Lost Odyssey, il classico dimenticato che ha saputo trasformare memoria e malinconia in un grande JRPG

Lost Odyssey resta un JRPG prezioso: classico, malinconico e imperfetto, ma capace di raccontare memoria, immortalità e perdita con grande sensibilità.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.
Lost Odyssey, il classico dimenticato che ha saputo trasformare memoria e malinconia in un grande JRPG

C’è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che Lost Odyssey sia un gioco che parla di memoria, tempo e immortalità. Il suo protagonista, Kaim, rifiuta inizialmente i ricordi che riaffiorano, perché ognuno di essi riapre una ferita. Tra le più dolorose c’è quella legata alla perdita della figlia mortale, un trauma che continua a definirlo anche quando lui prova a respingerlo. Eppure è proprio attraverso quei frammenti del passato che il personaggio può tornare a essere intero. Da qui nasce una delle idee più forti del gioco: la memoria non è soltanto un peso, ma anche ciò che permette di ritrovare se stessi.

Già Kaim, nella sua presenza scenica, racconta questa tensione tra passato e presente. È diverso dagli eroi più immediatamente riconoscibili di Final Fantasy: ha un aspetto più severo, uno sguardo appesantito, un’aura malinconica che lo rende quasi un relitto di un’altra epoca del JRPG. Non ha il fascino brillante dell’eroe classico, e proprio per questo risulta più interessante.

Un mondo fantasy travolto dal progresso

Anche l’ambientazione di Lost Odyssey costruisce con intelligenza questo contrasto. Il gioco parte da uno scenario fantasy piuttosto tradizionale, ma lo inserisce in un mondo trasformato da una sorta di rivoluzione industriale magica avvenuta nel giro di trent’anni. Il risultato è una civiltà che sembra essere passata di colpo da una struttura feudale a una modernità quasi esplosiva, fatta di elettricità, comodità urbane e armi sempre più devastanti.

L’immagine più efficace arriva subito, nella sequenza iniziale. Due eserciti si affrontano su un campo di battaglia dove spade e lance convivono con macchine da guerra robotiche. Il conflitto cresce di intensità fino a trasformarsi in una corsa alla distruzione totale, e Kaim stesso viene usato come un’arma definitiva, capace di gettarsi tra le file nemiche senza temere la morte. Poi arriva il meteorite, e in un attimo annienta tutto. È un’apertura potente, che sintetizza bene la follia di un progresso sfuggito di mano.

Uhra e il fascino di un JRPG vecchia scuola

Dopo quell’inizio, il gioco mostra anche il volto più quotidiano della tecnologia magica. Kaim raggiunge Uhra, capitale dall’estetica insolita, fatta di palazzi in cemento, strutture metalliche, luci calde e schermi informativi che animano le strade. È una città moderna, ma attraversata da tensioni politiche profonde: sotto la superficie della nuova repubblica restano vive le fratture con i sostenitori della vecchia monarchia. In mezzo a questo scenario si muove Gongora, immortale come Kaim e figura centrale delle ambizioni più oscure del racconto.

Per quanto il mondo si presenti più avanzato, il ritmo del gioco resta quello di un JRPG classico. Kaim riceve dal consiglio il compito di indagare sul progetto del Grand Staff, una gigantesca torre magica che dovrebbe fungere da deterrente, ma che potrebbe avere un legame con il meteorite. Prima di partire, il giocatore può fermarsi a esplorare città e vicoli, parlare con gli abitanti, cercare tesori e assorbire dettagli del contesto. È una struttura molto familiare, quasi rassicurante, anche se a tratti il gioco tende a rendere gli insediamenti più grandi e dispersivi del necessario.

Dungeon riusciti e combattimenti dal sapore antico

Dove Lost Odyssey dà il meglio di sé è spesso lontano dai centri abitati, nei dungeon. Scogliere, rovine ghiacciate, dimore scricchiolanti e percorsi pieni di deviazioni costruiscono un’esplorazione metodica e gratificante. Il gioco conosce bene la grammatica del genere e la applica con una certa sicurezza: strade secondarie, tesori nascosti, piccoli ostacoli ambientali e una progressione che premia l’attenzione.

