Tra le idee più inquietanti della fantascienza ce n’è una che continua a funzionare sempre: la prigione spaziale. Da una parte ci sono detenuti pericolosi, isolati in strutture pensate per contenerli a ogni costo. Dall’altra c’è il vuoto cosmico, un ambiente ostile che rende qualsiasi fuga quasi impossibile. È una premessa semplice, ma molto efficace, perché trasforma il carcere in qualcosa di ancora più estremo: non solo un luogo da cui è difficile uscire, ma anche uno spazio in cui fuori non c’è salvezza.
Eppure, nonostante il cinema ami tornare spesso sulle stesse formule, i film costruiti davvero attorno a questo scenario non sono poi così numerosi. Le prigioni nello spazio compaiono per brevi momenti in titoli come Guardiani della Galassia o Riddick, ma le opere che fanno di questo ambiente il centro del racconto restano poche. Proprio per questo, quando il sottogenere trova la sua forma migliore, riesce ancora a lasciare il segno.
Di seguito ci sono cinque film ambientati in prigioni spaziali da recuperare, in ordine sparso, tra action muscolare, horror, suggestioni filosofiche e intrattenimento di serie B che sa comunque divertire.
Fortress 2: Re-Entry
Uscito il 25 aprile 2000 e diretto da Geoff Murphy, Fortress 2: Re-Entry riporta in scena Christopher Lambert nei panni di John Brennick, già protagonista del primo Fortress del 1992. In quel film, Brennick e sua moglie Karen finiscono nei guai con la legge per aver avuto più di un figlio, venendo travolti da un sistema repressivo gestito dalla malvagia Men-Tel Corporation. La storia prendeva forma attorno a una fuga disperata, resa ancora più urgente dalla gravidanza di Karen.
Nel sequel, Men-Tel riesce a ritrovare Brennick e lo rinchiude di nuovo. Stavolta, però, la struttura carceraria non si trova sulla Terra, ma su una stazione spaziale, e questo rende la prospettiva di evasione ancora più complicata. Il protagonista non deve più salvare Karen, ma resta comunque intrappolato in una situazione quasi senza via d’uscita, costretto a sfidare un sistema ostile pur di trovare il modo di tornare a casa.
Il film ha l’energia del classico action da fine serata, quello che non pretende di reinventare nulla ma sa comunque offrire ritmo, tensione e un buon numero di idee visive. Considerando la sua natura da produzione direct-to-DVD, riesce anche a sorprendere per alcuni effetti spaziali più solidi del previsto. Molto del merito va alla regia di Murphy, ricordato anche per il suo contributo alla trilogia de Il Signore degli Anelli.
Lockout
Diretto da Stephen St. Leger e James Mather, Lockout è arrivato nelle sale il 13 aprile 2012 con Guy Pearce, Maggie Grace e Peter Stormare nel cast. L’idea di base nasce da Luc Besson, che ha poi co-scritto la sceneggiatura insieme ai due registi. Attorno al film si è parlato anche di una vicenda legale: John Carpenter accusò infatti la produzione di plagio rispetto alla sua saga Escape, e il tribunale gli diede ragione.
La storia è ambientata nel 2079 e segue Marion Snow, agente della CIA interpretato da Pearce, incarcerato ingiustamente e destinato al penitenziario spaziale MS One. Qui sono rinchiusi i criminali più pericolosi, mantenuti in stasi per evitare problemi. La situazione precipita quando Emilie, figlia del presidente, rimane intrappolata all’interno della struttura dopo una rivolta dei detenuti. A quel punto a Snow viene offerto un patto: salvare la ragazza in cambio della libertà.
Il protagonista si muove con un’ironia da duro vecchio stile, tra battute secche e scontri continui, affrontando una galleria di criminali sopra le righe. Lockout si appoggia chiaramente a modelli già noti, da Aliens – Scontro finale fino a Il quinto elemento, ma conserva una sua efficacia come film d’azione rapido, rumoroso e visivamente movimentato. Gli effetti non sono sempre raffinati, però l’insieme resta divertente e coerente con il tono del racconto.
