Ho amato Kingdom Come: Deliverance II al punto da considerarlo, senza troppi tentennamenti, il mio gioco preferito del 2025. Ho affrontato tutti i DLC, esplorato praticamente ogni contenuto secondario e passato così tanto tempo tra forge e incudini da ritrovarmi, la notte, a sentire ancora il rumore del metallo battuto. Ma questo entusiasmo non è nato subito. Anzi, il mio rapporto con il gioco è stato inizialmente tutt’altro che semplice.
Non avendo mai giocato al capitolo precedente, mi sono ritrovato catapultato in un mondo complesso, fatto di regole rigide e sistemi che non comprendevo appieno. Il gioco mi ha gettato nel fango, letteralmente, invitandomi a emergere e puntare verso l’alto con poco più della determinazione, statistiche scoraggianti e una fastidiosa ferita da freccia. Le prime ore sono state durissime. Solo col tempo ho capito che Kingdom Come: Deliverance II non mi stava punendo, ma stava lentamente indirizzandomi verso opportunità di crescita che andavano ben oltre l’idea di restare un semplice contadino.
Sopravvivere prima di vivere
La preparazione iniziale è tutto. La mappa del gioco è enorme e fin da subito mi è stato chiaro che esplorarla a piedi, senza un cavallo, sarebbe stato poco realistico. Il problema è che non avevo nemmeno quello. Né scarpe decenti. Avventurarmi nei territori boemi senza armi adeguate o mezzi di trasporto significava esporsi ai banditi, anche se, va detto, avrebbero avuto ben poco da portarmi via.
In un momento di disperazione ho tentato la sorte con il minigioco dei dadi, convinto di poter ribaltare la situazione. È andata male. Sono stato battuto da un avversario che continuava a ribadire, con una certa ostinazione, di non usare dadi truccati, anche quando nessuno glielo aveva chiesto. Una sconfitta che ha contribuito a rendere ancora più chiaro il messaggio del gioco: qui nulla è regalato.
Errori, botte e scelte sbagliate
Il disastro è proseguito nel prologo, quando ho provato ad affrontare i banditi nei pressi della casa di Bozhena. Il risultato è stato un accumulo di botte, ferite alla testa e urla di resa cadute nel vuoto. In parte la colpa era mia, soprattutto per aver scelto lo stile “Consigliere”, che mi rendeva abile nei dialoghi e nei ragionamenti, ma del tutto inadeguato nel combattimento diretto.
A quel punto è diventato evidente che dovevo cambiare mentalità. Trattare Kingdom Come: Deliverance II come un RPG tradizionale, affrontando ogni ostacolo a colpi di spada come avrei fatto in Skyrim, si stava rivelando una pessima idea. Questo è un gioco di immersione, non di onnipotenza.

Vivere come un uomo qualunque
Ho quindi deciso di adottare un approccio più realistico, almeno nelle prime ore. Accettare missioni umili, vivere come una persona comune e sfruttare ogni occasione per imparare. Quando il gioco mi ha messo davanti alla scelta tra lavorare come fabbro o come mugnaio, ho capito che la soluzione migliore era non scegliere affatto: entrambe le strade offrivano abilità preziose.
Non avrei mai immaginato, ad esempio, che il lavoro da fabbro potesse insegnarmi una delle tecniche di eliminazione furtiva più efficaci del gioco. Anche attività apparentemente banali, come imparare a ferrare un cavallo, si sono rivelate investimenti intelligenti, sia sul piano pratico sia su quello economico. Quando ho messo le mani sulla leggendaria Ascia dal Lago, sapevo già come riforgiarla in un’arma davvero letale.
Prepararsi allo scontro
Con una base solida alle spalle, ho iniziato a osare di più. Non avevo le armi migliori in assoluto, ma equipaggiamento affidabile sì, e conoscevo abbastanza punti dove recuperare parti dell’armatura di Brunswick da non rischiare la vita a ogni scontro. Le missioni per un erborista locale mi hanno permesso di imparare a preparare le decozioni di Calendula, preziose pozioni curative.
Grazie a queste risorse, ho potuto affrontare nemici temibili come i Cumani con maggiore lucidità: colpire, ritirarmi, curarmi e tornare all’attacco. Una strategia paziente, quasi metodica, che ha fatto la differenza.

La lezione di Kingdom Come: Deliverance II
Essere un uomo qualunque di giorno e un avventuriero di notte ha funzionato. Col tempo sono riuscito a dedicarmi alle missioni principali con maggiore sicurezza, esplorando le regioni senza l’ansia di perdere tutto a ogni errore. Avevo persino messo in piedi un sistema stabile per accumulare denaro, arrivando al terzo atto con una buona riserva di Groschen.
Il messaggio più importante che il gioco trasmette è chiaro: non si diventa eroi subito. La crescita è lenta, organica, fatta di piccoli passi. La pazienza è premiata quanto l’abilità, se non di più.
In definitiva, è stato proprio questo approccio più rilassato e consapevole a farmi apprezzare davvero Kingdom Come: Deliverance II. Il cuore dell’esperienza non sta nel combattimento sfrenato, ma nel vivere il mondo con attenzione, adattandosi alle sue regole. E quando lo si accetta, il viaggio diventa sorprendentemente gratificante.







