Star Wars: Visions Presents – The Ninth Jedi aveva aspettative particolarmente alte sulle spalle. Il cortometraggio The Ninth Jedi, pubblicato nel primo volume di Star Wars: Visions nel 2021, era diventato uno degli episodi più apprezzati dell’antologia, tanto da convincere Lucasfilm e Production I.G a trasformare quella storia in qualcosa di molto più ampio.
Il risultato è una serie anime di otto episodi, disponibile su Disney+ dal 5 agosto 2026, che continua il viaggio di Lah Kara in una galassia lontana nel futuro, dove i Jedi sono ormai diventati quasi una leggenda. L’espansione funziona soprattutto quando osa reinterpretare alcuni elementi classici di Star Wars, ma perde parte della sua originalità quando torna ad affidarsi a un meccanismo narrativo già sfruttato molte volte dal franchise.
Una nuova galassia che continua a sembrare Star Wars
Uno dei maggiori punti di forza di The Ninth Jedi è la capacità di costruire un universo immediatamente riconoscibile senza dipendere continuamente da personaggi, pianeti e veicoli provenienti dalle produzioni precedenti.
Ci sono spade laser, blaster, battaglie spaziali, Jedi, utilizzatori del Lato Oscuro e persino alcune espressioni che richiamano direttamente la tradizione cinematografica della saga. Allo stesso tempo, però, non è necessario ricorrere alle specie aliene più conosciute, ai droidi classici o alle astronavi già viste decine di volte per ricordare al pubblico di trovarsi nella galassia di Star Wars.
Anche la musica contribuisce a questo equilibrio. La colonna sonora richiama le atmosfere che hanno definito la saga senza limitarsi a riprodurre i temi del passato. Alcuni passaggi evocano la solennità della Forza o la minaccia delle grandi fazioni nemiche, mantenendo però una propria identità.
Le spade laser che cambiano colore sono l’idea migliore
La caratteristica che distingue maggiormente questo universo riguarda le spade laser. Nel mondo di The Ninth Jedi, il colore della lama riflette l’allineamento e lo stato interiore di chi impugna l’arma, potendo quindi cambiare in tempo reale.
Un utilizzatore vicino al Lato Chiaro può vedere la propria lama assumere una tonalità differente quando rabbia e odio prendono il sopravvento. È una deviazione evidente dalle regole più familiari del canone, dove i cristalli kyber non cambiano normalmente colore con questa immediatezza e quelli rossi sono il risultato della loro corruzione attraverso il Lato Oscuro.
Kenji Kamiyama aveva già spiegato l’origine dell’idea: guardando da giovane la trilogia originale, aveva erroneamente immaginato che le spade potessero cambiare colore in base a chi le utilizzava. Quella vecchia interpretazione è diventata uno degli elementi fondamentali della sua versione di Star Wars.
È un espediente semplice ma estremamente efficace, perché permette all’animazione di mostrare immediatamente ciò che sta accadendo dentro un personaggio senza doverlo spiegare attraverso lunghi dialoghi.
Lah Zhima e Nawaam sono i personaggi più interessanti
La serie amplia considerevolmente la storia di Lah Zhima, padre di Kara e unico fabbro di spade laser conosciuto in questa epoca. Nel cortometraggio originale il personaggio aveva un ruolo importante ma relativamente semplice; negli otto episodi diventa invece uno dei pilastri della mitologia costruita attorno alla protagonista.
Nel doppiaggio inglese, Zhima è interpretato da Simu Liu, mentre Young Mazino presta la voce al generale Nawaam, la nuova grande minaccia della serie. Il legame tra i due contribuisce a dare profondità a una storia che, inizialmente, potrebbe sembrare costruita soltanto attorno alla ricerca del padre scomparso.
Nawaam è particolarmente riuscito perché evita di trasformarsi in una semplice imitazione di Kylo Ren, nonostante l’armatura, la maschera e alcuni elementi iniziali possano suggerire quel confronto.
La sua filosofia è più complessa. Nawaam considera i Jedi troppo legati alla compassione per riuscire a imporre una pace duratura, ma giudica anche i Sith eccessivamente dominati dalle proprie emozioni. Cerca quindi una terza strada, fondata sul potere e sul controllo assoluto delle emozioni. È una visione utilitaristica e inquietante che si inserisce bene nell’intenzione degli autori di interrogarsi su ciò che significhi davvero essere Jedi o Sith.
Kara richiede più tempo per convincere
Più difficile è il rapporto con Lah Kara, doppiata in inglese da Kimiko Glenn. La protagonista riprende volutamente alcune caratteristiche degli eroi classici di Star Wars: è giovane, ottimista, inesperta e ancora incapace di controllare pienamente il proprio potenziale.
Il richiamo a Luke Skywalker non è casuale. Gli stessi autori hanno indicato la sua crescita graduale come uno dei modelli utilizzati per costruire Kara. La differenza è che alcuni dei suoi atteggiamenti più impulsivi possono risultare inizialmente esasperati.
La seconda metà della serie riesce a renderla più interessante, soprattutto quando il suo percorso comincia a confrontarsi con questioni morali meno semplici. Rimane però la sensazione che qualche episodio aggiuntivo avrebbe permesso di sviluppare meglio non soltanto Kara, ma anche personaggi come Ethan, Homen e Gramps.
L’anime valorizza soprattutto i combattimenti
Sul piano visivo, The Ninth Jedi dimostra quanto il linguaggio dell’anime si adatti bene a Star Wars. I combattimenti con le spade laser sono veloci, eleganti e spettacolari, ma senza trasformarsi continuamente in sequenze eccessivamente esagerate.
Lo stesso vale per le battaglie spaziali, dove Production I.G può sfruttare liberamente movimento, prospettive e colori. L’azione raggiunge alcuni dei momenti migliori della stagione proprio quando la serie smette di preoccuparsi di sembrare una produzione live action e sfrutta pienamente le possibilità dell’animazione.
Il melodramma tipico di alcune produzioni anime è più evidente in certi passaggi, e non sempre funziona con la stessa efficacia. Nel complesso, tuttavia, l’unione tra i due linguaggi appare naturale.
Un esperimento riuscito, ma non completamente nuovo
Il problema principale è che The Ninth Jedi continua ad affidare parte della propria storia a un tropo narrativo estremamente familiare per Star Wars. Evitare di specificarlo permette di preservare le sorprese della stagione, ma il suo utilizzo finisce per ridurre la sensazione di trovarsi davanti a una storia completamente libera dalle convenzioni del franchise.
È un peccato soprattutto perché quasi tutto ciò che circonda quella scelta dimostra quanto Star Wars: Visions possa diventare interessante quando gli autori hanno la possibilità di sperimentare.
La nuova concezione delle spade laser, il passato di Zhima, la filosofia di Nawaam e l’estetica anime costruiscono un universo che potrebbe tranquillamente sostenere altre storie. The Ninth Jedi non reinventa completamente Star Wars, ma dimostra che esistono ancora moltissimi modi per raccontare Jedi, Sith e Forza senza tornare sempre negli stessi luoghi della galassia.
Una continuazione non è stata annunciata: Lucasfilm presenta attualmente The Ninth Jedi come una serie anime limitata. Gli otto episodi disponibili riescono comunque a trasformare quello che nel 2021 era un cortometraggio particolarmente promettente in un mondo abbastanza ricco da far desiderare di esplorarlo ancora.
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