Le teorie del complotto sono ormai parte integrante del dibattito pubblico. Tra social network, intelligenza artificiale e sfiducia verso istituzioni e media, la linea che separa realtà e percezione sembra sempre più sottile. Non sorprende, quindi, che il cinema abbia deciso di affrontare il tema con una commedia surreale come Operation Taco Gary’s.
Il film segue Danny, interpretato da Simon Rex, un uomo ossessionato dalle cospirazioni che trascina il fratello Luke (Dustin Milligan) in un viaggio attraverso gli Stati Uniti, finendo coinvolto in una trama più grande di quanto sembri. Diretto da Mikey K, il progetto arriverà nelle sale il 27 febbraio 2026.
Per promuovere l’uscita, Rex e Mikey K hanno partecipato a un evento al mercato gastronomico SMORGASBURGLA di Los Angeles, in collaborazione con Tacos 1986. Durante l’incontro, hanno raccontato le difficoltà di realizzare una commedia indipendente a basso budget e il modo in cui il film affronta l’ossessione contemporanea per le teorie del complotto.
Una commedia indie tra caos e improvvisazione
Girare una commedia “senza senso”, come la definiscono gli stessi autori, non è stato semplice. Mikey K ha spiegato che la pressione sul set era costante: con risorse limitate, non c’era spazio per errori o riprese aggiuntive. Ogni scena doveva funzionare al primo tentativo.
Secondo il regista, la tensione non si traduceva in leggerezza durante le riprese. Anzi, molte sequenze risultavano quasi assurde da girare singolarmente, senza la visione del montaggio finale. Ha ricordato, ad esempio, una scena in cui un personaggio si rompe ripetutamente la caviglia: un momento che sul set appariva caotico e poco chiaro, ma che una volta assemblato ha trovato il suo equilibrio comico.
Simon Rex ha raccontato episodi altrettanto imprevedibili, come una tempesta con fulmini che ha costretto la troupe a fermarsi per oltre un’ora e mezza sotto la pioggia. Nonostante lo stress, l’attore ha ammesso di apprezzare quel tipo di caos creativo: un budget ridotto obbliga a improvvisare e a restare lucidi, anche quando tutto sembra andare storto.
Entrambi hanno sottolineato la soddisfazione per il risultato finale, frutto di un lavoro intenso e spesso improvvisato, ma coerente con lo spirito del progetto.
Ironizzare sulle teorie del complotto
Il cuore del film è l’ossessione per le cospirazioni. Mikey K ha offerto una riflessione personale sul tema, sostenendo che molte teorie nascano dal bisogno umano di dare senso all’assurdo. Secondo lui, si tratta spesso di persone che cercano di collegare i punti per rendere più sopportabile la complessità dell’esistenza.
Il film, pur giocando con l’assurdità di certe convinzioni, non punta il dito in modo aggressivo. Piuttosto, esplora il desiderio di comprendere un mondo percepito come caotico e incomprensibile. Per il regista, il pericolo emerge solo quando queste convinzioni spingono a spingersi troppo oltre.
Simon Rex ha aggiunto che Operation Taco Gary’s arriva in un momento storico particolare. Viviamo, ha osservato, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale e la sovrabbondanza di informazioni rendono difficile distinguere ciò che è autentico. La fiducia nelle notizie, nei governi e nelle istituzioni si è incrinata, e molte persone si chiedono cosa sia ancora reale.
Una delle battute del film – “Nessuno vuole più credere alla verità” – riassume bene questo clima. Rex ha sottolineato l’importanza di ammettere i propri limiti: riconoscere di non sapere è un atto di onestà intellettuale sempre più raro.
Mikey K ha insistito su questo punto: il protagonista Luke compie un percorso che lo porta ad accettare di non poter capire tutto. In un’epoca in cui tutti sembrano avere un’opinione su ogni argomento, dichiarare “non lo so” diventa quasi un gesto controcorrente.
Rex ha citato anche una frase attribuita a Robert Anton Wilson, secondo cui “solo il pazzo è assolutamente sicuro”. Un richiamo alla necessità di dubitare, di mantenere uno spazio di incertezza, invece di aggrapparsi a convinzioni granitiche.
Una satira dei nostri tempi
Operation Taco Gary’s si inserisce dunque in un contesto culturale in cui le opinioni si moltiplicano e ogni individuo dispone di una piattaforma per esprimersi. Il film sceglie di affrontare tutto questo con ironia, senza rinunciare a una riflessione più ampia.
Tra assurdità, viaggio on the road e situazioni al limite del grottesco, la commedia prova a raccontare un’America confusa ma riconoscibile. E forse, tra una risata e l’altra, invita anche a recuperare il valore del dubbio.






