Final Fantasy VII Remake Parte 3, perché Square Enix ha scelto davvero la trilogia

Naoki Hamaguchi spiega che dividere Final Fantasy VII Remake in tre giochi era l’unico modo per adattare fedelmente storia, personaggi e snodi narrativi.

Marco Vescovi
Marco Vescovi
Appassionato di open world, indie e lore appassionanti, ma anche di Fantascienza e mondi fantastici.
Final Fantasy VII Remake Parte 3, perché Square Enix ha scelto davvero la trilogia

L’attesa per Final Fantasy VII Remake Parte 3 continua, ma intanto emergono dettagli interessanti sulla scelta che ha definito l’intero progetto. La decisione di trasformare uno dei JRPG più celebri dell’era PlayStation in una trilogia moderna ha spesso fatto discutere, soprattutto tra chi riteneva eccessivo espandere un solo gioco in tre uscite separate. Eppure, per il team guidato da Square Enix, quella strada non sarebbe stata solo una possibilità tra tante, ma l’unica davvero praticabile.

A spiegarlo è Naoki Hamaguchi, oggi figura centrale del progetto dopo aver lavorato come co-regista del primo capitolo ed essere poi diventato il riferimento principale della trilogia con Final Fantasy VII Rebirth. In un’intervista a ntower, Hamaguchi ha chiarito che la struttura in tre parti non nasce da una semplice volontà di allungare il racconto, ma da una valutazione precisa del materiale da adattare.

Una trilogia nata per necessità, non per scelta di comodo

Secondo Hamaguchi, il punto non era decidere se realizzare o meno tre giochi, ma capire quale fosse il modo più corretto per ricostruire l’opera con l’ampiezza e la fedeltà richieste da un progetto di questo tipo. La quantità di storia, personaggi, ambientazioni e passaggi narrativi da rappresentare avrebbe reso impossibile, almeno nella visione del team, condensare tutto in un numero inferiore di capitoli senza sacrificare troppo.

Il ragionamento, quindi, sarebbe stato soprattutto strutturale. Una rilettura moderna di Final Fantasy VII non poteva limitarsi a riproporre gli eventi principali in forma abbreviata. Per rendere giustizia alla complessità del racconto e al peso di certe dinamiche, serviva più spazio. Da qui la scelta di una trilogia, vista non come un’operazione arbitraria, ma come una soluzione quasi obbligata.

È una posizione che aiuta a leggere meglio anche la filosofia dietro l’intero progetto remake. L’obiettivo non sembra essere stato quello di aggiornare semplicemente un classico con una grafica più moderna, ma di ricostruirlo con un livello di dettaglio e di approfondimento molto più ampio, trattando ogni sezione con una densità narrativa che nel titolo originale aveva tempi e forme differenti.

Perché Midgar è diventata il cuore del primo capitolo

In questo senso, la scelta di dedicare l’intero primo gioco a Midgar assume un valore molto preciso. A uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare una dilatazione estrema di una porzione relativamente breve della storia originale. Hamaguchi, però, la presenta come una decisione strategica, quasi inevitabile.

Midgar è infatti uno dei segmenti più ricchi dell’intera avventura. Al suo interno si concentrano informazioni decisive sul mondo di gioco, sui protagonisti, sugli equilibri sociali e politici e, soprattutto, sul ruolo della Shinra. È il luogo in cui si definiscono le tensioni iniziali del racconto, ma anche quello in cui vengono introdotti temi destinati ad avere conseguenze molto più ampie nel corso della storia.

Espandere quella sezione ha quindi permesso al team di approfondire elementi che, in una struttura più compressa, rischiavano di restare sullo sfondo. Non solo ambientazioni e personaggi, ma anche il peso della città come simbolo di controllo, disuguaglianza e conflitto. Da questo punto di vista, il primo capitolo non appare più come una semplice introduzione allargata, ma come una base necessaria per sostenere tutto il resto della trilogia.

Il vero nodo era capire dove fermare ogni capitolo

Uno dei problemi più delicati, però, non riguardava soltanto la quantità di contenuti da distribuire. La vera difficoltà stava nel trovare il punto giusto in cui interrompere ciascun gioco. Sulla carta, far corrispondere una trilogia moderna alla storica suddivisione in tre dischi poteva sembrare una soluzione intuitiva, ma la costruzione narrativa richiedeva un lavoro molto più preciso.

Hamaguchi ha spiegato che il team ha dovuto analizzare la storia con attenzione per individuare cesure che avessero davvero senso sul piano drammatico. Non bastava dividere il materiale in tre blocchi più o meno equivalenti: servivano finali capaci di lasciare un segno, di chiudere una fase del viaggio e di preparare in modo naturale quella successiva.

È qui che entra in gioco uno dei momenti più celebri e delicati dell’intera vicenda. Hamaguchi ha raccontato che, inizialmente, la narrazione non sembrava destinata a fermarsi in modo così netto alla Capitale Dimenticata o al destino di Aerith. A suo giudizio, però, proprio quel passaggio offriva una cesura narrativa fortissima, capace di dare forma all’intera architettura della trilogia.

Il destino di Aerith come punto di svolta

Nel suo racconto, Hamaguchi spiega di aver proposto al produttore Yoshinori Kitase di considerare il destino di Aerith come il punto naturale in cui chiudere quella parte della storia. Non si trattava solo di una scelta emotivamente potente, ma anche di una soluzione strutturale efficace, perché permetteva di organizzare il racconto in modo più chiaro e coerente.

La cosa interessante è che anche Tetsuya Nomura, a quanto riferito da Hamaguchi, aveva maturato una visione simile. Da lì, l’impianto complessivo della trilogia avrebbe preso forma con maggiore facilità. In altre parole, il momento che più di ogni altro segna il cuore emotivo di Final Fantasy VII avrebbe aiutato anche a definire il suo nuovo assetto come opera divisa in tre parti.

È un dettaglio che racconta bene quanto il progetto remake sia stato pensato non solo come aggiornamento tecnico, ma come operazione di riscrittura strutturata, dove ritmo, cesure e peso delle singole tappe contano quanto la fedeltà all’immaginario originale. Ed è probabilmente anche per questo che l’ultima parte viene osservata con così tanta attenzione: perché dovrà chiudere non solo una storia amatissima, ma anche un equilibrio costruito con estrema attenzione fin dal principio.

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