Un antico impatto potrebbe aver fatto molto più che scavare la più vasta depressione visibile sulla Luna. Una nuova analisi indica infatti che l’evento che ha formato il bacino South Pole-Aitken, vicino al polo sud lunare, potrebbe avere sparso in superficie materiale proveniente dalle profondità dell’interno del satellite. È un dettaglio che ha un peso scientifico notevole, anche perché proprio l’area polare meridionale rientra nei piani della NASA per le future missioni con equipaggio del programma Artemis.
Il bacino South Pole-Aitken, esteso per oltre 2.000 chilometri sulla faccia nascosta della Luna, è da tempo considerato una delle strutture da impatto più preziose per capire la storia del nostro satellite. Il motivo è semplice: un cratere di queste dimensioni potrebbe aver portato in superficie materiali normalmente irraggiungibili, strappati a strati molto profondi della crosta o addirittura del mantello. Per anni gli studiosi hanno discusso soprattutto tre aspetti della collisione: la dimensione del corpo impattante, la sua velocità e la direzione con cui ha colpito la Luna.
Un asteroide differenziato spiega meglio la forma del cratere
A proporre una risposta più precisa è uno studio guidato da Shigeru Wakita della Purdue University, basato su simulazioni tridimensionali ad alta risoluzione. Secondo i ricercatori, la forma particolare del South Pole-Aitken — non perfettamente circolare ma simile a un’ellisse che si assottiglia — sarebbe compatibile soprattutto con l’impatto di un asteroide differenziato largo circa 260 chilometri. In altre parole, non un blocco omogeneo, ma un corpo già separato in un nucleo di ferro molto denso e in uno strato esterno roccioso, in modo non troppo diverso da un piccolo pianeta.
Le simulazioni indicano che questo oggetto avrebbe colpito la Luna con una traiettoria da nord verso sud, a circa 13 chilometri al secondo, e con un angolo relativamente basso, intorno ai 30 gradi. È proprio questa combinazione a rendere il modello convincente: un impatto più frontale o provocato da un corpo non differenziato avrebbe probabilmente lasciato una struttura più tondeggiante, meno coerente con il profilo osservato oggi.
L’effetto “decapitazione” e la materia del mantello spinta verso il polo sud
Il punto più interessante dello studio riguarda però la dinamica dell’impatto. Con un angolo così inclinato, l’asteroide non si sarebbe comportato come un semplice proiettile compatto. Le sue porzioni più esterne, secondo il modello, sarebbero state letteralmente strappate via nella fase iniziale della collisione, mentre il nucleo di ferro, più denso e compatto, avrebbe continuato la sua corsa. Sarebbe questo nucleo a spiegare la forma allungata e sfumata del bacino South Pole-Aitken.
Da qui discende anche la conseguenza più importante sul piano dell’esplorazione. L’impatto, sempre secondo le simulazioni, avrebbe lanciato verso il polo sud lunare materiali provenienti da profondità superiori ai 90 chilometri. In pratica, una parte degli ejecta potrebbe contenere campioni dell’interno profondo della Luna, oggi depositati in aree che future missioni potrebbero raggiungere in modo diretto. È questo il passaggio che rende il lavoro particolarmente interessante non solo per la geologia lunare, ma anche per la pianificazione delle missioni con equipaggio.
Perché la scoperta interessa direttamente Artemis
Nel lavoro scientifico si ipotizza che un allunaggio nella regione polare meridionale possa permettere di raccogliere proprio questo tipo di materiale. Il testo dello studio fa riferimento ad Artemis III, ma nel frattempo il programma NASA è stato aggiornato: la missione Artemis III è ora prevista come dimostrazione in orbita terrestre nel 2027, mentre il primo allunaggio con equipaggio viene indicato dalla NASA per Artemis IV, con obiettivo inizio 2028, nella regione del polo sud. Il legame con il South Pole-Aitken, quindi, resta pienamente attuale anche dopo la revisione del calendario.
Se queste simulazioni saranno confermate, i campioni raccolti in futuro potrebbero offrire due risultati cruciali. Da un lato aiuterebbero a definire meglio l’età del bacino South Pole-Aitken; dall’altro consentirebbero di ricostruire con maggiore precisione la composizione dell’interno lunare. Sarebbe un passo importante per capire come si è evoluta la Luna nelle fasi più antiche della sua storia, oltre 4 miliardi di anni fa, in un periodo decisivo subito successivo alla sua formazione.
Lo studio, pubblicato su Science Advances, non chiude tutte le discussioni sull’origine del South Pole-Aitken, ma rafforza un’ipotesi capace di collegare in modo diretto scienza planetaria ed esplorazione umana. E in questo senso il polo sud lunare acquista ancora più valore: non solo come prossima frontiera di Artemis, ma come possibile archivio geologico di ciò che è accaduto nelle profondità della Luna agli albori del Sistema solare.
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