Ugly Cry, Emily Robinson spiega perché il film evita la strada di The Substance

Emily Robinson spiega perché Ugly Cry si distingue da The Substance, puntando su realismo, tensione psicologica e una discesa emotiva raccontata con stile visivo claustrofobico.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.

Ugly Cry tocca territori vicini a quelli di The Substance, ma sceglie un approccio molto diverso. A chiarirlo è stata Emily Robinson, che ha spiegato come il film preferisca muoversi su un piano più realistico, senza spingere troppo sull’assurdo o sul body horror più estremo. L’idea, nelle sue parole, è semplice ma incisiva: la realtà, da sola, è già abbastanza terribile.

Il confronto con The Substance nasce in modo quasi naturale, perché entrambe le opere affrontano temi come l’invecchiamento, il corpo e la pressione esercitata dagli standard esterni. Robinson, però, sottolinea che i due progetti finiscono per comunicare qualcosa di sostanzialmente diverso. Se da una parte The Substance abbraccia con più decisione le convenzioni dell’horror e si spinge verso un registro più estremo, Ugly Cry cerca invece una tensione più concreta, più quotidiana e per questo, forse, anche più vicina.

Perché Emily Robinson prende le distanze dal confronto con The Substance

Parlando del paragone, Emily Robinson ha riconosciuto che i punti di contatto esistono. The Substance, ha osservato, è più vicino a un horror tradizionale, capace di spingersi nell’assurdo e di seguire con maggiore evidenza le regole del genere. I temi possono anche sembrare simili, ma il cuore del discorso cambia.

Nel caso di Ugly Cry, la regista e autrice ha spiegato di aver voluto esplorare soprattutto il rapporto con la comunità, con la madre, con l’amica, e più in generale con quel sistema di relazioni che dovrebbe sostenere una persona e che, invece, a volte finisce per rafforzare proprio gli standard che la consumano. Il film si concentra quindi non solo sull’inadeguatezza individuale, ma anche sul modo in cui questa fragilità incide sui legami e finisce per sabotare la possibilità di costruire una rete solida.

C’è un aspetto molto chiaro in questa impostazione: Ugly Cry non sembra interessato soltanto al disagio personale, ma anche a come quel disagio venga alimentato, riflesso e complicato dalle relazioni più intime. È qui che il film prova a distinguersi, spostando il peso del racconto dalla dimensione spettacolare dell’orrore a quella più sottile e corrosiva del vissuto.

Un film che sfiora l’horror senza diventarlo davvero

Nel corso dell’intervista, Robinson ha anche affrontato il modo in cui Ugly Cry entra in contatto con l’immaginario horror pur senza appartenere pienamente a quel genere. La componente è presente, ma resta controllata. Non si tratta di un horror in senso stretto, eppure il film sembra assorbirne alcune suggestioni.

La regista ha raccontato di amare profondamente il body horror e di avere persino scritto un romanzo appartenente a quell’area, che sta adattando. All’inizio, quindi, l’idea di spingere il film in quella direzione era reale. Con il tempo, però, è maturata una convinzione diversa: accentuare troppo l’elemento innaturale o irreale avrebbe rischiato di allontanare l’attenzione da ciò che conta davvero, cioè il fatto che la vita concreta possa già essere spaventosa e dolorosa senza bisogno di estremizzazioni.

Da qui nasce la scelta di mantenere un equilibrio più misurato. Ugly Cry preferisce allora un mix di thriller psicologico, umorismo e un leggero tocco di body horror, senza oltrepassare quella soglia che trasformerebbe il racconto in qualcosa di più apertamente mostruoso o surreale. È una decisione che definisce in modo netto l’identità del film e che spiega perché il paragone con The Substance possa essere utile fino a un certo punto, ma non basti davvero a descriverlo.

La discesa di Delaney raccontata attraverso immagini e atmosfera

Uno degli aspetti più interessanti emersi dall’intervista riguarda il modo in cui il film mette in scena la discesa di Delaney, accompagnandola non solo sul piano narrativo, ma anche su quello visivo. Robinson ha spiegato che l’obiettivo era rendere tutto progressivamente più claustrofobico e oppressivo, soprattutto perché il personaggio passa molto tempo all’interno dell’appartamento.

Per ottenere questo effetto, il lavoro si è concentrato sulle rifrazioni, sui riflessi, sugli schermi e sulle superfici capaci di deformare o filtrare il volto della protagonista. L’intenzione era quella di comunicare un senso crescente di soffocamento e isolamento, trasformando l’ambiente che la circonda in qualcosa di sempre più ostile e instabile.

Anche il colore contribuisce a questo percorso. All’inizio del film, i toni sono più neutri. In seguito si scaldano leggermente, per poi diventare sempre più freddi e desaturati nella parte finale. Il cambiamento, a quanto raccontato, non è stato pensato per produrre una frattura improvvisa, ma per accompagnare in modo sottile la trasformazione emotiva del personaggio e la sua caduta. Il risultato cercato era quello di far percepire allo spettatore un isolamento sempre più marcato, insieme a una paura che cresce senza bisogno di forzature.

I prossimi progetti tra body horror, amore e commedia romantica

Nella parte finale dell’intervista, Emily Robinson ha parlato anche del proprio futuro creativo. Al momento sta sviluppando diversi progetti, tra cui un film con una forte componente di body horror, ma anche con una storia d’amore al centro. Un’accoppiata che riflette bene il suo interesse per i territori ibridi e per i racconti che mescolano registri differenti.

Robinson ha spiegato di amare molto anche le commedie romantiche, in particolare quelle viste crescendo nei primi anni 2000, e di voler continuare a esplorare pure quel linguaggio. Accanto a questo, ha citato il proprio interesse per le commedie nere, per i twist e per tutte quelle zone narrative in cui i generi si incrociano invece di restare separati.

È una dichiarazione che conferma una certa coerenza nel suo sguardo: più che scegliere una sola strada, Robinson sembra interessata a costruire film capaci di tenere insieme tensione, ironia, inquietudine e dimensione emotiva. In questo senso, Ugly Cry appare già come un primo esempio di questa inclinazione.

Al momento, Ugly Cry non ha ancora una data di uscita. Ma dalle parole di Emily Robinson emerge con chiarezza la volontà di costruire un film che non cerchi l’orrore nella deformazione estrema, quanto piuttosto nella fragilità della realtà quotidiana e dei rapporti umani.

Ugly Cry, Emily Robinson spiega perché il film evita la strada di The Substance
Kinguin

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