Con l’intelligenza artificiale sempre più presente in molti ambiti della vita quotidiana, compreso il settore videoludico, continua a crescere anche il dibattito sul suo possibile impiego nei processi creativi. Se da una parte la tecnologia viene già discussa per il suo impatto sugli aspetti tecnici e produttivi dello sviluppo, dall’altra resta aperta una questione ancora più delicata: fino a che punto l’IA potrà entrare nella scrittura di dialoghi, personaggi e sceneggiature?
Per Jennifer Svedberg-Yen, responsabile della narrazione di Clair Obscur: Expedition 33, la risposta, almeno per ora, è piuttosto netta. Pur riconoscendo il fascino tecnico dell’intelligenza artificiale, la sceneggiatrice ha spiegato di non considerarla utile nel proprio processo di scrittura. Un giudizio che si inserisce in una riflessione più ampia sul valore profondamente umano del raccontare storie.
Jennifer Svedberg-Yen distingue tra interesse tecnico e pratica creativa
Durante la GDC 2026, Svedberg-Yen ha raccontato di guardare con curiosità alla struttura tecnica dell’intelligenza artificiale, soprattutto per il lato matematico e computazionale che la sostiene. Ha spiegato di trovare stimolanti gli aspetti legati all’algebra lineare, alle matrici, ai dati e ai meccanismi che alimentano questi sistemi.
Questo, però, non significa che la consideri uno strumento adatto alla scrittura. Dal punto di vista creativo, ha chiarito di non trovarla particolarmente utile nel proprio lavoro quotidiano. Non la utilizza, non rientra nel suo flusso operativo e non la percepisce come qualcosa in grado di aiutarla davvero nella costruzione narrativa.
La distinzione è importante, perché non nasce da un rifiuto generico della tecnologia. Al contrario, Svedberg-Yen riconosce apertamente l’interesse teorico dell’IA, ma separa con decisione quel piano dalla pratica concreta dello scrivere.
Perché la scrittura, secondo lei, non può essere delegata a una “scatola nera”
Alla base della sua posizione c’è un’idea precisa di cosa significhi raccontare una storia. Per Svedberg-Yen, scrivere non vuol dire semplicemente mettere insieme frasi coerenti o costruire una trama funzionale. Significa attraversare un processo emotivo, spesso faticoso, che serve a capire davvero chi siano i personaggi, cosa provino e in che modo quelle emozioni possano trasformarsi in parole credibili.
Ha descritto la scrittura come qualcosa che contiene sia gioia sia dolore. Secondo la sceneggiatrice, esistono autori che scrivono spinti dall’entusiasmo e altri che lo fanno attraverso una forma di sofferenza creativa. Lei si riconosce in questa seconda categoria. Per questo, considera il processo doloroso ma essenziale: è proprio lì che, a suo avviso, prende forma la verità dei personaggi.
Nel suo ragionamento, il problema dell’IA emerge con chiarezza. Svedberg-Yen sostiene di non sapere come affidare a uno strumento del genere quel tipo di esplorazione interiore che per lei è centrale nella scrittura. Quando tutto passa attraverso un sistema opaco, una sorta di “scatola nera” di cui non si comprende fino in fondo il percorso, si rischia di perdere qualcosa di fondamentale.
Il caso di Clair Obscur: Expedition 33 rafforza questa visione
Le sue parole assumono ancora più peso alla luce dell’accoglienza ricevuta da Clair Obscur: Expedition 33. Il gioco ha raccolto ampi consensi, anche per una scrittura considerata particolarmente intensa e umana, capace di affrontare temi come la perdita, il lutto e la mortalità.
Sono argomenti che richiedono sensibilità, misura e una forte capacità di entrare nelle zone più fragili dell’esperienza umana. Ed è proprio su questo terreno che Svedberg-Yen vede i limiti più evidenti dell’intelligenza artificiale. Non tanto nella costruzione formale del testo, quanto nella possibilità di restituire una verità emotiva che nasca davvero da chi scrive.
Secondo la sua visione, il racconto funziona quando riesce a trasferire qualcosa di personale, filtrato attraverso personaggi e situazioni immaginarie, ma radicato in una percezione autentica del mondo. È questo passaggio, così intimo e difficile da definire, che l’IA non sembra in grado di replicare in modo convincente.
Raccontare storie come gesto umano, non come automazione
Il cuore del discorso di Svedberg-Yen è tutto qui: narrare significa creare un legame tra esseri umani. La scrittura, nella sua idea, serve a condividere una visione, a trasmettere un’esperienza, a dare forma a qualcosa che nasce dentro una persona e arriva a un’altra.
Per questo motivo, l’autrice vede una contraddizione profonda nell’idea di affidare quel compito a un sistema automatico. Se lo scopo del racconto è costruire una connessione umana, inserire tra chi scrive e chi legge una macchina che genera testi secondo meccanismi non trasparenti rischia di spezzare proprio quel filo.
Non si tratta solo di una questione tecnica o produttiva. È, prima di tutto, una questione di senso. Nelle parole della sceneggiatrice, la scrittura non è separabile dall’esperienza emotiva di chi la compie. E proprio per questo, almeno oggi, l’intelligenza artificiale le appare incompatibile con il nucleo più profondo del lavoro narrativo.
Il risultato è una posizione chiara, ma non ideologica: l’IA può anche essere interessante da studiare, può affascinare sul piano teorico, ma non per questo deve diventare parte integrante di ogni processo creativo. Per Svedberg-Yen, almeno nel campo della scrittura, resta ancora qualcosa di esterno, distante, incapace di sostituire quel percorso umano fatto di intuizione, dolore, ascolto e verità.
Fonte: gamesradar.com







