The Ninth Jedi come una rivisitazione della trilogia sequel

Ransolm Casterfo
Ransolm Casterfo
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Star Wars: Visions – The Ninth Jedi è la nuova serie anime in otto episodi diretta da Shunsuke Tada, con Kenji Kamiyama come supervising director, prodotta da Lucasfilm e Production I.G. È uscita integralmente su Disney+ e Hulu il 5 agosto 2026 e in pochi giorni ha ottenuto un punteggio quasi perfetto su Rotten Tomatoes. È così diventato uno dei progetti Star Wars meglio recensiti degli ultimi anni.

Perché è “Legends”

La serie non fa parte della continuity canonica di film e show live-action. È lo spin-off a lungo formato di due episodi antologici di Star Wars: Visions: il corto originale “The Ninth Jedi” (Volume 1 Episodio 5, 2021) e il suo seguito “The Ninth Jedi: Child of Hope” (Volume 3 Episodio 3, 2025). Come tutto l’universo Visions, questi racconti vivono fuori dalla continuity ufficiale dei film e delle serie Disney+: non sono “canon” come intende Lucasfilm i contenuti della continuity principale dal 2014 in avanti, momento in cui tutto ciò che non rientra nella linea narrativa principale viene relegato a materiale non canonico, l’equivalente moderno di quella che una volta si chiamava “Expanded Universe” o Legends. Questo status libera gli autori dal vincolo di dover coordinare la storia con Rey, Luke o Kylo Ren, e permette loro di reinterpretare liberamente concetti come Jedi, Sith e la spada laser stessa.

The Ninth Jedi come una rivisitazione della trilogia sequel

La storia, dai corti alla serie

Tutto nasce da Lah Kara, figlia del leggendario fabbricante di spade laser Lah Zhima, in un futuro lontanissimo in cui l’Ordine Jedi è quasi del tutto estinto. Nel corto originale, i cacciatori di Jedi rapiscono Zhima. Un avvenimento che scuote profondamente Kara che, guidata dal suo Maestro, il Margravio Juro, e dai pochi Jedi superstiti, si mette sulle tracce del padre. Juro vuole ricostruire l’Ordine Jedi e convoca sul pianeta Hy Izlan alcuni Jedi senza Maestro tra cui Ethan. Assegna a Zhima il compito di dotare questi Maestri di nuove spade laser, in una galassia in cui le spade laser sono talmente rare da essere quasi del tutto sconosciute. Tuttavia, colui che è apparentemente un semplice fabbricante viene rapito, subito dopo aver consegnato le spade a Kara, che le dà ai Maestri superstiti.

La serie continua con “Child of Hope”, il secondo episodio antologico che racconta come, dopo essere rimasta separata dal suo gruppo alla ricerca di Zhima, Kara venga salvata nello spazio dal piccolo droide Teto, che vive solo su un’astronave abbandonata da secoli in attesa del suo “padrone”, morto da tempo senza che il droide lo sapesse. Kara lo accompagna a scoprire la verità nella vasca di bacta, e stringe con lui un legame che le restituisce fiducia nel proprio ruolo di Jedi, finché i cacciatori che hanno rapito suo padre Zhima, Anda e Unda, li raggiungono e Teto si sacrifica. Alimenta, infatti, con la propria energia la navetta di salvataggio di Kara e autodistrugge la nave con gli inseguitori a bordo. Questi due capitoli antologici sono molto importanti per The Ninth Jedi, perché il primo stabilisce l’immaginario della serie anime, per certi versi molto distante dallo Star Wars classico, mentre il secondo si rivela un episodio incentrato su sacrificio, memoria e fiducia che apre la strada alla ricerca di Nawaam nella serie completa. Questo secondo episodio, in particolare, è illuminante su come si possa costruire una storia per certi versi separata, ma sempre all’interno dell’immaginario principale, con cui sottolineare molto la personalità dei personaggi.

The Ninth Jedi come una rivisitazione della trilogia sequel

Per quanto riguarda la serie principale, invece, si apre con una missione in cui Kara, Juro, il Jedi tecnico Ethan e il Jedi guerriero Homen cercano rifugio nella città-stato di Makoma Ko, dove il vecchio alleato Dunbai non vuole saperne dei problemi dei Jedi. Li raggiunge Gennoh, l’ultimo Sith dichiarato al servizio del signore della guerra Nawaam, che scatena un esercito di droidi prima di essere respinto grazie a uno stratagemma che coinvolge un buco nero. La somiglianza di questo mondo con Naboo e il ritorno di temi classici di Star Wars sono come una dichiarazione di intenti, che si palesa subito con il primo episodio della serie principale: va bene sperimentare, ma nel corso di The Ninth Jedi torneranno elementi fondanti dello Star Wars classico.

