Turbulence: perché il film Lionsgate ha rinunciato a The Volume puntando sul blue screen

Turbulence ha scelto il blue screen al posto di The Volume per favorire spontaneità e comfort sul set. Gli attori spiegano perché la tecnologia LED avrebbe complicato le riprese.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.

Turbulence, nuovo film prodotto da Lionsgate, si distingue per un’ambientazione tanto essenziale quanto ambiziosa: gran parte della storia si svolge a bordo di un pallone aerostatico, dove quattro passeggeri si ritrovano coinvolti in una situazione che prende rapidamente una piega imprevista. Il cast riunisce Jeremy Irvine (Zach), Hera Hilmar (Emmy), Olga Kurylenko (Julia) e Kelsey Grammer (Harry), chiamati a sostenere una narrazione quasi interamente basata sulla tensione, sulle dinamiche interpersonali e sull’interpretazione.

Considerata la natura del progetto e l’ampio ricorso agli effetti visivi, si potrebbe pensare a un utilizzo massiccio di The Volume, la tecnologia a schermi LED resa celebre da The Mandalorian. In realtà, la produzione ha scelto consapevolmente una strada diversa, affidandosi a un approccio più tradizionale basato sul blue screen. Una decisione che, secondo gli attori coinvolti, ha inciso in modo determinante sulla qualità del lavoro sul set e sul risultato finale.

Una scelta “old school” per un film atipico

Nel corso di un’intervista, Hera Hilmar e Jeremy Irvine hanno spiegato le motivazioni dietro questa scelta tecnica. Hilmar ha definito Turbulence un film realizzato in modo “old school, con il blue screen”, chiarendo che l’impiego di The Volume avrebbe finito per complicare il processo creativo. A suo avviso, lavorare con grandi schermi LED avrebbe richiesto un continuo adattamento alle immagini già presenti sullo sfondo, limitando la libertà degli attori e rendendo l’azione meno naturale.

Con il blue screen, invece, il cast ha potuto concentrarsi maggiormente sulle interpretazioni, costruendo le scene in modo più organico e lasciando che fosse la post-produzione ad adattarsi alle performance, e non il contrario. Un approccio che, per un film fortemente incentrato sui personaggi, si è rivelato più funzionale.

Le difficoltà di lavorare con The Volume

Jeremy Irvine si è espresso in modo ancora più netto sul tema. L’attore ha descritto l’esperienza di lavorare all’interno di un Volume stage come estremamente problematica, arrivando a definirla un vero e proprio incubo. Secondo Irvine, l’ambiente chiuso, unito al movimento continuo delle immagini sugli schermi sincronizzate con la macchina da presa, provoca spesso una sensazione simile al mal d’auto, oltre a un forte stress fisico.

A questo si aggiunge il calore generato dalle luci e dagli schermi, che rende le condizioni di lavoro particolarmente faticose. Irvine ha dichiarato che, se Turbulence fosse stato girato con questa tecnologia, avrebbe avuto serie difficoltà a portare a termine il progetto, considerandolo poco sostenibile dal punto di vista sia fisico sia psicologico.

Un set vissuto come una rappresentazione teatrale

Un altro aspetto emerso dall’intervista riguarda la natura stessa delle riprese. Essendo ambientato quasi interamente in un’unica location, Turbulence è stato girato in modo simile a una rappresentazione teatrale, con lunghe scene dialogate e una forte continuità tra un momento e l’altro. Irvine ha sottolineato come questo metodo abbia favorito la spontaneità e la concentrazione degli attori, elementi che sarebbero stati più difficili da mantenere con una tecnologia invasiva come The Volume.

La lavorazione è stata descritta come intensa e impegnativa, ma anche profondamente gratificante, proprio perché ha permesso di instaurare un rapporto diretto e costante tra interpreti e regia, senza la mediazione di schermi e ambienti digitali già “definiti”.

Aneddoti dal set e momenti di leggerezza

Nonostante la tensione narrativa del film, il set non è stato privo di momenti ironici. Irvine ha raccontato un episodio legato a una scena con un’aquila, che avrebbe dovuto risultare minacciosa. In pratica, l’animale era rappresentato in modo rudimentale, con una persona dotata di ali di cartone che correva imitando versi di uccello. Una situazione talmente surreale da trasformare la scena in qualcosa di involontariamente grottesco.

Hera Hilmar ha confermato l’aneddoto, spiegando che la reazione suscitata non è stata di paura, ma piuttosto di stupore e incredulità. Un contrasto curioso con il tono drammatico che il film cerca di mantenere sullo schermo.

Costruire personaggi complessi in uno spazio chiuso

Hilmar ha parlato anche del lavoro svolto sul personaggio di Emmy, sottolineando la volontà di non renderla una semplice figura passiva. L’attrice ha cercato di costruire una personalità attenta, curiosa e sensibile agli altri, capace di aggiungere profondità emotiva a una situazione estrema.

Dal canto suo, Irvine ha descritto Zach come un personaggio egoista ed egocentrico, abile nel presentarsi come vittima. Per interpretarlo, l’attore si è ispirato a dinamiche di manipolazione e gaslighting osservate anche al di fuori della finzione, rendendo il personaggio ambiguo e lontano dall’immagine iniziale del “bravo ragazzo”.

Una scelta tecnica al servizio dell’autenticità

In definitiva, la decisione di rinunciare a The Volume e puntare sul blue screen ha permesso a Turbulence di mantenere un alto livello di autenticità interpretativa. Un approccio più tradizionale che ha favorito il coinvolgimento emotivo del cast e ha reso più credibile una storia ambientata quasi interamente in un unico spazio, dimostrando come, in alcuni casi, la tecnologia più avanzata non sia necessariamente la soluzione migliore.

Fonte: thedirect.com

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