Death Boom porta sullo schermo un tema che il cinema affronta raramente in modo diretto: cosa accade davvero ai corpi dopo la morte e quanto pesa, sul piano ambientale e umano, l’attuale sistema funerario. Il documentario è diretto da Jessica Chandler e vede Eli Roth nel ruolo di produttore, narratore e guida sullo schermo. Il progetto è stato presentato al Tribeca Festival 2026 come documentario statunitense di 85 minuti dedicato al settore funerario e alle soluzioni alternative che stanno cercando spazio negli Stati Uniti.
Il film affronta il tema partendo da una questione demografica enorme: l’invecchiamento dei baby boomer. Secondo la presentazione ufficiale del festival, decine di milioni di persone nate durante il boom delle nascite del secondo dopoguerra stanno entrando nella fase finale della vita, ponendo l’industria funeraria davanti a una pressione crescente.
L’imbalsamazione estrema e il problema ambientale
Uno degli aspetti più insoliti affrontati da Death Boom è la cosiddetta imbalsamazione estrema. La pratica consiste nel preparare il corpo del defunto non per la tradizionale esposizione nella bara, ma per essere collocato in pose particolari, magari su una moto o accanto a un oggetto legato alle sue passioni. Roth e Chandler spiegano che non si tratta di una pratica comune, ma esiste e rappresenta uno degli esempi più appariscenti di un rapporto spesso problematico con la morte.
Roth riconosce il desiderio di ricordare una persona attraverso ciò che amava in vita. Allo stesso tempo, però, il documentario insiste sulle conseguenze ambientali delle pratiche funerarie più invasive. Il problema non riguarda soltanto l’immagine finale del defunto, ma anche l’uso di sostanze chimiche, materiali difficili da smaltire e terreni destinati per lungo tempo a sepolture non sempre sostenibili.
Il regista e produttore lega questa riflessione a una critica più ampia: molte scelte funerarie vengono presentate come tradizioni inevitabili, mentre in realtà potrebbero essere ripensate. La domanda centrale del documentario è semplice e scomoda: perché in vita si parla tanto di riciclo e sostenibilità, ma dopo la morte le opzioni ecologiche restano spesso limitate o difficili da ottenere?
Il settore funerario dopo il COVID
Death Boom descrive anche un’industria messa sotto pressione dalla pandemia di COVID-19. Roth sostiene che quella crisi abbia mostrato quanto il sistema funerario fosse impreparato davanti a un aumento improvviso dei decessi. Il punto, però, non riguarda solo l’emergenza sanitaria passata: il documentario guarda soprattutto ai prossimi anni, quando l’invecchiamento della popolazione renderà ancora più urgente trovare soluzioni accessibili, dignitose e meno impattanti.
Il film non attacca in modo indistinto chi lavora nel settore. Al contrario, dedica attenzione anche ai direttori di pompe funebri e agli operatori che ogni giorno assorbono il dolore delle famiglie. Roth li descrive come figure sottoposte a un carico emotivo enorme, spesso poco riconosciuto. A questo si aggiungono i possibili rischi legati all’esposizione a sostanze come la formaldeide, usata nell’imbalsamazione. Il National Cancer Institute ha segnalato evidenze di un legame tra livelli elevati di esposizione alla formaldeide in alcune professioni e rischio di morte per leucemia mieloide.
Cremazione ad acqua e compostaggio umano
Tra le alternative citate dal documentario ci sono la cremazione ad acqua, nota anche come idrolisi alcalina, e il compostaggio umano, definito in ambito normativo “riduzione organica naturale”. Questi metodi puntano a ridurre l’impatto ambientale rispetto alla sepoltura tradizionale e alla cremazione con fiamma, ma la loro disponibilità varia molto da Stato a Stato.
La situazione normativa resta frammentata. Negli Stati Uniti, il compostaggio umano è stato legalizzato in diversi Stati, ma non è ancora accessibile ovunque; nel 2025 il New Jersey è diventato il quattordicesimo Stato a consentire questa pratica. Anche la cremazione ad acqua segue un percorso simile, con leggi diverse a seconda delle giurisdizioni e una disponibilità concreta non sempre coincidente con la legalizzazione formale.
Jessica Chandler insiste proprio su questo punto: rendere legali e accessibili le opzioni più verdi eviterebbe alle famiglie costi aggiuntivi, viaggi tra Stati e procedure più complicate. La questione, nel documentario, non viene trattata come una moda ecologista, ma come una scelta di libertà personale e di responsabilità collettiva.
Un documentario sulla morte, ma anche sulle scelte dei vivi
Death Boom usa il linguaggio del documentario d’inchiesta per aprire una conversazione che molte persone tendono a rimandare. La morte resta un argomento scomodo, e proprio questo silenzio permette a pratiche costose, poco trasparenti o ambientalmente discutibili di continuare senza un vero confronto pubblico.
Il film di Jessica Chandler, con Eli Roth come volto guida, cerca invece di riportare la decisione nelle mani delle persone. Non impone una risposta unica, ma chiede maggiore consapevolezza: sapere quali opzioni esistono, cosa comportano e perché alcune restano vietate o difficili da scegliere. In questo senso, Death Boom non parla solo di funerali. Parla del modo in cui una società affronta la fine della vita, il dolore delle famiglie e l’impatto che anche l’ultimo gesto può lasciare sul pianeta.






