Netflix ha rimesso mano a Man on Fire con una serie che prova a rileggere una storia già passata due volte dal cinema e questa volta, almeno sul piano critico, il risultato è un po’ migliore. Al 1° maggio 2026, la prima stagione della nuova versione televisiva ha infatti un 60% su Rotten Tomatoes basato su 15 recensioni, abbastanza per ottenere una ricezione discreta, ma non tale da parlare di consacrazione. Resta però un dato significativo: è il primo adattamento importante di questa storia a raggiungere una soglia “fresh” sulla piattaforma.
La novità, però, va letta con precisione. Non si tratta semplicemente del remake del film con Denzel Washington, ma di una nuova trasposizione televisiva del romanzo di A.J. Quinnell, costruita anche con elementi presi dal sequel The Perfect Kill. È una distinzione importante, perché spiega perché la serie Netflix non si limiti a rifare Man on Fire – Il fuoco della vendetta, ma cerchi invece di ampliare l’universo narrativo del personaggio di John Creasy.
Un risultato migliore del film con Denzel Washington
Il confronto con il film del 2004 diretto da Tony Scott è inevitabile. Quella versione con Denzel Washington resta la più nota al grande pubblico, ma sul fronte della critica non ebbe un’accoglienza particolarmente calorosa: su Rotten Tomatoes è ferma al 39%. Anche la prima trasposizione del 1987 con Scott Glenn, pur avendo oggi un dato leggermente migliore, non era diventata un riferimento critico o culturale paragonabile alla rilettura con Washington. In questo senso, la serie Netflix riesce almeno a ritagliarsi un piccolo primato: non è l’adattamento più celebrato in assoluto, ma è quello che per la prima volta entra in territorio positivo nel dibattito recente attorno a Man on Fire.
Questo non significa che la serie abbia convinto tutti. Anzi, il punteggio stesso racconta una ricezione ancora divisa. Alcune recensioni apprezzano la presenza scenica del protagonista, la tensione delle sequenze d’azione e il tono da thriller duro e diretto. Altre, invece, fanno notare che il materiale di partenza viene dilatato nel formato seriale e che la scrittura non sempre regge il peso dell’espansione a episodi. È, in sostanza, una promozione con riserva, non un consenso pieno.
Yahya Abdul-Mateen II raccoglie un’eredità pesante
In questa nuova versione Yahya Abdul-Mateen II interpreta John Creasy, presentato da Netflix come un ex uomo delle forze speciali segnato dal trauma e braccato dal proprio passato. La serie lo segue mentre prova a rimettere insieme la sua vita, fino a quando un nuovo evento violento lo costringe a tornare in azione per proteggere una ragazza e affrontare una spirale di vendetta e resa dei conti. La piattaforma ha descritto la stagione come un thriller in sette episodi ambientato in gran parte tra Rio de Janeiro e gli strascichi di una missione fallita a Città del Messico.
Accanto a lui ci sono Billie Boullet, Bobby Cannavale e Alice Braga, mentre la guida creativa del progetto è affidata a Kyle Killen, showrunner e autore della serie. Netflix ha confermato che la stagione è composta da sette episodi ed è arrivata sulla piattaforma il 30 aprile 2026, scelta che la colloca subito tra le nuove uscite più osservate di fine mese.
Un adattamento più ampio, ma anche più esposto
Uno degli aspetti più interessanti di questa operazione è proprio il tentativo di allargare il perimetro della storia. Dove il film con Denzel Washington puntava su una traiettoria più secca e compatta, la serie prova ad aprire sottotrame, relazioni e dinamiche che nel formato cinematografico restavano necessariamente ai margini. È un’idea comprensibile, anche perché l’appoggio non arriva solo dal romanzo originale, ma anche dal secondo libro dedicato a Creasy.
Allo stesso tempo, però, è proprio questa espansione ad aver attirato alcune delle osservazioni più fredde. Quando il racconto si allunga, aumentano gli spazi da riempire e diventa più evidente ogni passaggio meno incisivo. Per molti critici, il cuore dello show resta infatti la prova di Abdul-Mateen II, mentre tutto il resto oscilla tra buon intrattenimento e occasione solo in parte sfruttata.
Il dato vero è che Netflix ha evitato il flop critico
Il punto più concreto, per ora, è questo: Man on Fire non sembra destinata a diventare una serie-evento sul piano della critica, ma è riuscita almeno a evitare il rigetto che aveva accompagnato la versione del 2004. E per un progetto che si confronta con un titolo molto amato dal pubblico, con un protagonista iconico e con un’eredità cinematografica ingombrante, non è un risultato da liquidare in fretta.
Adesso resta da capire come risponderà il pubblico di Netflix nelle prossime settimane. Il debutto su Rotten Tomatoes offre un primo segnale, ma la vera misura del successo arriverà dalla tenuta della serie sulla piattaforma e dalla sua capacità di restare nella conversazione. Per il momento, la nuova Man on Fire parte con un vantaggio che i capitoli precedenti non avevano avuto: per la prima volta, la storia di John Creasy non esce dal confronto con la critica completamente bruciata.






