo principale di un’esperienza emotiva molto intensa.
Anche qui lo stile ricorda più un libro illustrato che un prodotto animato convenzionale. E proprio in questa libertà espressiva sta una delle sue qualità più rare. La città incantata non si limita a intrattenere: costruisce un mondo, lo fa respirare e lo lascia entrare nello spettatore.
Fantastic Mr. Fox
Con Fantastic Mr. Fox, uscito nel 2009, Wes Anderson ha firmato il suo primo film in stop-motion e ha portato nell’animazione una sensibilità del tutto personale. Il protagonista, doppiato da George Clooney, è una volpe affascinante e imprevedibile coinvolta in una storia di furti e conflitti con tre agricoltori.
Il film si muove in un territorio molto diverso da quello abituale di Pixar. Non punta a replicarne il tono, né a cercare lo stesso tipo di immediatezza emotiva. Al contrario, sceglie una via più asciutta, ironica, adulta, sostenuta da dialoghi brillanti e da un cast vocale di altissimo livello, con nomi come Meryl Streep, Jason Schwartzman, Willem Dafoe, Owen Wilson e Bill Murray.
Il risultato è un’opera che dimostra quanto l’animazione possa adattarsi perfettamente anche a un racconto più sofisticato, quasi da commedia drammatica, senza perdere nulla in termini di fascino e precisione stilistica.
Pixar resta uno dei grandi punti di riferimento dell’animazione moderna, e il suo peso nel cinema contemporaneo è fuori discussione. Ma proprio la sua grandezza rende ancora più interessanti quei film che, in momenti diversi, sono riusciti a spingersi oltre, trovando un linguaggio nuovo, un’estetica più coraggiosa o una profondità diversa. Ed è forse questo il segno migliore della vitalità dell’animazione: non l’esistenza di un solo re, ma la capacità di continuare a sorprendere anche fuori dal suo regno.