Anche i combattimenti abbracciano una filosofia apertamente old-school. Gli incontri casuali interrompono l’esplorazione con il classico cambio di scena netto, mentre il sistema di battaglia introduce alcune idee interessanti. Fino a cinque personaggi possono combattere contemporaneamente, con una prima linea incaricata di proteggere i membri più fragili del gruppo finché il relativo indicatore di guardia non si esaurisce. C’è poi una gestione tattica dell’ordine delle azioni, e un uso degli oggetti particolarmente utile perché consente interventi più immediati rispetto alle magie più potenti, che richiedono tempo per essere caricate.

Un altro aspetto ben studiato riguarda il rapporto tra umani e immortali. Gli immortali hanno un vantaggio evidente, perché possono rialzarsi da soli qualche turno dopo essere stati sconfitti. Tuttavia, il sistema li spinge a collaborare con i personaggi mortali, che fungono da punto di riferimento per l’apprendimento di abilità e magie. È una meccanica che rafforza la coesione del gruppo e dà un senso anche narrativo alle differenze tra i personaggi.

Una storia semplice, ma capace di colpire

Dal punto di vista della trama, Lost Odyssey non cerca la complessità esasperata. Il cuore della vicenda resta lo scontro con Gongora e la scoperta del passato condiviso tra i vari immortali, arrivati da un altro mondo e segnati da eventi avvenuti decenni prima. La struttura, in sé, è piuttosto lineare. Ciò che la rende memorabile è il modo in cui il gioco sfrutta questa semplicità per concentrarsi sul peso dell’immortalità.

Qui emergono alcuni dei momenti più riusciti. Sed, per esempio, è il figlio ormai anziano di Seth, e la loro relazione mostra con amarezza cosa significhi per un immortale sopravvivere al tempo degli altri. Kaim, invece, affronta una tragedia ancora più intima, tra ricongiungimenti familiari tardivi, nipoti ritrovati e il legame con Sarah. Sono passaggi che danno al gioco una forza emotiva notevole, senza bisogno di alzare troppo i toni.

I limiti di un’opera volutamente conservatrice

Non tutto, però, regge allo stesso modo. Alcuni personaggi risultano più deboli nella scrittura. Gongora, con il passare delle ore, assume tratti da villain piuttosto convenzionale, mentre Jansen finisce spesso intrappolato in una comicità insistita e in atteggiamenti che appaiono datati. Anche Sed, pur avendo un ruolo funzionale, resta vicino a un modello già visto, quasi un omaggio che non trova una personalità davvero autonoma.

Anche il sistema di combattimento, per quanto solido, a volte si appoggia troppo alla ripetizione. Le battaglie normali possono diventare meccaniche, basate su abitudini consolidate: concentrare i colpi su un singolo bersaglio, conservare i PM, ripetere gli stessi automatismi. Quando però arrivano i boss più severi, come Grilgan, il gioco si risveglia di colpo e ricorda quanto sappia essere punitivo e appagante nella sua impostazione classica.

Alla fine, Lost Odyssey lascia addosso una sensazione particolare. Sembra davvero il frammento di una linea alternativa del JRPG, quasi un Final Fantasy rimasto fedele a una certa idea di avventura senza inseguire trasformazioni radicali. In questo c’è qualcosa di profondamente conservatore, e il finale stesso, con il ritorno a un ordine più semplice e tradizionale, rafforza questa impressione. Ma è anche il motivo per cui il gioco conserva ancora oggi un fascino raro. Non guarda al passato per pura nostalgia: lo usa come spazio emotivo, come luogo in cui il dolore, i legami e la memoria trovano ancora un peso reale. E in un genere che spesso corre in avanti, non è poco.

Fonte: gamesradar.com

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