Strauss Zelnick, amministratore delegato di Take-Two Interactive, ha preso posizione in modo netto sul rapporto tra intelligenza artificiale, sviluppo dei videogiochi e licenziamenti nel settore tecnologico. Il dirigente ha ribadito di vedere l’IA soprattutto come uno strumento utile ad aumentare efficienza e produttività, ma ha anche attaccato la lettura secondo cui i grandi tagli al personale degli ultimi anni sarebbero stati causati davvero dall’avanzata di queste tecnologie. La sua tesi è chiara: il problema, secondo lui, non è stato l’arrivo dell’IA, ma gli errori di gestione compiuti da molte aziende durante e dopo la pandemia.
L’IA come supporto, non come scorciatoia creativa
Nel suo intervento, Zelnick ha tracciato una distinzione molto precisa tra due piani diversi. Da una parte c’è l’uso dell’IA, o più in generale della tecnologia, per velocizzare alcuni processi produttivi; dall’altra c’è l’idea che basti affidarsi a un algoritmo per costruire un videogioco competitivo o addirittura un nuovo successo globale. Su questo punto il CEO di Take-Two è stato molto netto: per lui la tecnologia non sostituisce la creatività umana, ma può al massimo facilitarla. È una posizione che ripete da tempo e che negli ultimi mesi ha rilanciato in più occasioni, sostenendo che un titolo di grande impatto culturale non può nascere da una semplice combinazione di dati e automazione.
Zelnick, inoltre, preferisce parlare di “tecnologia” più che di “intelligenza artificiale”, perché considera il termine IA troppo vago e spesso usato in modo impreciso. In questa prospettiva, il punto non è tanto attribuire capacità quasi autonome ai sistemi generativi, quanto capire come certi strumenti possano essere integrati in una pipeline già esistente. Anche quando si mostra favorevole all’adozione di questi strumenti, però, il dirigente insiste su un principio: l’innovazione vera, quella che rende un gioco memorabile, continua a dipendere dall’intuizione, dal gusto e dalle decisioni delle persone.
L’affondo sui licenziamenti nelle grandi aziende tecnologiche
La parte più dura del suo ragionamento riguarda però i licenziamenti di massa nel settore tech. Zelnick sostiene che molte grandi aziende abbiano attribuito questi tagli all’IA senza raccontare fino in fondo la realtà. Secondo la sua ricostruzione, quelle società avevano assunto troppo durante la fase più intensa della pandemia, quando la domanda digitale era cresciuta rapidamente, e si sono poi ritrovate costrette a ridimensionare gli organici una volta terminata quella spinta eccezionale. Per questo, quando alcune imprese hanno collegato i licenziamenti all’arrivo dell’IA, il CEO di Take-Two ha detto apertamente che, a suo giudizio, “non dicevano la verità”.
Nel suo ragionamento, dunque, la tecnologia non sarebbe stata la causa diretta dei tagli, ma un alibi comodo usato per coprire una cattiva pianificazione del personale. L’errore, per Zelnick, starebbe soprattutto nell’aver gestito in modo disordinato la crescita durante gli anni del boom pandemico. È una lettura che si inserisce nella sua visione più ampia: la tecnologia aumenta la produttività, certo, ma storicamente non cancella il lavoro umano in blocco. Al contrario, sostiene che gli strumenti digitali abbiano spesso finito per aumentare occupazione, PIL e capacità produttiva, e ritiene che una dinamica simile possa ripetersi anche con l’IA.
Il giudizio sul mercato e il caso SaaS
Zelnick ha poi allargato il discorso al modo in cui il mercato interpreta l’effetto dell’IA su alcuni modelli di business, in particolare quello delle aziende SaaS. Anche qui il giudizio è stato netto: secondo lui è sbagliato immaginare che tutte le società software-as-a-service siano destinate a essere travolte dall’intelligenza artificiale. Ha definito questa previsione sostanzialmente errata, sottolineando che i mercati finanziari, proprio perché ogni tanto sbagliano lettura, continuano a offrire opportunità a chi investe. È un passaggio meno spettacolare delle sue accuse a Big Tech, ma importante perché chiarisce il suo approccio generale: meno allarmismo, più prudenza nel valutare gli effetti reali della tecnologia sul medio periodo.
Il messaggio implicito per l’industria dei videogiochi
Nel caso dei videogiochi, la posizione di Zelnick è particolarmente significativa perché arriva da uno dei dirigenti più esposti del settore, alla guida della società che controlla marchi come Grand Theft Auto, Red Dead Redemption e NBA 2K. Il suo messaggio, in sostanza, è che gli strumenti possono aiutare a lavorare meglio, ma non possono sostituire il fattore decisivo che distingue un prodotto qualunque da un successo capace di lasciare il segno. Anche per questo continua a separare con forza il tema dell’efficienza da quello della creazione vera e propria: un conto è accelerare alcune fasi produttive, un altro è pensare che l’IA possa generare da sola il prossimo fenomeno culturale.
Sullo sfondo resta anche GTA 6
Parallelamente a queste dichiarazioni, Take-Two ha ribadito nelle sue comunicazioni agli investitori che Grand Theft Auto VI resta previsto per il 19 novembre 2026. La società ha anche indicato che la campagna marketing del gioco comincerà durante l’estate 2026, mentre le recenti voci su un’apertura imminente dei preorder tramite Best Buy non hanno trovato conferme ufficiali. Più che su indiscrezioni e fughe di notizie, il gruppo continua quindi a mantenere una linea molto controllata sulla comunicazione del titolo più atteso del suo catalogo.
Il punto centrale, però, resta la lettura che Zelnick offre del momento attuale. Per lui l’IA non è il motore di una sostituzione di massa dei lavoratori, né la scorciatoia per produrre automaticamente giochi di alto livello. È, più semplicemente, una tecnologia potente che può migliorare il lavoro umano, ma non rimpiazzarne l’inventiva. E soprattutto, nella sua visione, non può essere usata come spiegazione universale per giustificare errori industriali che hanno radici molto più concrete.