Il viaggio porta successivamente il gruppo su Bibin, la luna dove Juro e Zhima si erano addestrati sotto il maestro Reno. Qui emerge il segreto che innerva tutta la serie: Zhima fu esiliato per aver ucciso il proprio maestro, corrotto da un traffico illegale di minerali, e intento a ricostruire un Ordine Jedi in cui la morte provocata dai Jedi stessi è ancora una costante. Subito dopo aver ucciso Reno, la lama della spada laser di Zhima divenne argentata, segno di un cuore svuotato da ogni emozione. Nawaam, ancora bambino, è testimone di quell’omicidio e ne trae la convinzione che solo un potere assoluto, privo di emozione, possa portare pace duratura. Da qui nasce il suo culto di un ordine rigido, alimentato da un cannone a cristalli kyber capace di riscrivere le stelle.

The Ninth Jedi come una rivisitazione della trilogia sequel

Nello scontro diretto Nawaam uccide Juro, e Kara, sopraffatta dalla rabbia, vede per la prima volta la propria lama virare al rosso dopo aver massacrato degli accoliti di Nawaam che terrorizzano la tribù che la stava proteggendo. Toccato il fondo, il fantasma della Forza di Juro le ricorda che il controllo dell’emozione, e non la sua negazione, è ciò che tiene a bada l’oscurità. Nel finale, riunita al padre Zhima, Kara affronta Nawaam: la sua lama torna verde mentre quella dell’antagonista, dominato dalla rabbia repressa per anni, diventa rossa. Kara lo trafigge ma ritira la lama all’ultimo istante con la Forza, rifiutandosi di diventare un’assassina. Nawaam si arrende, il cannone viene distrutto e i superstiti fondano un nuovo Ordine Jedi su Hy Izlan, con Kara, che diventa ufficialmente la nona Jedi, colei che completa il numero simbolico di spade forgiate da suo padre, come punto di riferimento silenzioso del gruppo.

Una rivisitazione della trilogia sequel

L’impianto tematico della serie, per quanto ambientato in un’epoca lontanissima e “non canon”, ricalca da vicino la logica emotiva della trilogia sequel, con due giovani, Kara e Nawaam, che ereditano il fardello degli errori delle generazioni precedenti, così come è successo a Rey e a Ben. Kara e Nawaam sono, in fondo, due eredi del trauma altrui: proprio come Rey porta il peso dell’eredità Skywalker/Palpatine, Kara eredita le colpe di suo padre Zhima (che ha ucciso il proprio Maestro Jedi) mentre Nawaam, testimone diretto di quell’atto, ne trae una lettura distorta e la trasforma in ideologia di potere, esattamente come Ben Solo si è lasciato ispirare dal fantasma di Vader.

The Ninth Jedi come una rivisitazione della trilogia sequel

The Ninth Jedi diventa così talmente Star Wars che ne evidenzia nuovamente il suo concetto primordiale, ovvero quello del sacrificio e del cedere al lato oscuro per permettere ai discendenti di costruirsi una strada per ristabilire l’equilibrio nella galassia. Qui è Lord Jima che prende il ruolo di Vader perché deve compiere un atto negativo per permettere all’equilibrio di avere un’opportunità, ovvero alla figlia di ristabilire il bene nella galassia, ma questo stesso atto di cattiveria ispira negativamente il giovane Nawaam, così come Ben era stato ispirato dalle gesta del nonno Vader. È lo stesso meccanismo di sacrificio e ambiguità morale che attraversa tutto Star Wars da Anakin/Vader in avanti, qui riproposto in scala più piccola e più intima, senza il peso della saga degli Skywalker.

Tra gli elementi di rottura, invece, troviamo l’enfasi sul colore delle spade laser, con le spade argentate. Le spade realizzate dal fabbricante di spade laser Jima riflettono lo stato d’animo di chi le impugna, come nello Star Wars classico, ma la lama mostra di che colore è il suo cuore istantaneamente, mentre nello Star Wars canonico il colore è più definitivo. Qui c’è un livello successivo inedito, ovvero quello di coloro che trascendono bene e male e che sono tanto potenti da poter da soli stabilire il destino della galassia. Loro sono identificati dalle lame argentate delle loro spade laser. Questo particolare stato viene definito dai personaggi di The Ninth Jedi come lo stato del nulla. Allo stesso tempo gli occhi grigi di Kara anticipano il suo ruolo nella galassia.

The Ninth Jedi come una rivisitazione della trilogia sequel

Come Nawaam, neanche Kara è esente dal cadere nel lato oscuro: per poter contrastare tutto questo male sarà costretta a uccidere, e tanto, fino a cedere alle tenebre. Così come nella trilogia sequel, si cerca così di superare l’antico dualismo tra Jedi e Sith, mentre la ricostruzione dell’Ordine dei Jedi deve avvenire in modo tale da non prevedere più sottrazioni di vite da parte dei Jedi.

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Kinguin

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