The Mandalorian and Grogu: tutti gli easter egg più gustosi del film [PARTE 1]

Tutti gli easter egg più interessanti di The Mandalorian and Grogu, da R2-D2 e Zeb fino a Rotta, Embo, Scorsese e al dejarik portato in live action.

Giorgio Fabrizi
Giorgio Fabrizi
Fondatore e Editor-in-Chief di Galaxy Addicted e admin di Star Wars Fans Italia, il gruppo Facebook a tema Star Wars più grande d'Italia. Amante della Galassia Lontana Lontana, nonché collezionista compulsivo di giocattoli di Guerre Stellari.

Appena arrivato nei cinema italiani The Mandalorian and Grogu si diverte a fare quello che Jon Favreau e Dave Filoni sanno fare meglio: raccontare un’avventura lineare in superficie, ma disseminata di richiami a film, serie animate e angoli più profondi del canone di Star Wars. Non sono strizzate d’occhio messe lì a caso. Quasi tutte allargano il perimetro del film e lo collegano sia alla trilogia classica sia all’universo costruito in questi anni tra The Clone Wars, Rebels, The Mandalorian e The Book of Boba Fett.

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R2-D2 alla Base Adelphi

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Nella prima parte del film, alla Base Adelphi, c’è un cameo rapidissimo che sembra proprio R2-D2. È il tipo di apparizione che dura un attimo, quasi da “blink and you miss it”, ma funziona benissimo perché Adelphi è ormai uno snodo della Nuova Repubblica: un avamposto legato a Carson Teva (che compare nella seconda parte del film a bordo del suo Ala-X), già al centro della rete di pattugliamento dell’Orlo Esterno, e nel film confermato ancora una volta come base operativa di un certo livello. In un contesto simile, infilare per un istante il droide simbolo della saga non è solo fan service ma è un modo per ricordare che la galassia di Din Djarin esiste nello stesso spazio storico della vecchia Alleanza ribelle.

L’X-wing che centra un “ratto womp” nella battaglia finale

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Durante la battaglia finale su Nal Hutta, una nave colpisce al volo una piccola creatura che il film non nomina, ma che richiama apertamente l’idea di un womp rat. È difficile non pensare subito a Luke Skywalker in Una nuova speranza, quando dice a Wedge che lo scarico termico della Morte Nera “non è molto più grande di due metri”, proprio come i ratti womp che colpiva con il suo T-16 su Tatooine. Il film non trasforma il riferimento in una battuta esplicita, e fa bene così: resta un omaggio puramente visivo, rapido e spiritoso, che premia chi ha in testa quella linea di dialogo storica.

Zeb al fianco del Mandaloriano

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La presenza di Zeb accanto al Mandaloriano è uno degli agganci più piacevoli con il lato animato di Star Wars. Garazeb “Zeb” Orrelios nasce in Star Wars Rebels come ex guardia d’onore Lasat e “muscolo” dell’equipaggio della Ghost: grosso, ruvido, portato allo scontro, ma anche molto più colto e articolato di quanto il suo aspetto lasci immaginare. Per i fan di lunga data c’è anche un ulteriore livello di continuità, perché Zeb aveva già compiuto il salto in live action nel capitolo 21 di The Mandalorian; il film lo rilancia mostrandolo ormai pienamente inserito nella Nuova Repubblica, dettaglio che rafforza il ponte tra la stagione delle serie animate di Filoni e il presente cinematografico di Din Djarin.

Rotta the Hutt

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Il film gioca moltissimo sul contrasto tra il Rotta che vediamo oggi, adulto e sorprendentemente muscoloso, e quello della sua prima apparizione assoluta, che risale al lungometraggio animato Star Wars: The Clone Wars del 2008. Lì Rotta era il figlio neonato di Jabba the Hutt, rapito all’interno di un complotto che coinvolgeva Dooku e Ziro, e la missione di Anakin Skywalker e della giovanissima Ahsoka Tano era proprio salvarlo e riportarlo in salvo, in gran parte sul pianeta Teth. Favreau ha spiegato apertamente che nel nuovo film voleva recuperare proprio quel personaggio, trasformandolo in una versione adulta molto diversa dal “puzzolo” delle origini. Per questo la foto mostrata dai gemelli a Din funziona così bene: è una gag, certo, ma è anche un richiamo diretto a uno dei tasselli più singolari dell’era Clone Wars.

