Mamoru Oshii, regista e sceneggiatore giapponese noto in tutto il mondo per Ghost in the Shell, ha rivelato di aver trascorso più di 10.000 ore all’interno di Fallout 4. Un dato impressionante, emerso durante un’intervista celebrativa per il trentesimo anniversario del film del 1995 e riportata da IGN Japan. Una cifra che racconta molto non solo della sua passione per il videogioco di Bethesda, ma anche del suo modo personale di intendere l’esperienza ludica.
L’autore, conosciuto per il suo approccio rigoroso e contemplativo al cinema, ha dimostrato così un coinvolgimento profondo e duraturo con un titolo che, a prima vista, potrebbe sembrare lontano dalla sua poetica. E invece, a quanto pare, è proprio l’universo post-apocalittico di Fallout 4 ad aver conquistato il regista per quasi un decennio.
Fallout 4 come esperienza definitiva
Durante l’intervista, Oshii ha dichiarato apertamente che Fallout 4 è il suo franchise preferito in ambito videoludico. Un’affermazione netta, che mette in secondo piano altri generi o esperienze interattive.
Tra gli elementi più apprezzati ha citato il sistema VATS, la meccanica che consente di rallentare il tempo durante i combattimenti e selezionare con precisione le parti del corpo da colpire. Una funzione che, nelle sue parole, si adatta perfettamente a chi non dispone di riflessi particolarmente rapidi ma vuole comunque mantenere il controllo tattico delle situazioni.
Il dato delle oltre 10.000 ore, distribuite tra PC e console, testimonia un livello di immersione raro persino tra i giocatori più appassionati. Non si tratta di una frequentazione occasionale, ma di un rapporto consolidato, quasi metodico, con il mondo creato da Bethesda.
Un approccio rigoroso e personale
Non è la prima volta che Oshii parla del suo legame con i titoli Bethesda. In passato aveva già espresso grande apprezzamento per le saghe Fallout e The Elder Scrolls, sottolineando come questi universi gli permettano di vivere un’esperienza coerente e profondamente immersiva.
Il suo stile di gioco è caratterizzato da regole precise. Durante le sessioni in Fallout 4 è accompagnato esclusivamente da Dogmeat, il fedele cane robotico. Evita exploit, glitch, potenziamenti artificiali delle statistiche e non si dedica alla costruzione di basi. Una scelta che definisce il suo percorso come volutamente “hardcore”, improntato alla coerenza interna del personaggio.
Oshii si muove nelle rovine degli Stati Uniti post-apocalittici come un predone solitario. Non si schiera con le principali fazioni e non presta fedeltà a nessuno. Preferisce mantenere un ruolo da outsider, libero di esplorare, raccogliere risorse e affrontare chiunque rappresenti un ostacolo.
Questa impostazione trasforma la partita in una vera e propria interpretazione. Non è soltanto un giocatore: costruisce una narrazione personale, aderendo a una filosofia precisa che rifiuta scorciatoie e compromessi.
Dalle 250 ore su PUBG alla dedizione decennale
Nel corso della stessa intervista, Oshii ha raccontato di aver dedicato circa 250 ore anche a PUBG, riuscendo persino a ottenere una vittoria nel battle royale. Un’esperienza molto diversa rispetto a Fallout 4, che dimostra una certa versatilità nei gusti.
Eppure, il suo cuore resta legato all’esplorazione e al gioco di ruolo. In un’intervista rilasciata anni fa a The Film Stage, aveva spiegato di aver iniziato Fallout 4 con l’intenzione di interpretare un predatore assetato di sangue, mantenendo questa impostazione per circa un anno prima di modificarla. L’idea iniziale, tuttavia, non è mai stata del tutto abbandonata: l’approccio resta radicale e coerente.
La durata del suo coinvolgimento, ormai prossima al decennio, colpisce per costanza. Otto anni dedicati allo stesso mondo virtuale, con una disciplina quasi ascetica, senza sfruttare strumenti che alterino artificialmente l’esperienza.
Il videogioco come estensione autoriale
La testimonianza di Oshii offre uno spunto interessante per riflettere sul ruolo del videogioco come mezzo espressivo. Il suo modo di giocare non è orientato alla semplice progressione o al completamento degli obiettivi principali. È una pratica interpretativa, una costruzione di senso.
Nel suo caso, Fallout 4 diventa un laboratorio narrativo personale, un luogo in cui mettere in scena un’identità alternativa e sperimentare scelte morali e strategiche con rigore quasi cinematografico.
Per la comunità di fan e per chi lavora nel settore, il suo racconto rappresenta una dimostrazione concreta di come il videogioco possa essere vissuto come arte, come filosofia applicata e come forma di narrazione individuale. Non soltanto intrattenimento, ma spazio creativo.
Mentre molti apprezzano Fallout 4 per l’ambientazione e la libertà d’azione, l’esperienza di Mamoru Oshii mostra un’altra prospettiva: quella di un autore che trasforma il gioco in un territorio personale, abitato con coerenza e dedizione. Un modo diverso di guardare al medium, che continua a sorprendere.







