Toy Story 5 riapre una saga che sembrava avere già trovato più di una conclusione possibile, ma lo fa con un’idea abbastanza forte da giustificare il ritorno nella stanza dei giochi. Il nuovo capitolo Disney e Pixar, diretto da Andrew Stanton e co-diretto da Kenna Harris, è arrivato nelle sale italiane il 18 giugno 2026.
Il film non raggiunge la perfezione emotiva della trilogia originale, soprattutto di Toy Story 3 – La grande fuga, ma ritrova un equilibrio convincente tra malinconia, comicità e riflessione sul cambiamento. La scelta più interessante è spostare il cuore del racconto su Jessie, ancora una volta doppiata in originale da Joan Cusack, che diventa il vero centro emotivo della storia.
Una nuova minaccia per i giocattoli di Bonnie
La premessa di Toy Story 5 è semplice e molto contemporanea. Bonnie, ormai cresciuta, è una bambina dolce e fantasiosa, ma fatica a fare amicizia in un mondo in cui gli altri bambini sembrano più attratti dagli schermi che dai giocattoli. L’arrivo di Lilypad, un tablet a forma di rana doppiato in originale da Greta Lee, cambia gli equilibri della sua stanza.
Per Jessie, Buzz Lightyear e gli altri, il rischio è quello più antico dell’intera saga: essere messi da parte. Solo che questa volta il rivale non è un nuovo giocattolo, né un collezionista, né un trasloco. È la tecnologia, con la sua capacità di catturare l’attenzione di Bonnie e di offrirle un modo apparentemente più semplice per entrare in contatto con gli altri.
Il film evita però di trasformare Lilypad in una cattiva monodimensionale. Il tablet è invadente, zelante e convinto di sapere che cosa sia meglio per Bonnie, ma non viene presentato come il male assoluto. La storia preferisce ragionare sul rapporto tra gioco fisico, identità e amicizie mediate dagli schermi, senza ridurre tutto a una morale facile.
Jessie guida il capitolo più intimo della saga
Il punto di forza del film è Jessie. Il personaggio porta con sé una ferita nota ai fan: la paura dell’abbandono, già centrale in Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa. In Toy Story 5, quella fragilità torna in una forma nuova. Jessie non teme soltanto di essere sostituita; teme soprattutto che Bonnie perda una parte importante di sé.
Joan Cusack dà al personaggio calore, energia e malinconia. La sua interpretazione sostiene gran parte del film, soprattutto quando la narrazione si allontana dal gruppo storico dei giocattoli per concentrarsi su ambientazioni più rurali e su personaggi dal tono western. È una scelta che rende il capitolo diverso dai precedenti, anche se a volte fa sentire la mancanza del caos corale che aveva reso così memorabile la trilogia originale.
Accanto a Jessie, Buzz Lightyear conserva un ruolo comico efficace. Tim Allen ritrova il personaggio con leggerezza, e la presenza di una serie di altri Lightyear regala alcuni dei momenti più divertenti del film. Woody, invece, resta più defilato: la sua presenza è importante, ma meno centrale rispetto a quella di Jessie e Bonnie.
Tra nostalgia, schermi e paura di diventare inutili
La saga di Toy Story ha sempre parlato di crescita. I giocattoli cambiano proprietario, vengono dimenticati, si rompono, si perdono e devono ridefinire il proprio scopo. Toy Story 5 aggiorna questo tema portandolo in un presente dominato dai dispositivi digitali.
La domanda non è più soltanto cosa accade quando un bambino cresce, ma cosa succede quando l’infanzia stessa cambia forma. Bonnie non smette di amare i giocattoli da un giorno all’altro; semplicemente, viene attratta da un nuovo modo di relazionarsi con il mondo. Jessie interpreta questo cambiamento come una minaccia, ma il film le chiede di fare qualcosa di più difficile: capire quando proteggere Bonnie e quando lasciarla crescere.
È qui che il film funziona meglio. Non tutti i passaggi sono sorprendenti e alcune dinamiche ricordano da vicino conflitti già visti nella saga, ma l’emozione resta sincera. Pixar riesce ancora a trasformare oggetti comuni in figure capaci di parlare di perdita, affetto e identità.
Un ritorno riuscito, anche se non perfetto
Toy Story 5 aveva un compito complicato. Dopo una trilogia considerata quasi perfetta, Toy Story 4 aveva già offerto un epilogo tenero e controverso, mentre Lightyear – La vera storia di Buzz aveva diviso pubblico e critica con un approccio più laterale al mito di Buzz Lightyear.
Questo quinto capitolo non cancella la sensazione che il franchise abbia già detto molto, forse quasi tutto. Tuttavia, trova una ragione emotiva abbastanza solida per tornare: raccontare Jessie non come spalla, ma come guida. La nuova ambientazione funziona, i personaggi inediti aggiungono ritmo e il tema della tecnologia dà al film un aggancio immediato con il presente.
Il limite principale resta la minore coralità. Alcuni giocattoli amati appaiono meno di quanto ci si potrebbe aspettare, e il botta e risposta tra tante personalità diverse, uno dei piaceri storici della saga, qui è più contenuto. Ma quando il film si concentra su Jessie, Bonnie e sulla paura di perdere il contatto con ciò che ci rende davvero noi stessi, ritrova la voce migliore di Toy Story.






