Dopo oltre trent’anni, una delle battute più celebri legate ai Klingon trova finalmente una concretizzazione sullo schermo. L’ottavo episodio di Star Trek: Starfleet Academy, intitolato “The Life of the Stars”, riporta al centro dell’attenzione l’ironia meta-teatrale introdotta in Star Trek VI: Rotta verso l’ignoto (1991), offrendo ai fan un collegamento diretto con uno dei momenti più iconici della saga.
Il film diretto da Nicholas Meyer, ultimo capitolo cinematografico con il cast di Star Trek: The Original Series, vedeva Christopher Plummer nei panni del Generale Chang, Klingon antagonista noto per citare William Shakespeare con tono solenne e minaccioso. In quella pellicola, il Cancelliere Gorkon (David Warner) pronunciava una frase diventata cult: “Non si è mai sperimentato Shakespeare fino a quando non lo si legge in Klingon originario”.
Shakespeare arriva davvero in klingon
Nell’episodio 8 della nuova serie, scritto da Gaia Violo e Jane Maggs e diretto da Andi Armaganian, il teatro entra ufficialmente nelle aule dell’Accademia della Flotta Stellare. La tenente Sylvia Tilly (Mary Wiseman) guida una lezione utilizzando Our Town di Thornton Wilder come strumento per aiutare i cadetti ad affrontare un trauma collettivo.

A catturare l’attenzione degli spettatori più attenti è però un dettaglio: per pochi istanti compaiono tre pagine della traduzione klingon di Hamlet di William Shakespeare. A notarlo è stato Jörg Hillebrand, ricercatore già noto per il suo lavoro sulla terza stagione di Star Trek: Picard, che ha condiviso le immagini del testo.
Questo breve inserto visivo dà finalmente corpo alla battuta pronunciata in Star Trek VI, trasformando una gag diventata leggendaria in un elemento concreto dell’universo narrativo. Non più solo una frase ironica, ma un oggetto tangibile inserito nella continuità della saga.
Un filo rosso che passa da King Lear
Il legame con Shakespeare non si limita all’episodio 8. Anche il titolo dell’episodio 6, “Come, Let’s Away”, richiama direttamente King Lear. La frase è tratta dall’Atto 5, Scena 3: “Venite, andiamo in prigione: noi due, soli, canteremo come uccelli nella gabbia”.
Nella serie, “Come, let’s away” è anche lo slogan del capitano Chi dell’USS Miyazaki, oltre a comparire nel fumetto Tales from the Frontier, elemento narrativo centrale nello stesso episodio. Un intreccio di rimandi che dimostra quanto l’eredità shakespeariana sia radicata nella costruzione simbolica di Star Trek.
Shakespeare e Star Trek: un legame storico
L’influenza del Bardo all’interno del franchise è di lunga data. Già in Star Trek: The Original Series, nell’episodio “The Conscience of the King” (prima stagione), la compagnia teatrale Karidian metteva in scena Macbeth e Hamlet, inserendo il teatro elisabettiano in un contesto fantascientifico.
Nel 1996, il Klingon Language Institute pubblicò The Klingon Hamlet, consolidando l’idea di uno Shakespeare “originariamente klingon” come scherzo colto e al tempo stesso dichiarazione d’amore per la saga. Con Star Trek VI, questa fusione tra cultura klingon e teatro classico raggiunse il suo apice, soprattutto grazie alle declamazioni solenni del Generale Chang.
L’episodio di Star Trek: Starfleet Academy si inserisce dunque in una tradizione lunga oltre tre decenni, ma compie un passo ulteriore: rende visibile e canonica quella traduzione che per anni era rimasta soprattutto un gioco metatestuale.
Il cadetto klingon e il ritorno sullo schermo
Non sorprende, in questo contesto, che il cadetto klingon Jay-Den Kraag (Karim Diané) scelga un’opera operistica klingon come oggetto di studio teatrale. La decisione si integra perfettamente con l’idea che la cultura klingon sia profondamente legata alla parola, alla performance e alla tradizione drammatica.
Il ritorno di Shakespeare in klingon sul piccolo schermo non è soltanto un omaggio nostalgico. È piuttosto una conferma della coerenza interna dell’universo di Star Trek, capace di riprendere dettagli del passato e rielaborarli in chiave contemporanea.
Con questo episodio, Starfleet Academy dimostra di conoscere bene le proprie radici, intrecciando ironia, cultura e memoria collettiva. E quella battuta pronunciata nel 1991 trova finalmente il suo compimento, trasformandosi da semplice provocazione in parte integrante della mitologia della saga.
Fonte: screenrant.com
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