The Mandalorian & Grogu arriva al cinema con un peso non indifferente sulle spalle: quello di trasformare una delle serie più amate dell’universo Star Wars in un’esperienza cinematografica compiuta. Il risultato, però, è piuttosto particolare: più che un vero film, sembra di assistere ai primi quattro episodi di una quarta stagione mai realizzata, assemblati insieme senza un vero collante narrativo.
Dal punto di vista tematico, il film continua a esplorare il cuore della serie: il rapporto tra Din Djarin e Grogu, sempre più simile a quello tra padre e figlio, e il concetto di identità in un’epoca post-imperiale frammentata. La galassia della Nuova Repubblica è tutt’altro che stabile, e il film lo sottolinea più volte: il governo centrale ha scelto di smantellare gran parte della propria forza militare, lasciando vaste aree dell’Orlo Esterno fuori controllo. È proprio in questo vuoto di potere che prosperano vecchie e nuove minacce.
La presenza della Nuova Repubblica è incarnata da figure come il Colonnello Ward, simbolo di un’autorità che prova a mantenere l’ordine con risorse limitate e una visione politica forse troppo ottimistica. In parallelo, il ritorno di Zeb Orrelios da Star Wars Rebels contribuisce a rafforzare il legame tra le varie incarnazioni del canone.

Ma è sul fronte del world-building che The Mandalorian & Grogu regala alcune delle sorprese più interessanti per gli appassionati. Nal Hutta, il pianeta natale degli Hutt, fa finalmente il suo debutto in live-action. Un luogo iconico per chi ha seguito le serie animate come The Clone Wars, dove gli Hutt sono stati più volte protagonisti delle dinamiche criminali della galassia, ma che fino ad ora non avevamo mai visto con questo livello di dettaglio visivo. Lo stesso vale per la rappresentazione degli Hutt: creature già note e fondamentali nel lore di Star Wars, qui assumono una presenza ancora più concreta e minacciosa.
Noi sappiamo che gli Hutt in tutte le epoche storiche hanno saputo ritagliarsi un ruolo predominante come signori del crimine. Eppure sono lenti, impacciati e pachidermici. Qui, soprattutto attraverso il personaggio di Rotta the Hutt, che sorprende per una caratterizzazione molto profonda anche sul piano psicologico oltre che fisico, scopriamo la possanza del loro corpo e l’agilità nel combattimento. Finalmente, abbiamo un inquadramento completo di ciò che gli Hutt possono veramente fare. Se già nel Canone altri Hutt si sono distanziati dall’atteggiamento dispotico tipico del Cartello e di Jabba, troviamo anche una Nal Hutta diversa da The Clone Wars, nel senso che se lì molti Hutt si contendevano il potere, qui troviamo solamente i due gemelli Hutt che avevano già tentato di prendere le redini del potere criminale su Tatooine in The Book of Boba Fett, prima di cedere al Sindacato Pyke e allo stesso Fett. La perdita del controllo su Tatooine, ovviamente, non si traduce in una perdita di potere su Nal Hutta, in cui gli Hutt continuano a dominare, perlomeno prima dell’intervento della Squadriglia Adelphi. Però, non è un dominio esteso come in passato, con gli Hutt che probabilmente sono andati incontro a un ridimensionamento dopo la caduta di Jabba.

Anche la Adelphi merita una sottolineatura: capitanata da Word e da Orrelios, agisce in maniera quasi del tutto indipendente rispetto al governo centrale della Nuova Repubblica, che come detto non riesce (o non è interessata) ad estendere il suo controllo sull’Orlo Esterno. Le decisioni della Adelphi, che risiede sull’omonimo pianeta, quindi sono spesso controverse, o comunque non compatibili con i propositi che dovrebbero animare l’azione della Nuova Repubblica in questa fase.
Ancora più significativo è l’arrivo in live-action di Embo, uno dei cacciatori di taglie più iconici introdotti in The Clone Wars. Il suo stile di combattimento, il design distintivo e il carisma silenzioso vengono trasposti fedelmente, fino a rendere il suo duello con Din Djarin uno dei momenti più riusciti del film. Per i fan del canone, è un momento atteso da anni: vedere finalmente questi personaggi uscire dall’animazione e prendere vita sul grande schermo.