I gemelli Hutt, cugini di Jabba già visti in The Book of Boba Fett

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Tra gli antagonisti spiccano i gemelli Hutt, i cugini di Jabba che puntano a ripulire la linea di successione liberandosi di Rotta e restando gli unici eredi dell’impero criminale di famiglia. Il loro ritorno non arriva dal nulla: nel canone recente erano già comparsi in The Book of Boba Fett, dove rivendicavano come proprio diritto di nascita il territorio un tempo controllato da Jabba. Sono una coppia di fratelli Hutt che ambisce apertamente al potere criminale, e il film sfrutta proprio quell’avidità dinastica per rimettere in moto il lato più gangster della galassia.

Embo, il cacciatore di taglie pescato da The Clone Wars

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Quando i gemelli assoldano un cacciatore di taglie per dare la caccia a Din Djarin, la scelta cade su Embo, altro nome che per molti spettatori occasionali può sembrare nuovo, ma che in realtà arriva direttamente da The Clone Wars. Embo è un Kyuzo originario di Phatrong, diventato celebre durante le Guerre dei Cloni per le sue capacità da bounty hunter: usa il bowcaster, combatte con grande rapidità e soprattutto ha quel copricapo inconfondibile che può trasformarsi in arma e boomerang. Inserirlo qui non è solo un regalo ai fan dell’animazione. È anche un modo per dire che l’underworld hutt e il vecchio circuito dei mercenari della saga sono ancora vivi, e che The Mandalorian and Grogu vuole pescare da quel serbatoio invece di limitarsi ai soliti volti noti del cinema live action.

Il personaggio doppiato da Martin Scorsese

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Nel film Din incontra anche un personaggio doppiato da Martin Scorsese, e la cosa curiosa è che non si tratta di un semplice cameo vocale messo lì per fare rumore. Favreau ha confermato che Scorsese dà voce a Hugo, un cuoco ardenniano, e ha aggiunto che il personaggio è pensato come un richiamo a Rio Durant, l’ardenniano di Solo: A Star Wars Story doppiato proprio da Favreau. Questo rende l’easter egg doppio: da un lato c’è il colpo d’occhio di sentire Scorsese in Star Wars (per chi ha la possibilità di vedere il film in lingua originale); dall’altro c’è un piccolo collegamento interno tra due personaggi della stessa specie, quella degli Ardenniani a quattro braccia.

Il dejarik nell’arena e la mossa “rubata” al Millennium Falcon

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Uno degli easter egg più belli del film arriva nello scontro nell’arena, dove Favreau mette letteralmente in scena una partita di dejarik in scala reale. Il riferimento è esplicito: lo stesso StarWars.com ha descritto The Mandalorian and Grogu come l’occasione per portare sul grande schermo il “set di scacchi dejarik che prende vita”. Il dejarik, o holochess, era comparso per la prima volta sul Millennium Falcon in Una nuova speranza, con le creature che combattevano sulla scacchiera sotto gli occhi di Chewbacca, C-3PO e R2-D2. Nel film tornano proprio quei mostri: tra i pezzi ufficiali del gioco figurano infatti il Mantellian Savrip e il Kintan Strider, e la scena in cui il Savrip prende di peso l’altro e lo scaraventa a terra sembra una trasposizione live action di una delle mosse più ricordate della partita classica.

Filoni sul set

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Un altro cameo da non perdere è quello di Trapper Wolf, che nel film compare sia alla Base Adelphi sia ai comandi del suo X-wing, rafforzando ancora di più il legame diretto con il mondo di The Mandalorian. Per chi non lo ricordasse, Trapper Wolf è il pilota della Nuova Repubblica interpretato proprio da Dave Filoni, presenza ricorrente del cosiddetto “MandoVerse” e ormai piccola firma interna dell’autore dentro l’universo live action di Star Wars. La sua apparizione funziona come un easter egg per i fan più attenti, ma anche come segnale inequivocabile di continuità.

Nel complesso, The Mandalorian and Grogu usa gli easter egg nel modo giusto: non come elenco di figurine da riconoscere, ma come fili che tengono insieme epoche diverse della saga. C’è la trilogia classica, c’è il mondo di Filoni, c’è il sottobosco criminale degli Hutt e c’è perfino un regista come Scorsese che si incastra in questo mosaico senza stonare. Per chi segue Star Wars da anni, è un film che sa esattamente dove appoggiare il dito per riaccendere la memoria, senza pretendere di essere epico e memorabile.

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