Sulla Stazione Spaziale con la realtà virtuale: il viaggio che sembra quasi vero

Space Explorers porta il pubblico sulla Stazione Spaziale Internazionale attraverso filmati reali a 360 gradi, offrendo un viaggio virtuale immersivo, emozionante e sorprendentemente credibile.

Chiara Bianchi
Chiara Bianchi
Appassionata di cinema e di tutto ciò che ruota intorno alla settima arte. Racconto di film, registi e tendenze con uno sguardo critico ma sempre accessibile.

Raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale resta un’esperienza riservata a pochissime persone, ma la realtà virtuale può offrire un’alternativa sorprendentemente credibile. Space Explorers: The ISS Experience, presentata da Eclipso a Manhattan, permette di attraversare i moduli della stazione, osservare la Terra dalla cupola e partecipare virtualmente a una passeggiata spaziale. Non è un semplice ambiente digitale: le sequenze più coinvolgenti sono state realizzate usando filmati autentici girati dagli astronauti in orbita.

L’esperienza dura circa 40 minuti e utilizza immagini tridimensionali a 360 gradi registrate dentro e fuori dalla ISS durante vere missioni spaziali. Il risultato restituisce la scala dell’avamposto orbitale con una precisione difficile da percepire attraverso fotografie o normali riprese televisive.

Camminare nella Stazione Spaziale Internazionale

Dopo aver indossato il visore, il visitatore riceve indicazioni su dove camminare e su come interagire con l’ambiente. Le mani vengono riprodotte nello spazio virtuale come sagome luminose, capaci di seguire i movimenti compiuti nel mondo reale. Il sistema non è sempre impeccabile: qualche oscillazione nel tracciamento può spezzare momentaneamente l’illusione, senza però compromettere l’esperienza complessiva.

Il viaggio comincia nel buio dello spazio. Poco dopo appare una ricostruzione della Stazione Spaziale Internazionale in scala reale e diventa possibile entrare nei suoi corridoi. Gli interni esplorabili non riproducono ogni dettaglio con un realismo fotografico. Sono rappresentati come una struttura grigia e parzialmente trasparente, pensata soprattutto per restituire dimensioni, distanze e disposizione generale dei moduli.

È proprio la scala a sorprendere maggiormente. La cupola con le sue sette finestre appare più ampia di quanto immagini e filmati lascino intuire. All’esterno, i pannelli solari si estendono come enormi superfici color rame, mentre la presenza costante della Terra sotto i piedi genera una sensazione di esposizione al vuoto difficile da ignorare.

I filmati reali trasformano la simulazione

Durante il percorso compaiono grandi sfere luminose che possono essere attivate con le mani. Ogni sfera apre un filmato collegato alla zona in cui si trova. Nella cupola si possono osservare gli astronauti mentre contemplano il pianeta; vicino alle attrezzature sportive è possibile assistere a una sessione di allenamento con Christina Koch.

L’esperienza permette anche di uscire virtualmente dalla stazione e raggiungere il braccio robotico Canadarm2. Da quella posizione si vedono un astronauta impegnato in un’attività extraveicolare, la superficie terrestre e la luce del Sole riflessa sui moduli esterni.

Queste sequenze non sono ricostruzioni al computer. Provengono da riprese stereoscopiche a 360 gradi effettuate realmente sulla ISS, una caratteristica che conferisce all’esperienza gran parte della sua forza. NASA descrive il progetto come una produzione immersiva realizzata dagli stessi astronauti attraverso telecamere progettate appositamente per documentare la vita e la ricerca scientifica in orbita.

Tre telecamere inviate nello spazio

La preparazione del progetto ha richiesto tra un anno e mezzo e due anni, seguiti da una produzione durata circa tre anni. Le riprese hanno attraversato sei spedizioni e hanno richiesto l’invio in orbita di tre telecamere: due destinate agli ambienti interni e una costruita per lavorare nel vuoto dello spazio.

La telecamera esterna venne fatta uscire attraverso il modulo giapponese e successivamente agganciata al braccio robotico canadese. La sua posizione poteva essere controllata da terra, permettendo di ottenere immagini cinematiche della stazione, delle attività extraveicolari e della Terra.

Per gli interni, invece, il lavoro passò direttamente nelle mani degli astronauti. Le telecamere VR dovevano essere collocate come se al loro posto ci fosse una persona. Durante una conversazione attorno a un tavolo, per esempio, l’obiettivo veniva sistemato all’altezza degli altri partecipanti e non al centro della scena.

Félix Lajeunesse, cofondatore di Felix & Paul Studios, ha spiegato che questa impostazione antropomorfa fu compresa immediatamente dagli equipaggi. Ogni giornata di riprese seguiva un programma con le posizioni desiderate. Quando una soluzione interferiva con esperimenti o procedure di bordo, erano gli stessi astronauti a proporre un’alternativa.

Una capsula del tempo per il futuro

La versione statunitense dell’esperienza venne presentata inizialmente a Houston, sede del Johnson Space Center. Tra i primi spettatori ci furono proprio alcuni astronauti, molti dei quali descrissero la visita virtuale come un ritorno a casa.

Questa testimonianza acquisterà ulteriore valore quando la Stazione Spaziale Internazionale terminerà la propria attività. NASA prevede di mantenerla operativa fino al 2030, per poi procedere con un rientro controllato. La maggior parte della struttura brucerà o si vaporizzerà nell’atmosfera, mentre alcuni componenti più resistenti raggiungeranno un’area disabitata dell’oceano. L’agenzia valuterà anche quali oggetti interni potranno essere riportati sulla Terra ed eventualmente esposti.

Space Explorers: The ISS Experience non sostituisce un vero viaggio nello spazio. Riesce però a comunicare qualcosa che fotografie e documentari tradizionali faticano a restituire: le dimensioni dell’avamposto, la fragilità della Terra e la vita quotidiana di chi ha abitato a circa 400 chilometri sopra il pianeta. È anche il ritratto di una delle più grandi collaborazioni internazionali mai realizzate, costruita e mantenuta da Paesi capaci di lavorare insieme nonostante le divisioni politiche.

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