Tuttavia, è proprio la struttura narrativa a rappresentare il limite più evidente dell’opera. Il film è chiaramente diviso in quattro blocchi ben distinti, sostanzialmente corrispondenti ai primi quattro episodi di quella che sarebbe dovuta essere la quarta stagione di The Mandalorian. Sono: la missione iniziale affidata dalla Nuova Repubblica a Din Djarin, la liberazione di Rotta the Hutt, il confronto con Embo e, infine, l’attacco a Nal Hutta. Ognuna di queste parti funziona bene singolarmente, con un proprio arco e un climax da episodio televisivo, ma manca completamente una progressione organica che le unisca in un’unica esperienza cinematografica.
Il risultato è che il film non costruisce mai un vero climax finale. Ogni segmento sembra chiudersi su sé stesso, come se si passasse automaticamente all’episodio successivo. Questo rafforza la sensazione che il progetto sia nato come quarta stagione della serie e sia stato successivamente riconvertito in film, probabilmente a seguito di un cambio di strategia produttiva. Le tracce di questa trasformazione sono evidenti: ritmo discontinuo, sviluppo tematico frammentato e una struttura che non evolve verso un punto culminante realmente soddisfacente.
Per questi motivi è, secondo me, impossibile dare a The Mandalorian & Grogu una valutazione come se si trattasse di un film vero e proprio. È, più che altro, come fare binge watching della parte iniziale di un’ipotetica quarta stagione di The Mandalorian. Il che, per gli appassionati di Star Wars, non è necessariamente un male, soprattutto perché vengono approfondite tematiche canoniche interessanti, che erano rimaste in disparte in passato. Quando sono arrivate le prime indiscrezioni di The Mandalorian & Grogu mi ero meravigliato della presenza di Rotta o di Embo come contraltari principali dei protagonisti in questa pellicola. Da una parte mi colpì il fatto che ci fossero diversi villain, dall’altra la scelta di personaggi non così tanto carismatici da diventare gli antagonisti principali del ritorno al cinema di Star Wars. Ora tutto si spiega: non sono villain di un intero film, ma degli episodi che li vedono come protagonisti, o antagonisti principali.

Si potrebbe fare tutto un ragionamento sul perché Disney e Lucasfilm abbiano deciso di portare sul grande schermo quattro episodi di una serie TV, ma rischierebbe di diventare troppo ampio per i propositi di questo editoriale. Purtroppo, e lo dico principalmente sulla base della qualità di contenuti come la seconda stagione di Andor o Maul: Shadow Lord, non si riesce più a produrre delle serie televisive di Star Wars e renderle finanziariamente sostenibili. Questo ha portato a tutta una serie di decisioni molto particolari, di cui sicuramente quella di commercializzare The Mandalorin & Grogu come film, e non come parte di una serie, è una fra le più discutibili.
Anche perché si tratta di un’introduzione di una storia che, con ogni probabilità, nella seconda fase avrebbe visto il ritorno di temi più centrali del Mandoverse, come quelli inerenti Ahsoka e il Grand’Ammiraglio Thrawn. In altri termini, non solo degli episodi di The Mandalorian sono diventati un film, ma si tratta di episodi introduttivi e fondamentalmente filler, al di là delle considerazioni sull’ottima caratterizzazione canonica di queste storie che abbiamo fatto prima.
Fin dal suo iniziale, storico, debutto al cinema con Una nuova speranza, Star Wars ha inciso sulle tecniche di narrazione al cinema. Una storia in medias res che introduceva un nuovo modo di raccontare cronologicamente non lineare. Il piacere di ricongiungere una storia cronologicamente antecedente a fatti già raccontati veniva poi portato all’ennesima potenza con Episodio III: La Vendetta dei Sith. Mentre anche la trilogia sequel contribuiva grandemente a modificare le tecniche narrative consolidate nel mondo del cinema, quando riusciva a portare nella modernità un franchise vecchio decenni. Dopo, tutte le serie cinematografiche più rilevanti hanno intrapreso quel percorso: da Terminator a Dune, da Alien ai film più tradizionali come Il Diavolo veste Prada, che proprio recentemente è tornato al cinema con il suo seguito.

E anche The Mandalorian ha rappresentato un cambiamento importante nel panorama delle tecniche di narrazione delle serie televisive. Sin dalla prima stagione si è trattato di un’unica storia diluita su più episodi, dove ciascun episodio non aveva un respiro autonomo ma era semplicemente una parte di qualcosa di più ampio. Parliamo, in questo caso, di un tipo di struttura narrativa focalizzata sull’intera serie, in opposizione a una struttura narrativa focalizzata sul singolo episodio.
Quello che voglio sottolineare, quindi, è il seguente aspetto: come il cinema ha inciso sulle serie TV con The Mandalorian, ora le serie TV stanno prendendo il sopravvento sul cinema con The Mandalorian & Grogu. Insomma, probabilmente i dirigenti di Lucasfilm non lo hanno fatto in maniera completamente volontaria: ma offrire un tipo di binge watching del genere al cinema può rivelarsi molto innovativo. E, come detto, The Mandalorian è la storia in assoluto più congeniale per questo tipo di sperimentazione.
Nonostante questi limiti, The Mandalorian & Grogu resta un’opera interessante per chi segue con attenzione il canone di Star Wars. Espande l’universo, porta in live-action elementi amatissimi e continua a sviluppare personaggi già iconici. Sono due ore spensierate dentro Star Wars, per moltissimi fan è più che sufficiente, visti i tempi. Ma come esperienza cinematografica autonoma, lascia la sensazione di essere solo una parte di qualcosa di più grande che, almeno per ora, non abbiamo ancora visto completarsi.