Alien 3
Con una lavorazione tormentata e una produzione notoriamente complessa, Alien 3 resta uno dei capitoli più discussi della saga. Diretto da David Fincher e uscito il 22 maggio 1992, il film vede ancora una volta Sigourney Weaver nei panni di Ellen Ripley, stavolta precipitata su Fiorina “Fury” 161, un pianeta desolato che funge da colonia penale.
Fin dalle prime scene il film imposta un tono cupo e senza tregua. Ripley si ritrova isolata, privata dei compagni e intrappolata in un ambiente dominato da uomini disperati, mentre uno Xenomorfo si aggira nella struttura con una ferocia ancora più inquietante. Come se non bastasse, la protagonista è costretta anche ad attendere le decisioni della Weyland-Yutani, in un contesto in cui nessun aiuto appare davvero rassicurante.
Pur non avendo l’eleganza glaciale di Alien né la forza spettacolare di Aliens – Scontro finale, il terzo capitolo spinge la serie verso territori diversi. L’ambientazione carceraria accentua il senso di impotenza, mentre il fatto che Ripley porti in grembo un embrione alieno aggiunge un ulteriore livello di tensione. Il risultato è un film imperfetto, certo, ma attraversato da una claustrofobia costante che lo rende ancora oggi difficile da ignorare.
Dante 01
Uscito il 2 gennaio 2008 e diretto da Marc Caro, Dante 01 è probabilmente il titolo più anomalo di questa selezione. Con Lambert Wilson, Linh Dan Pham e Simona Maicanescu, il film prende spunto dalla Divina Commedia per costruire una vicenda che usa la prigione spaziale non solo come scenario, ma anche come metafora.
Se Punto di non ritorno (Event Horizon) aveva evocato l’idea dell’inferno nello spazio in modo più diretto, Dante 01 sceglie una strada più simbolica e riflessiva. La struttura del titolo è quella di un carcere di massima sicurezza posto ai confini più remoti del cosmo, un luogo in cui i detenuti vengono sottoposti a sperimentazioni e trattamenti che ricordano più un laboratorio o un manicomio che una prigione tradizionale.
L’arrivo della dottoressa Elisa e di un misterioso detenuto interpretato da Wilson, chiamato Saint-Georges dagli altri prigionieri, innesca una serie di eventi sempre più inquietanti. La sua presenza assume presto un’aura quasi mistica, tanto che alcuni iniziano a considerarlo una figura salvifica. Il film lascia aperti molti interrogativi e preferisce la suggestione alla spiegazione, puntando su atmosfere dense e interpretazioni intense. Non è un’opera facile, ma proprio per questo resta una delle più particolari del sottogenere.
Incoming
Tra i titoli più muscolari e meno celebrati della lista c’è Incoming, uscito il 4 maggio 2018 e diretto da Eric Zaragoza. Nel cast compaiono Scott Adkins, Michelle Lehane e Aaron McCusker, ma è chiaramente Adkins il motivo principale per cui il film riesce a distinguersi.
La premessa è immediata: in un futuro lontano, la Stazione Spaziale Internazionale viene trasformata in una prigione segreta. Sulla Terra il gruppo terroristico Wolfpack colpisce obiettivi simbolici come il Big Ben, e alcuni dei suoi membri finiscono detenuti nello spazio. Tocca così all’agente della CIA Reiser, al medico Stone e al pilota Bridges capire cosa stia accadendo. Il problema, naturalmente, è che i detenuti riescono a liberarsi e pianificano di schiantare la stazione.
La sceneggiatura non punta sulla complessità e gli effetti speciali mostrano tutti i limiti di una produzione contenuta, con un’estetica che a tratti ricorda quella di un videogioco datato. Però quando Adkins entra davvero in azione, il film cambia passo. Il suo carisma e le coreografie di combattimento danno energia a un racconto che senza di lui rischierebbe di passare inosservato.
Le prigioni spaziali non sono ancora diventate un filone affollato, ma forse è anche questo il loro fascino. Quando il cinema decide di usarle bene, riesce a creare storie tese, sporche, spesso imprevedibili, in cui il senso di isolamento conta quanto il conflitto. E in questi cinque film, pur con risultati molto diversi tra loro, quell’idea continua a funzionare.
Fonte: Space.com
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