Il mondo immaginato da Stephen King torna a riflettersi in una realtà distopica e inquietante, questa volta attraverso il nuovo adattamento cinematografico di The Running Man, diretto da Edgar Wright. Il film, tratto dal romanzo firmato da King sotto lo pseudonimo Richard Bachman, debutta nelle sale come una delle produzioni più attese dell’anno, offrendo una reinterpretazione moderna di una storia che già nel 1987 aveva conosciuto una trasposizione con risultati controversi.
Dalla penna di King a una nuova visione cinematografica
Il romanzo originale, ambientato in un’America futuristica del 2025, descrive un Paese in rovina, schiacciato da crisi economica, corruzione e disperazione sociale. In questa realtà brutale, i cittadini più disperati cercano salvezza partecipando a un game show televisivo estremo, in cui devono sopravvivere per trenta giorni braccati da assassini professionisti chiamati Hunters. Il premio in denaro promesso è enorme, ma le probabilità di uscirne vivi sono quasi nulle.
L’adattamento del 1987, interpretato da Arnold Schwarzenegger, divise pubblico e critica: spettacolare ma lontano dallo spirito del romanzo, divenne col tempo un film di culto. Con la nuova versione, Wright sceglie un approccio più fedele al tono cupo e politico dell’opera di King, costruendo un racconto che mescola critica sociale e spettacolo mediatico.
Glen Powell nel ruolo di un antieroe moderno
Il protagonista Ben Richards, interpretato da Glen Powell, è un ex operaio licenziato ingiustamente dopo aver espresso simpatie sindacali. Con una figlia gravemente malata e nessuna via d’uscita, accetta di partecipare a The Running Man per guadagnare il denaro necessario alle cure. Da semplice concorrente diventa rapidamente simbolo di ribellione, costretto a confrontarsi con un sistema televisivo che trasforma la sofferenza in intrattenimento.
Accanto a lui spiccano Josh Brolin, nei panni del cinico produttore Dan Killian, e Colman Domingo, che interpreta la carismatica e spietata conduttrice Bobby T.. Entrambi incarnano con efficacia il volto manipolatore e seduttivo dei media, contribuendo a delineare un mondo in cui spettacolo e controllo sociale si confondono. Tra i comprimari, Lee Pace (Evan McCone) e Katy O’Brian (Laughlin) lasciano il segno con performance brevi ma incisive, che arricchiscono la tensione narrativa.
Tra azione e satira sociale
Le interpretazioni sono convincenti, ma la pellicola non è esente da difetti. Wright alterna momenti di pura azione a sequenze più riflessive, nel tentativo di bilanciare spettacolo e critica politica. Questo dualismo, però, non sempre funziona: il ritmo risulta disomogeneo, con passaggi intensi seguiti da pause narrative che smorzano la tensione.
La caratterizzazione di Ben Richards soffre talvolta di incoerenze: il personaggio alterna momenti di eroismo a decisioni poco comprensibili, segno di una sceneggiatura che avrebbe potuto approfondirne meglio la psicologia. Anche la regia di Wright, solitamente brillante e incisiva, qui sembra più trattenuta, forse frenata dall’ambizione di rispettare il materiale originale senza rinunciare al proprio stile visivo.
Una struttura ambiziosa ma irregolare
Con una durata di circa 133 minuti, il film risulta a tratti sovraccarico. Alcune sottotrame e dialoghi prolungano eccessivamente il ritmo, mentre il finale modificato rispetto al romanzo punta a una chiusura più catartica, ma meno coerente con il tono distopico della storia. La scelta, pur comprensibile, sacrifica parte della profondità morale che caratterizzava il testo di King.
Nonostante questi limiti, The Running Man riesce comunque a distinguersi per l’impatto visivo e la densità delle sue atmosfere, con sequenze d’azione ben coreografate e una fotografia che accentua la sensazione di oppressione e voyeurismo. Powell offre una prova solida e fisica, restituendo con intensità la disperazione di un uomo che lotta contro un sistema disumano, in un mondo dove la sopravvivenza è merce televisiva.
Un esperimento imperfetto ma coraggioso
Il nuovo The Running Man è, in definitiva, un esperimento riuscito solo in parte, ma animato da un’ambizione sincera. Wright propone una riflessione attuale sul potere dei media, sulla spettacolarizzazione della violenza e sul rapporto distorto tra pubblico e individuo. Pur con qualche incertezza, il film riesce a mantenere vivo il fascino dell’idea di King, consegnando agli spettatori una distopia che sa essere tanto spettacolare quanto disturbante.






