Peaky Blinders: la verità sulla morte di Arthur Shelby nel sequel Netflix

Il sequel di Peaky Blinders svela che Arthur Shelby non si è suicidato: la verità sulla sua morte è più cupa e coinvolge direttamente Tommy.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.

Il sequel di Peaky Blinders, The Immortal Man, ha lasciato molti spettatori con un dubbio centrale: che cosa è successo davvero ad Arthur Shelby? Il film riporta in scena diversi membri della famiglia Shelby, tra cui Tommy, Ada e Duke, ma colpisce soprattutto l’assenza di Arthur, uno dei personaggi più iconici della serie e uno dei pochi sopravvissuti alle sei stagioni originali.

L’assenza di Arthur Shelby pesa fin dalle prime scene e diventa subito uno degli elementi più discussi del film. A rendere la situazione ancora più significativa c’è il fatto che Paul Anderson, interprete storico del personaggio, ha commentato con distacco la scelta di non farlo comparire nel sequel. In un’intervista, l’attore ha lasciato intendere di aver accettato la decisione senza polemiche, limitandosi a dire che è andata così e che ha preferito lasciare che il progetto seguisse la propria strada.

Arthur Shelby è già morto all’inizio del film

Nel sequel si scopre molto presto che Arthur non è più vivo. Tommy visita infatti la sua tomba all’esterno della tenuta di campagna, e la lapide chiarisce un punto fondamentale: Arthur Shelby è morto nel 1938, a 43 anni. Questo colloca la sua scomparsa quattro anni dopo la fine della sesta stagione di Peaky Blinders e due anni prima degli eventi principali del film.

La scelta di non mostrare subito tutto ciò che è accaduto contribuisce a creare un’aura di mistero attorno al personaggio. Il film, almeno inizialmente, lascia circolare una versione dei fatti che appare plausibile anche agli occhi degli abitanti di Birmingham. Tommy racconta infatti a Rebecca Ferguson che suo fratello si sarebbe tolto la vita, e questa sembra essere diventata la spiegazione più diffusa.

Secondo quanto viene detto, in molti credono che Arthur si sia suicidato su un ponte. È una versione che, per quanto tragica, non appare del tutto incompatibile con il passato del personaggio. Arthur aveva già mostrato una profonda fragilità psicologica nel corso della serie, segnata dal trauma della guerra, dalla depressione, dalla dipendenza e da impulsi autodistruttivi che avevano accompagnato gran parte del suo percorso.

L’ipotesi del suicidio e il peso del passato

Il film gioca molto su questa possibilità perché il pubblico conosce bene le ferite interiori di Arthur. Già nella prima stagione aveva tentato il suicidio, salvandosi soltanto perché il cappio si era spezzato. Anche se in seguito non aveva più compiuto un gesto simile in modo diretto, il suo stato mentale era rimasto instabile, spesso soffocato da rabbia, dolore e sostanze.

Per questo motivo, la voce secondo cui Arthur avrebbe deciso di farla finita finisce per sembrare credibile tanto ai personaggi quanto agli spettatori. Il fratello maggiore dei Shelby era da sempre una figura tormentata, incapace di liberarsi davvero dai propri fantasmi. Il sequel sfrutta questa immagine per costruire una verità solo parziale, lasciando intendere che dietro quella morte ci sia molto di più.

La verità sulla morte di Arthur Shelby

La spiegazione reale emerge più avanti, quando Kaulo, il sensitivo gitano, racconta che Arthur si era presentato nell’ufficio di Tommy per chiedere denaro in prestito. Poco dopo, però, avrebbe rubato la sua auto portando con sé una pistola. Tommy spiega di essere andato a cercarlo e di averlo trovato ferito, dopo un incidente d’auto, in uno stato alterato anche dall’assunzione eccessiva di oppio.

A quel punto Arthur, confuso e fuori controllo, avrebbe iniziato a vedere Tommy come il diavolo. Il film mette in scena un confronto tra i due fratelli dentro l’auto, lasciando in un primo momento l’impressione che Arthur sia morto a causa di un colpo di pistola. Tommy parla di un incidente, e per un tratto la storia sembra fermarsi a questa versione.

Ma non è la verità completa. Più avanti arriva infatti la rivelazione decisiva: Tommy confessa che non si è trattato né di un incidente né di un gesto di pietà. La ferita mortale non sarebbe stata causata dal colpo di pistola. È stato lui a uccidere Arthur, strangolandolo.

La confessione di Tommy e il senso di colpa

La confessione arriva dopo la morte di Ada, uccisa da John Beckett, descritto come un simpatizzante fascista. Davanti al suo corpo in obitorio, Tommy ammette finalmente ciò che era davvero accaduto con Arthur. Dice di averlo strangolato perché era pieno di alcol e rabbia, e aggiunge che la ragione più profonda del gesto era il desiderio di liberarsi di lui, anche a costo di non salvarlo.

È questo il punto più duro dell’intera vicenda. Non si tratta soltanto della morte di Arthur, ma del fatto che sia stato Tommy a causarla in modo consapevole. Il peso morale di quella scelta lo accompagna a lungo e diventa una delle ferite più profonde del personaggio nel film. Quel gesto segna un punto di rottura interiore, quasi un crollo mentale, che continua a tormentarlo fino alla fine.

Anche Cillian Murphy ha commentato questo aspetto, sottolineando come Tommy non possa mai essere davvero in pace finché resta intrappolato nella vita che ha costruito e nelle colpe che continua a portarsi addosso. Il sequel lega quindi la morte di Arthur non solo al passato della famiglia Shelby, ma anche al crollo definitivo di Tommy.

Alla fine, Tommy trova la pace soltanto con la propria morte, avvenuta su sua richiesta per mano di Duke Shelby. In questo scenario, Finn Shelby resta l’unico fratello sopravvissuto, nonostante il suo esilio dalla famiglia nella sesta stagione. Intanto, il futuro del franchise sembra destinato a proseguire ancora, con nuovi progetti ambientati nello stesso universo narrativo.

Fonte:: The Direct

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